Giulia Blasi, ”Nel mio libro i ragazzi lottano per difendere la loro scuola, che è la loro comunità e il loro mondo”

Quando si scrive romanzi per ragazzi bisogna evitare un atteggiamento condiscendente: i ragazzi non hanno bisogno di lezioni, quel che si può trasmettere loro passa attraverso la spontaneità. Ne è convinta Giulia Blasi, autrice de ''Il mondo prima che arrivassi tu'', che ci presenta qui il suo nuovo libro, ''Siamo ancora tutti vivi'', il secondo scritto per la collana young adult di Mondadori...

L’autrice parla della sua passione per la narrativa young adult e presenta il suo ultimo romanzo, “Siamo ancora tutti vivi”

MILANO – Quando si scrive romanzi per ragazzi bisogna evitare un atteggiamento condiscendente: i ragazzi non hanno bisogno di lezioni, quel che si può trasmettere loro passa attraverso la spontaneità. Ne è convinta Giulia Blasi, autrice de “Il mondo prima che arrivassi tu”, che ci presenta qui il suo nuovo libro, “Siamo ancora tutti vivi”, il secondo scritto per la collana young adult di Mondadori. La vicenda ha inizio con la notizia che due classi dell’Istituto Comprensivo Erminia Da Col, il Liceo Classico frequentato dai protagonisti, stanno per chiudere a causa di una riforma del Provveditorato. Gli alunni non possono stare fermi a guardare, e si danno da fare per salvare la loro scuola.

Com’è venuta la decisione di scrivere romanzi per ragazzi?
Non è stata una decisione , è stata una strada intrapresa naturalmente, molto tempo fa: il mio primo romanzo, pubblicato da un editore triestino, Lint, era un romanzo per ragazzi. Nel 2009 poi, Mondadori mi ha proposto di scrivere un libro per la sua collana young adult: io  avevo già un’idea per una storia, per cui è stato automatico accettare. È nato così “Il mondo prima che arrivassi tu”, dopo di che – io ci avevo preso gusto – è venuto anche “Siamo ancora tutti vivi”. È una cosa che mi è sempre piaciuta scrivere queste storie: io leggo molti libri per young adult. Si tratta di una branca della narrativa abbastanza bistrattata, e invece vanta autori straordinari, con una profondità e una meraviglia dell’osservazione dell’esperienza umana che manca in tanti libri per adulti. I libri di John Green per esempio sono bellissimi.

E invece com’è nata l’idea di questo libro, “Siamo ancora tutti vivi”?
È nata da un episodio di vita vera: io sono stata ospite, per la presentazione de “Il mondo prima che arrivassi tu”, di una scuola della Brianza, cui è dedicato “Siamo ancora tutti i vivi” – un’esperienza molto divertente, quando vado nelle scuole ho sempre l’impressione di portarmi via molto più di quanto ho dato. Poco dopo quell’occasione, comunque, una ragazza di quell’istituto mi ha contattata per dirmi che due classi del liceo classico, la quinta ginnasio e la prima liceo, stavano per essere chiuse per difficoltà create dalla riforma Gelmini: gli alunni di quelle classi non avrebbe potuto frequentare l’anno successivo presso quella scuola. I ragazzi hanno messo in piedi una grande protesta, cercando di portare il più possibile all’attenzione pubblica il loro caso, allertando anche i giornali. Non ho raccontato alla lettera la loro storia: i personaggi del mio romanzo sono di fantasia, e le decisioni che prendono dopo aver saputo dell’imminente chiusura delle classi sono molto diverse. Non c’è nemmeno nessun riferimento specifico alla riforma Gelmini: il riferimento potrebbe essere a qualsiasi ministro dell’istruzione di qualsiasi periodo della storia italiana – la scuola è bistrattata da molto tempo. Ma dalla vicenda ho tratto l’idea di questa occupazione sgangherata – ultimo baluardo di difesa di un mondo – che  racconto nel libro. Non dico però com’è andata a finire la storia della scuola brianzola, perché altrimenti svelerei il finale del libro…


Il libro affronta i temi topici della narrativa per ragazzi: l’amicizia, i primi amori, i rapporti famigliari che si fanno più complessi. Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere loro con questo suo libro?

