I grandi vizi dei più celebri personaggi della letteratura

Ameremmo così tanto i protagonisti delle straordinarie avventure che viviamo grazie ai nostri libri, personalità eccezionali distanti anni luce dalle nostre vite ordinarie, se non avessero anche loro qualche punto dolente che ci convince che sì, forse anche loro sono un po' come noi, umani?...

Da Sherlock Holmes, geniale investigatore con il vizio della droga, ad Aleksej Ivànovic, il personaggio di Dostoevskij che si rovina con il gioco, ecco i punti deboli dei famosi eroi letterari

MILANO – Ameremmo così tanto i protagonisti delle straordinarie avventure che viviamo grazie ai nostri libri, personalità eccezionali distanti anni luce dalle nostre vite ordinarie, se non avessero anche loro qualche punto dolente che ci convince che sì, forse anche loro sono un po’ come noi, umani? Probabilmente no. Ma per fortuna la letteratura pesca dalla vita, parla proprio di noi, del nostro mondo: per quanto fuori dal comune ci possano sembrare le storie che racconta,  ci è più vicina di quanto non si possa credere. Forse per questo è un coacervo di vizi umani, un palcoscenico di pecche e debolezze che, diciamolo, ci fanno sentire i nostri amati eroi un po’ meno estranei.

SI AMA SEMPRE QUALCOSA DI IMPERFETTO – È per questo motivo che gli scrittori “disegnano” così le loro creature? “Intanto lo scrittore nel creare un personaggio ha dei desideri precisi: il suo personaggio deve essere credibile e deve essere amato dal suo pubblico – specie se si tratta del protagonista”, spiega Rachele Bindi, psicologa, psicoterapeuta ed esperta di Libroterapia che tiene su Libreriamo il blog Memorabiblia. “Il vizio serve quindi sia a rendere realistico il personaggio (in media le persone con cui abbiamo a che fare non sono solo concentrati di virtù e i vizi sono molto diffusi tra gli umani), sia a connotare il personaggio, a dare una caratteristica che, se ben giocata, lo marca e lo rende amabile proprio in quanto fallace – non si ama la perfezione, come ben dice Thomas Bernhard nel suo ‘Antichi Maestri’, si ama sempre qualcosa di imperfetto”.

LO SCRITTORE, UN UOMO CON I SUOI VIZI – “In seconda istanza lo scrittore è umano e molto probabilmente (se la statistica non ci inganna) avrà lui stesso i suoi vizi” – prosegue Rachele Bindi –  “quindi sarà normale concepire che anche il personaggio che lui crea possa, anzi quasi debba, averne”. Già, spesso dimentichiamo che dietro la penna capace di creare tanta meraviglia, si nasconde una persona proprio come noi. E i suoi personaggi diventano spesso degli amici, dei compagni in cui si rispecchia, che lo aiutano ad affrontare le sue debolezze e lo fanno sentire meno solo o inadeguato. Ma vediamo quali sono gli esempi più celebri della letteratura, i vizi dei personaggi più famosi…

HOLMES E LA DROGA – I più “tormentati” sono i protagonisti di un genere che da sempre esplora i lati oscuri della società, il poliziesco. Fin dai primi albori del giallo, che ha i suoi padri in Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle, i personaggi hanno qualcosa di “malato” e morboso, a partire dal più famoso detective della storia della letteratura, Sherlock Holmes. Il genio dell’arte deduttiva uscito dalla penna dello scozzese Doyle, capace di ricostruire catene di indizi che, muovendo da dettagli insignificanti trascurati dalla maggior parte degli altri investigatori, conducono a logica conclusione anche i casi più complicati, ha tuttavia un “piccolo vizietto”: indulge talvolta all’uso di stupefacenti. Il riferimento a questa debolezza dell’eroe del poliziesco si trova per esempio all’inizio de “Il segno di quattro”, dove il suo assistente e biografo ufficiale, il fidato Watson, descrive la scena di Holmes che prende “il suo flacone dall’angolo della mensola del caminetto e la sua siringa ipodermica da un elegante astuccio di marocchino”. Infila poi l’ago, alza la manica sinistra della camicia scoprendo l’avambraccio coperto da segni di punture e infine affonda la siringa, abbandonandosi sulla poltrona con un sospiro di piacere. All’uso di stupefacenti si allude anche in altre occasioni e altre opere, per esempio in “Uno studio in rosso”, che hanno per protagonista Sherlock Holmes. Forse dietro a questo si nasconde la dipendenza dello stesso Doyle?

LA PIPA DI MAIGRET – Non vien meno il “gusto per il vizio” nei successori dell’autore britannico, gli altri grandi interpreti del poliziesco in letteratura. Il commissario Maigret, nato dalla fantasia dello scrittore belga di lingua francese Georges Simenon, ha uno straordinario istinto che lo porta immedesimarsi nelle circostanze del delitto e nelle personalità dei colpevoli, tanto che arriva a comprenderli e a volte anche a cambiarne il destino. Ma accanto a questo talento mostra anche una serie di debolezze molto umane: amante della buona cucina, accanito bevitore e fumatore, proprio non può rinunciare a un bicchiere di calvados e al suo Gris, il tabacco trinciato francese, secco e molto forte. Impensabile immaginarlo senza la sua pipa!

