Pensieri e Parole in valigia

I libri viaggiano nel Tempo e nello Spazio

I traslochi fanno parte del mio DNA. Non mi sono cimentata nel preparare valige e scatoloni solo per mutare nazione e continente, ma anche per spostarmi di pochi isolati...

I traslochi fanno parte del mio DNA. Non mi sono cimentata nel preparare valige e scatoloni solo per mutare nazione e continente, ma anche per spostarmi di pochi isolati.

Mio malgrado, solo nella città di Copenhagen, ho cambiato appartamento tre volte nell’arco di nemmeno sei mesi, fino a trovare l’abbraccio accogliente di una dimora definitiva. Definitiva per un paio di anni, s’intende.

E questa disposizione all’essere itineranti, se pur entro raggi d’azione limitati, è quasi una tradizione di famiglia, di quelle che si tramandano di padre in figlio e di madre in figlia, come l’amore per i libri, il senso dell’amicizia e la ricetta del “pane frattau”.

E io, frutto di una generazione dalle radici strappate e sanguinanti, questa tradizione l’ho reiventata, trasformandola in desiderio di avventura e bramosia di scoperta, oltre i confini dell’amata patria natale.

Mio nonno, classe 1906, passeggiava, una mattina, con un amico, approssimativamente cinque o sei anni prima delle mia nascita, per le vie del centro di una cittadina nella quale aveva deciso, non troppo tempo prima, di trasferirsi. La stessa cittadina dove, poi, io sono nata e cresciuta, quando ancora, sul lungomare, erano collocati i cannoni, puntati in direzione di fantasmi di imbarcazioni nemiche, cimeli su cui si arrampicavano i bambini, ignari della guerra e del sangue, se non di quello che tinge le ginocchia sbucciate.

Essendo determinato a regalare a mia madre un libro, mio nonno chiese consiglio all’amico, compagno di chiacchiere e ricordi. Fu così che, da quel momento, La Storia, romanzo scritto da Elsa Morante, consegnato in dono ad una ragazza nemmeno ventenne, varcò le soglie di ben quattro case, inscatolato con altri tomi o compresso in una valigia, alla rinfusa, prima di arrivare, leggermente liso, fra le mie mani, davanti ai miei occhi e dentro il mio animo di adolescente.

Non entrerò in merito, in questa sede, alle animate discussioni di carattere politico ed ideologico che sono scaturite immediatamente dopo la pubblicazione del libro, ambientato a Roma, durante l’epoca bellica e post bellica, che interessò la metà del secolo scorso.

Elsa Morante, infatti, concepisce la Storia come “uno scandalo che dura da diecimila anni, non maestra di vita, non iter di progresso ed evoluzione dell’uomo, non redenta dall’intervento della Provvidenza di manzoniana memoria, ma bieco susseguirsi di prevaricazioni ed ingiustizie a danno dei più deboli.

Mi soffermerò invece, sulla visione della Storia universale come silloge osmotica di piccole storie quotidiane; della Seconda Guerra Mondiale come un cataclisma che si abbatte su ogni famiglia e su ogni essere vivente, sia esso uomo, donna, bambino o cane. E non potrò mai dimenticare, su uno sfondo struggente di desolazione e morte, lo sguardo intriso di gioioso stupore del piccolo protagonista, Useppe, che partecipa alla Vita come un figlio partorito dal grembo primordiale della Natura, della quale conosce la indicibile bellezza tramite il filtro antico e barbaro dell’istinto.

 

I bambini sono senza passato ed è questo tutto il mistero dell’innocenza magica del loro sorriso”.

Milan Kundera

 

Emma Fenu

30 maggio 2014
 
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