I premi in denaro intaccano l’integrità degli scrittori e delle loro opere?

Alla notizia annunciata dallo storico Library Journal relativa alla creazione di un nuovo premio letterario, il Premio Amanda Foreman, la stessa attrice statunitense, figlia di John Foreman e Linda Lowson, ha scritto recentemente un articolo sul New York Times...
L’attrice statunitense Amanda Foreman, in un articolo sul New York Times, solleva la questione del valore dei premi letterari, domandandosi se tali istituzioni, e i corrispettivi riconoscimenti finanziari, non compromettano la libertà dell’arte
 
MILANO – Alla notizia annunciata dallo storico Library Journal relativa alla creazione di un nuovo premio letterario, il Premio Amanda Foreman, la stessa attrice statunitense, figlia di John Foreman e Linda Lowson, ha scritto recentemente un articolo sul New York Times. L’attrice, con questo articolo, riflette sulla storia dei premi letterari e in particolare sul valore e il significato del riconoscimento in denaro. 
 
LA TRADIZIONE DEI PREMI LETTERARI – I premi letterari sono  numerosissimi: Goodreads.com ne elenca oltre 6.000 sul proprio sito web. Il più antico, il Premio Nobel per la letteratura, fu istituito nel 1901, il più giovane è stato creato pochi giorni fa. E molti altri ne saranno certamente fondati in futuro. L’articolo evidenzia il fatto che i premi letterari sono diventati così numerosi e pervasivi che, proprio come dopo l’invenzione del computer, viene da chiedersi come abbiano fatto gli scrittori a sopravvivere senza di loro. Amanda Foreman coglie l’occasione per accendere un riflettore sui tempi dei primi premi: l’avvio del Nobel, del Prix Goncourt, del Pulitzer e di molti altri coincide, nota, con l’avvento della pubblicità moderna, il consolidamento dei grandi gruppi editoriali e la loro volontà comune di utilizzare le arti per aumentare le vendite. 
 
IL PREMIO NOBEL – L’Accademia Francese aveva l’abitudine di assegnare premi letterari molto prima che Alfred Nobel decidesse di lasciare in eredità il proprio gusto letterario e la sua fortuna al mondo. La grande innovazione di Nobel consisteva nell’aggiungere un premio in denaro all’onore del riconoscimento, ma dal momento che Nobel aveva un’idea esplicita del tipo di scrittura che voleva  promuovere, che doveva essere moralmente edificante e idealista, l’idea stessa di un ricompensa finanziaria era fin dall’inizio controversa. 
 
LE POSIZIONI DEGLI INTELLETTUALI – Molti gli intellettuali che espressero pareri contrastanti sui premi in denaro: Foreman cita Tolstoj,  il quale pensava che i premi in denaro fossero una minaccia per l’integrità di un artista e avrebbe rifiutato il Nobel quand’anche  l’Accademia svedese, superando  l’avversione per le idee politiche dello scrittore russo, avesse deciso di conferirglielo. George Bernard Shaw riteneva che fosse uno spreco assegnare un premio agli scrittori che già erano commercialmente forti, e diede ad altri i soldi del Premio. Tra questi diversi punti di vista nasce la domanda sulla quale si interroga anche la redattrice del pezzo: cosa significa veramente un premio in denaro? È una forma edulcorata di carità per gli artisti meritevoli? È un lavoro socialmente utile per i creativi nell’epoca della meccanizzazione? Foreman sostiene che probabilmente l’iconoclasta austriaco Thomas Bernhard abbia parlato a nome di molti scrittori quando ha detto: “È stato tutto offensivo, ma il più offensivo di tutti sono io. Odiavo le cerimonie, ma ne ho preso parte. Odiavo le premiazioni, ma ho preso il loro denaro”. 
 
GLI SCRITTORI NEMICI DEI PREMI LETTERARI – Ventotto anni fa, lo scrittore William Gass ha sostenuto che i premi letterari, e il Pulitzer in particolare, fossero i nemici di qualità e di ambizioni artistiche. I premi, secondo la sua visione,  non solo hanno incoraggiato gli scrittori a puntare a livelli mediocri, ma hanno anche  agito come  una sorta di presidio per le forze della classe dirigente reazionaria – che maneggiava denaro invece di pistole.  Jean-Paul Sartre, ricorda Foreman, rifiutò il premio Nobel nel 1964 perché non voleva che il suo lavoro divenisse “istituzionalizzato” e sette anni dopo, Malcolm Muggeridge si dimise dalla giuria del Booker Prize nel 1971 sulla base del fatto che il buon gusto deve prevalere. L’autrice del pezzo conclude citando il rifiuto, da parte della commissione  del Pulitzer, di assegnare,  lo scorso anno, il Premio per la Narrativa, rifiuto che ha risollevato la questione e indotto gli esperti dei media a porsi di nuovo la domanda di Gass: a chi o a cosa serve un premio?
 
13 aprile 2013
 
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