Non ho scritto questo libro per mandare un messaggio, l’ho scritto perché mi piacevano una storia e i suoi personaggi. Non credo nella narrativa mirata a trasmettere un messaggio, soprattutto non in quella che vorrebbe trasmettere un insegnamento ai ragazzi: bisognerebbe evitare questo genere di condiscendenza, i ragazzi non hanno bisogno di lezioni! Quello che possono portare via da un libro, quello che si può trasmettere loro, passa tutto attraverso la spontaneità. Quando creo dei personaggi, cerco di far sì che abbiano una profondità, una dimensione, non mi interessano gli stereotipi. Sto molto attenta, per esempio, che le ragazze non siano fissate sulle “solite quattro cose” che di solito piacciono loro nella narrativa: rispetto sempre la cosiddetta “Bechdel Rule”, approvata dalla fumettista Alison Bechdel e applicata originariamente ai film, secondo cui per verificare se un film possa essere interessante per le donne bisogna accertarsi che ci sia almeno una scena in cui due donne parlano tra loro di qualcosa che non sia un uomo. In questo libro c’è una consistente presenza di ragazze che interagiscono tra loro parlando di tutt’altro piuttosto che di ragazzi, e l’unica scena in cui si parla di maschi è una scena molto negativa, in cui le ochette della scuola si riuniscono per darsi consigli, piuttosto conservatori, riguardo ai rapporti con l’altro sesso. Con i personaggi ci devo stare, devo passare con loro dei mesi di lavoro, per cui devono essere persone che mi piacciono, vere, di cui voglio seguire la storia, cui posso affezionarmi.

Il tema affrontato – quello della scuola pubblica sacrificata da riforme ministeriali – è di grande attualità nella vita quotidiana dei ragazzi italiani. Cosa rappresenta la scuola per un adolescente? Come si può richiamare l’attenzione delle istituzioni sulle necessità del nostro sistema scolastico?
Cosa sia la scuola per un adolescente non lo so. So che cos’era per me o so cos’è per i personaggi del mio libro: è tutta la loro vita, la loro comunità, il posto dove hanno trovato una casa. L’idea di essere dispersi, che due classi non esistano più, che si crei questo buco generazionale, per loro è veramente una tragedia. Se fosse stato chiuso tutto l’istituto sarebbe stato un altro discorso, ma qui si tratta proprio di “killeraggio selettivo” di due classi che hanno avuto pochi iscritti: per loro si tratta di un’ingiustizia. Loro  a scuola ci vogliono andare. Magari non hanno voglia di studiare, ma quello è il loro mondo: difendere la scuola per loro significa difendere la loro comunità e la loro vita.
Io credo che questa sia un atteggiamento abbastanza comune a tutti, non solo ai ragazzi: tutti noi cerchiamo di difendere il nostro patrimonio, la nostra terra, le persone cha abbiamo attorno, il nostro posto di lavoro o anche, per dire, il circolo di tennis a cui siamo iscritti. In altre parole tutti noi cerchiamo di difendere la nostra comunità, perché senza questa ci sentiamo perduti.
Credo che sia molto brutto dover sensibilizzare le istituzioni sul tema della scuola: dovrebbe essere normale difendere l’istruzione pubblica! In ogni caso penso che i ragazzi stiano facendo in questo momento tutto il possibile per richiamare l’attenzione: protestano, scendono in piazza, si vestono da libri. Credo che ora spetti al governo, di qualunque parte sia, smetterla di tagliare in questo modo assurdo e discriminante sulla scuola pubblica e cominciare invece a finanziarla: è vero che la scuola non dà dividendi nell’immediato, ma li dà dopo qualche anno. Il tempo di un ciclo scolastico – cinque anni – e si ha una nuova generazione di diplomati in gamba.   

Tra gli argomenti trattati c’è anche quello, molto delicato, della disabilità. Come si fa a catturare la sensibilità dei ragazzi su questa tematica? Ritiene che sia un argomento abbastanza presente nella letteratura per ragazzi?

Io credo di sì, non in Italia magari – forse perché qui vanno molto il rosa e il paranormale, per cui la disabilità è magari un argomento meno trattato – ma all’estero c’è già più attenzione su questo tema. C’è per esempio un libro di John Green, “Colpa delle stelle”, che parla di due ragazzi malati di cancro. Nella quotidianità naturalmente devono affrontare grandi difficoltà – lui, Augustus, è senza una gamba, lei è costretta a portarsi sempre dietro il respiratore – e tuttavia vivono con questi limiti, e non a dispetto di questi limiti. Il mio personaggio, Eva, malata di SLA, all’inizio doveva essere il cardine della storia. Poi però mi sono resa conto che era un personaggio come tutti gli altri: sì, Eva ha una malattia degenerativa grave, ma ha una vita normale. Non è una persona straordinaria, non ha quella caratteristiche di forza d’animo fuori dal comune che di solito si attribuiscono ai disabili – come a voler dire per forza che sono migliori di noi, cosa abbastanza penosa. È una ragazza come tutte le altre: addirittura arriva a sfruttare la sua malattia per attirare l’attenzione del politico pasticcione che diventa il punto di riferimento adulto della storia. Quello che ho cercato di fare è stato trattare la disabilità di Eva come una parte della storia e non come la storia, Eva non è la sua disabilità, la disabilità è solo una parte di lei.

 

2 febbraio 2013

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