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Giuseppe Gulotta, ”Nel mio libro racconto ventidue anni trascorsi in carcere da innocente”

Una vicenda che ricorda il famoso Affaire Dreyfus quella che ha visto protagonista Giuseppe Gulotta, vittima di un caso di mala giustizia che lo ha costretto a trascorrere ventidue anni in carcere da innocente. All'età di 18 anni, Gulotta è stato accusato di essere il responsabile dell'omicidio di due carabinieri che prestavano servizio presso la caserma di Alcamo Marina...
Accusato ingiustamente di aver ucciso due carabinieri, Gulotta ha trascorso ventidue anni in carcere. La sua vicenda è ora raccontata nel libro “Alkamar”
 
MILANO – Una vicenda che ricorda il famoso Affaire Dreyfus quella che ha visto protagonista Giuseppe Gulotta, vittima di un caso di mala giustizia che lo ha costretto a trascorrere ventidue anni in carcere da innocente. All’età di 18 anni, Gulotta è stato accusato di essere il responsabile dell’omicidio di due carabinieri che prestavano servizio presso la caserma di Alcamo Marina, paese in cui lavorava come muratore. Costretto a confessare l’omicidio, ha trascorso ventidue anni in carcere e ha lottato trentasei anni per essere riconosciuto innocente. Tutta la vicenda è ora raccontata nel libro "Alkamar. La mia vita in carcere da innocente",  scritto a quattro mani con il giornalista Nicola Biondo. 
 
L’idea di scrivere un libro sulla sua vicenda è venuta già in carcere oppure dopo la sentenza definitiva di assoluzione?
L’idea del libro mi è venuta in carcere. Avevo già iniziato a scrivere parte della mia vita, dalla nascita sino al momento dell’arresto, ma l’idea si è concretizzata ancor di più dopo la sentenza di assoluzione. Volevo scrivere tutta la vicenda, naturalmente se avessi trovato una persona che potesse aiutarmi in questo racconto. L’ho poi individuata in Nicola Biondo, che è il co-autore di questo libro. 
 
Partiamo da una data, il 27 gennai 1976. Cosa successe esattamente quel giorno?
Io mi trovavo a lavorare nella zona di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Quel giorno  si vedevano parecchi elicotteri sorvolare i cieli, e non se ne capiva il motivo. La sera scoprii che erano stati uccisi due carabinieri proprio ad Alcamo. Da lì “Alkamar”, titolo del libro, che si rifà al luogo in cui sorgeva la caserma presso cui prestavano servizio i militari uccisi. Lì per lì, non toccandomi direttamente la cosa, non  diedi  molta importanza alla vicenda. 
 
Cosa si prova ad essere innocenti e non poterlo dimostrare?
Si prova qualcosa di indescrivibile. In carcere parlavo della mia vicenda con chiunque, con alcuni detenuti con cui avevo instaurato un rapporto di confidenza, con le guardie, con gli educatori, i direttori, il magistrato quando possibile. E la risposta che ricevevo era sempre la stessa: “C’è una sentenza che ti condanna, è segno che ci sono delle prove a tuo carico. Noi da qui non possiamo fare nulla”. L’unico conforto era dato dai possibili benefici di cui avrei poi potuto godere per buona condotta. Nei primi anni, pensando all’innocenza e vedendomi rinchiuso nella cella di un carcere, con fuori la mia famiglia a cui non potevo dare alcun tipo di sostegno, mi sentivo davvero annientato. Ho cominciato a riprendermi la mia vita quando ho scoperto l’ordinamento penitenziario, il quale prevedeva che anche per gli ergastolani fosse possibile tornare all’esterno. 
 
Lei è stato dapprima assolto per insufficienza di prove, poi condannato all’ergastolo ed infine assolto con formula piena. Qual è il suo giudizio sulla giustizia italiana e nei confronti delle istituzioni?
Il grande problema della giustizia italiana è che tanti magistrati di allora si attenevano soltanto alle prove che venivano portare loro dai carabinieri.  A loro veniva data massima fiducia, mentre alle mie parole, specialmente quelle che descrivevano le torture subite dalle forze dell’ordine per estorcere una confessione falsa, non veniva dato peso. Pensavano fosse impossibile che per le tante botte subite qualcuno si facesse carico di accuse riguardo un fatto che non aveva compiuto. Ho subito circa dieci processi in tutta la mia vita, fin quando attraverso la revisione siamo giunti all’assoluzione. Con il senno di poi posso dire che bisogna avere fiducia nella giustizia, in quanto vi sono magistrati che ascoltano e credono alle parole dell’imputato. Dalle istituzioni non ho mai ricevuto scuse. Ma sinceramente ora delle loro scuse me ne faccio ben poco. Probabilmente le avrei accettate subito, ma a distanza di un anno e mezzo no.  Posso dire alle istituzioni, ed in particolare all’Arma dei Carabinieri, che dovrebbe scusarsi per le persone che li rappresentavano al momento del fatto, ma scusarsi non tanto con me quanto con i famigliari dei due carabinieri uccisi, per avergli dato dei falsi colpevoli. 
 
Si è mai dato una spiegazione per quanto successo?
L’unica spiegazione che mi potrei dare è che la mia colpevolezza  e la condanna degli altri miei co imputati sia servita a nascondere qualcosa a me ovviamente sconosciuto. Dopo trentasei anni potrebbero anche dirci per quale motivo sia avvenuto tutto questo, che cosa doveva essere davvero nascosto. Con il processo di revisione io lottavo per la mia innocenza, non per scoprire i colpevoli. Questo è un compito che non spetta a me, ma alla magistratura e ai suoi organi. Grazie ai miei avvocati, che hanno combattuto con me, ce l’abbiamo fatta.  Io non dico che tutto è andato bene, ma dico che è andata nel modo giusto. Questo risultato doveva arrivare trentasei anni fa, bisognava rimanere con quella sentenza di assoluzione in primo grado ma non per insufficienza di prove, bensì con formula piena. 
 
14 maggio 2013
 
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