MONTALBANO E LA BUONA TAVOLA – Dai detective del passato a uno dei giorni nostri, l’amatissimo commissario Montalbano non sarebbe il grande personaggio che è se non avesse un vero e proprio culto della tavola. I suoi pasti sono un rito con tutti i crismi, da consumarsi in religioso silenzio, senza essere disturbato. Da buon siciliano, il suo piatto preferito è il pesce, dalle sarde a beccafico alle triglie fritte. Ma anche gli arancini, la pasta ‘ncaciata o alla norma, la caponatina. Camilleri aveva rivelato che proprio le triglie fritte erano il suo piatto preferito, ma che per motivi di salute gliele hanno proibite, insieme a una lunga lista di altre succulente pietanze. Ecco perché, per consolarsi, fa strafogare il suo personaggio. Quella per la cucina è una passione – e una debolezza – che il commissario condivide con Pepe Carvalho, il detective creato dallo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, in onore del quale Camilleri ha scelto di battezzare Montalbano il suo personaggio.

I VIZI DEI PROTAGONISTA DEL NOIR – Negli anni Trenta del Novecento, in America, dall’illustre tradizione del poliziesco si distacca una via letterario più cupa, cruda, realisticamente torbida, noir. Un genere che ha tra i suoi più illustri interpreti Dashiell Hammet, che ne è l’iniziatore, e Raymond Chandler, rimasti tra i più grandi scrittori di pulp fiction di tutti i tempi. I loro personaggi potrebbero definirsi i “cugini cattivi” di quelli prima citati: frequentano i bassifondi delle metropoli, vivono da emarginati, sono inclini all’alcolismo. Sono tratti che ritroviamo in Philip Marlowe, il più famoso personaggio di Chandler, protagonista de “Il grande sonno”, dove fa la sua prima apparizione, e di sette romanzi e un racconto successivi, reso immortale anche dall’interpretazione che ne ha dato sul grande schermo Humphrey Bogart. Investigatore privato a Los Angeles spesso in conflitto con le forze dell’ordine, interessato alle occasionali frequentazioni femminili, come tutti gli scapoli, ma di indole solitaria, è fumatore e bevitore accanito. Ne “Il lungo addio” frequentissime sono le scene in cui lo ritroviamo al bar a ordinare e consumare un “succhiello”, cocktail tipico di Las Vegas.

ALCOL E LETTERATURA – Alcol e letteratura è un binomio che riscuote sempre un certo successo tra scrittori e lettori. Basti pensare al personaggio di Henry “Hank” Chinaski, protagonista della maggior parte dei romanzi di Charles Bokowski, tra cui “Post Office” e “Storie di ordinaria follia” – portato sul grande schermo da Ben Gazzarra nell’omonimo film e da Mickey Rourke in “Barfly”. Misogino, instabile, passa da un lavoro all’altro e fa tarda notte con compagne occasionali. Alcolizzato, beve continuamente Boilermaker, che consiste in un boccale di birra seguito da uno shot di whisky, “passione” che condivide con lo stesso Bukowski, di cui è considerato l’alter ego. Bevitore incallito è anche Barney Panofsky, protagonista del romanzo “La versione di Barney” dello scrittore canadese Mordecai Richler, portato sul grande schermo nel 2010 dal regista Richard J. Lewis e interpretato da Paul Giamatti.

ZENO E IL FUMO – Quando si parla di fumo invece, impossibile non pensare subito a “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo. Proprio il vizio del fumo e il tentativo di smettere è uno dei nodi tematici principali del racconto autobiografico di Zeno Cosino, un diario redatto su consiglio del suo psicoanalista, o sedicente tale, Dottor S. – nella finzione letteraria è quest’ultimo che firma la prefazione al libro, dicendo di aver voluto pubblicare questo scritto come vendetta contro il suo ex paziente che ha abbandonato la terapia. Zeno si rivolge al terapista e inizia a tenere le sue memorie per ricostruire l’origine e risolvere il senso di inettitudine e inadeguatezza che lo tormenta, e che si manifesta anche, in maniera emblematica, nella sua incapacità di darci un taglio con il vizio del fumo.

PECCATI DI GOLA – Abbiamo parlato dell’inclinazione alla buona tavola del commissario Camilleri, ma lui di certo non è l’unico ad avere il vizio della gola. Basti pensare a “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl: tra i fortunati bambini che trovano in una tavoletta di cioccolato il biglietto d’oro per andare a visitare la mitica fabbrica di dolci di Willy Wonka, Augustus Gloop si ricorda per il suo proverbiale appetito, la sua insaziabile golosità e la sua stazza corpulenta. Anche Norman Bombardini, personaggio de “La scopa del sistema” di David Foster Wallace, appartiene a questa schiera: re dell’ingegneria genetica, si ingozza di cibo e sogna di ingurgitare il mondo intero.

IL VIZIO DEL GIOCO – Quando si parla di vizi infine come non citare quello del gioco, il demone che tormenta Aleksej Ivànovic, alias “Il giocatore” di Dostoevskij. Precettore presso una famiglia di Roulettenburg, immaginaria città tedesca famosa per i suoi casinò, giocherà fino a sacrificare e perdere tutto, i soldi e l’amore della sua vita.

FINCHÉ ESISTERANNO UOMINI, ESISTERÀ IL VIZIO – “Nessuna immagine collettiva umana, dalle divinità dell’antica Grecia agli Archetipi della psicologia analitica, si sottrae all’attribuzione del vizio. Ne è esente solo la trinità cattolica”, conclude Rachele Bindi. “Del resto Tacito scriveva ‘Il vizio esisterà fino a che esisteranno gli uomini’.”

7 febbraio 2014

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