Giusi Quarenghi, ”L’infanzia è il Paese in cui niente muore”

Un amore incondizionato per libri e lettura. Sullo sfondo, un piccolo e tranquillo paesino di montagna. E' questa la cornice all'interno della quale è maturata l'esperienza letteraria di Giusi Quarenghi...

La scrittrice di libri per bambini e ragazzi, protagonista oggi al Festival Tuttestorie, in questa intervista ci parla del suo rapporto con la scrittura e del suo amore per i libri

MILANO – Un amore incondizionato per libri e lettura, che ha avuto come quasi inevitabile conseguenza la scrittura di storie. Sullo sfondo, un piccolo e tranquillo paesino di montagna, in cui i bambini negli anni Cinquanta si divertivano anche senza la tv. E’ questa la cornice all’interno della quale è maturata l’esperienza letteraria di Giusi Quarenghi, scrittrice specializzata nella narrativa per ragazzi e bambini, con una grande passione per il mondo della poesia. La Quarenghi che quest’oggi sarà protagonista al Festival Tuttestorie di Cagliari con un intervento sul tema delle case nel periodo dell’infanzia, in questa intervista ci parla della sua passione per la lettura e la scrittura, ed in particolare per la forma d’espressione resa possibile dalla poesia.

 
Come è nata la sua passione per la scrittura, ed in particolare di libri per bambini?
La prima ad incontrarmi e fermarmi è stata la passione per la scrittura. Io nasco come amante di libri. Sono stata bambina negli anni Cinquanta, in un paesino di montagna in cui vi erano ben pochi svaghi. Ero fortunata però perché avevo intorno numerose possibilità di lettura. Per me la lettura era una chiave che mi permetteva di aprire ogni parola che fosse scritta. Da lì mi sono anche rassegnata alla scrittura. Leggendo, frequentando ed amando le storie degli altri, cominciano a venirti in mente le tue. E l’unico modo per fermarle è quello di scriverle. Ci sono arrivata dopo e con un po’ di fatica, perché ovviamente leggere significa leggere quello che già c’è e che possiamo scegliere in base a ciò che ci piace di più, mentre scrivere significa scrivere solo quello di cui si è capaci. La scrittura per bambini è stata più che una scelta una casualità, nel senso che sono partita da letture, narrazioni ed ascolti. Questo gioco di invenzioni, questa forma di storie è quella che mi ha accompagnata di più. La mia è stata identificata “a posteriori” come una narrazione per ragazzi. Questa suddivisione di scrittura per ragazzi e adulti ha sì una funzionalità, ma non è certo univoca. Non significa certo che quello che viene scritto per ragazzi e bambini non possa essere letto dagli adulti. Anzi, deve essere concepito come un testo che può essere letto dall’inizio, da quando si comincia ad appassionarsi alla lettura. Forse sarò un po’ generalista, ma credo che la scrittura per ragazzi possa essere considerata una scrittura per tutti, stabilito che non è una forma di narrazione di taglia minore, di taglia piccola, ma è forse più legata alle cose, alla terra, alle osservazioni prime.


Nei suoi libri ha trattato di diversi argomenti, anche molto lontani tra loro. A quale di questi si sente più legata, e perché?

A me piace principalmente avere a che fare con la poesia, ovvero quando quello che racconto riesce a portarmi dove la lingua si fa poesia. Secondo questa riflessione c’è un titolo a cui sono maggiormente legata, ed è “E sulle case il cielo”, un piccolo testo di poesie pubblicato dai Topipittori nel 2007, che per certi versi si è fatto da solo. L’ho scritto all’incirca in una ventina d’anni di osservazioni di bambini: guardando loro, si torna i fanciulli che si è stati. Si arriva quindi ad una mescolanza di generazioni. Si diventa grandi e si osserva il percorso di crescita. Queste osservazioni di bambini durante i viaggi in treno, quando fanno i capricci in spiaggia, quando sopportano le mamme, e talvolta anche quando le mamme devono sopportare loro, le distrazioni o le tenerezze, i litigi tra di loro, le attese tradite, la capacità di attenzione su certe cose e altrettante distrazioni. Si trattava quindi di piccoli e brevi appunti che quando hanno incontrato la matita di Chiara Ferrer hanno dato vita a questo testo, non senza le inevitabili fatiche editoriali, in quanto la poesia non viene accolta a braccia aperte.


Questa sera parteciperà al Festival Tuttestorie con un intervento molto interessante sulle case della sua infanzia. Può farci qualche anticipazione riguardo questo tema?

Questo è il libro che ho taciuto, è un libro creaturale. Mi è stata chiesta un’autobiografia d’infanzia che non avrei fatto se non avessi avuto una richiesta così esplicita. Si tratta di una bella collana che ripercorre in parte il Novecento: si può essere bambini, si è stati bambini e si può raccontarlo. Ho raccontato del periodo della mia infanzia, dei miei primi dieci anni,  che si collocano subito dopo la fine della guerra, negli anni Cinquanta, in cui non  aleggiava ancora lo spettro della televisione. Vivendo io in un piccolo paesino di montagna, questa è arrivata alla fine degli anni Sessanta. Sono quindi andata a ripescare episodi che potessero far capire cosa significasse essere bambini allora, nella curiosità di vedere se questi ricordi sarebbero potuti diventare un racconto, e su cui potersi mettere in cerchio e ritrovarsi dentro quel tempo particolare che è l’infanzia, che una poetessa americana ha definito come il regno in cui nessuno muore, e che a me piace definire come il Paese in cui niente muore. Questo è un po’ lo spirito di questo libro.

5 ottobre 2013

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