Giovanni Fasanella, ”Borsellino e Falcone violarono per primi l’impunità dei vertici mafiosi”

''La sola indagine giudiziaria non è sufficiente a ricostruire la verità su un fenomeno complesso come la mafia, occorrono anche gli strumenti dell’indagine giornalistica e storiografica''. Proprio da questa convinzione nasce ''Una lunga trattativa'', in cui il giornalista Giovanni Fasanella fa luce sull'intreccio tra Stato e mafia...
Nel giorno della morte di Paolo Borsellino, il giornalista tributa il suo ricordo al grande magistrato e ricostruisce lo scenario storico in cui si inserirono gli attentati del 1992-93, quello delineato anche nel suo libro, “Una lunga trattativa”

MILANO – “La sola indagine giudiziaria non è sufficiente a ricostruire la verità su un fenomeno complesso come la mafia, occorrono anche gli strumenti dell’indagine giornalistica e storiografica”. Proprio da questa convinzione nasce “Una lunga trattativa”, in cui il giornalista Giovanni Fasanella fa luce sull’intreccio tra Stato e mafia alla luce della nostra storia unitaria. L’autore ci regala anche il suo ricordo di Borsellino, nel giorno della morte del grande magistrato.

Perché è nato questo libro?

Il libro è nato da una mia convinzione, maturata nell’arco di 15 anni dedicati alla ricostruzione dei cosiddetti “misteri d’Italia” – o, come preferisco dire io, alla “storia segreta, indicibile d’Italia”: la storia giudiziaria del nostro Paese ha lasciato una domanda di giustizia e verità senza risposta. A parte un’unica eccezione, non c’è stata strage che abbia avuto dei colpevoli riconosciuti tali da sentenza del tribunale. Questa convinzione è stata confermata quando la magistratura siciliana ha dovuto riconoscere che il processo per l’assassinio di Borsellino, concluso con 11 sentenze di condanna, era tutto da rifare perché si basava quasi completamente sui racconti di un falso pentito. La mafia ha un braccio politico-istituzionale ed economico-finanziario, ha un aspetto imprenditoriale, è una rete di relazioni e alleanze, di rapporti di potere: l’idea di poter aggredire un fenomeno così complesso con la sola repressione giudiziaria è illusoria. Per ricostruire la verità su questo fenomeno occorrono anche gli strumenti dell’indagine giornalistica e storiografica.

Quali studi, documentazioni e testimonianze sono confluiti qui?
Il libro è frutto di testimonianze da me personalmente raccolte, di personaggi con cui sono venuto a contatto nel corso della mia attività professionale – Francesco Cossiga, l’ex ambasciatore americano a Roma Reginald Bartholomew, Luciano Violante, dirigenti della Gladio, il generale Mori e tanti altri. Ho incrociato queste testimonianze con fonti bibliografiche, storiografiche e provenienti da inchieste giudiziarie. Ho così cercato di ricostruire un filo che parte dal Risorgimento e arriva fino alla caduta della Prima Repubblica. La mafia è una tara genetica che nasce insieme all’Italia unitaria e attraversa tutte le fasi più delicate della sua storia, intervenendo ora in modo silenzioso, ora con le bombe.

Quali sono gli aspetti meno noti della collusione tra Stato e mafia?
Innanzi tutto pochi sanno del “patto dei patti” stipulato dagli anglo-americani con le cosche nel 1943. I servizi segreti alleati si servirono della mafia, che aveva il pieno controllo territoriale, per sbarcare in Sicilia senza incontrare ostacoli. Nelle ultime fasi della guerra poi, quando ormai era scontato l’esito che questa avrebbe avuto, cambiò improvvisamente lo scenario: l’alleato comunista si trasformò nel nuovo pericolo. Gli anglo-americani iniziarono allora a intessere una rete di alleanze da sfruttare per una guerra clandestina al nuovo nemico. Questa rete aveva il suo perno proprio nella mafia, saldata con pezzi di massoneria e con apparati della vecchia classe dirigente fascista. Finita la guerra, per onorare il patto gli alleati consegnarono la Sicilia alle cosche, attraverso lo statuto che la dichiarava regione autonoma, con cui una serie di strumenti di potere politico, economico e finanziario vennero consegnati alla mafia. Nel ’47 poi, l’equilibrio creato dagli anglo-americani in Sicilia fu consolidato attraverso il trattato di pace imposto dalle potenze vincitrici alla nazione sconfitta, l’Italia. Tra le clausole di questo trattato ce n’era che diceva che le autorità italiane si sarebbero dovute impegnare a garantire l’impunità a chi aveva appoggiato la causa degli alleati. Veniva allegato un documento, ancora oggi segreto, che conteneva una lista dei personaggi cui non si sarebbe dovuto torcere un capello  – tra questi, non è assurdo ipotizzare che ci fossero mafiosi che avevano aiutato lo sbarco in Sicilia, massoni, ex fascisti, che venivano ora inglobati in una rete  con funzione anticomunista.

In quale scenario si inseriscono gli attentati del 1992-93?
Dopo la caduta del muro di Berlino, gli anglo-americani ritennero che l’Italia avesse perso la sua funzione strategica. Le forze della guerra clandestina al comunismo si trovarono così orfane. Cadute le protezioni internazionali e le protezioni interne – iniziava la rivoluzione di mani pulite, quindi scompariva gran parte della classe dirigente anticomunista della Prima Repubblica, che era il referente politico della mafia –, queste si sentirono abbandonate e reagirono con le bombe e le stragi. Erano dei segnali rivolti ai loro interlocutori perché tornassero a sedersi intorno a un tavolo e a ridefinire i patti.

Qual è stato il valore dell’opera di magistrati come Paolo Borsellino nella lotta contro la mafia? Qual è l’insegnamento che ancora oggi ci trasmette il ricordo di un uomo come lui?

Borsellino e Falcone – mi viene difficile parlare di questi due grandi personaggi divisi uno dall’altro, non è un caso che lavorassero insieme e che insieme siano morti – sono stati due grandissimi magistrati, tra i migliori che l’Italia abbia mai avuto. Lavoravano con intelligenza: non si accontentavano di colpire singoli boss, ma cercavano di ricostruire l’intero sistema in cui la mafia si muoveva, intesseva alleanze e coltivava i suoi interessi. Grazie a loro, dopo decenni per la prima volta venne violata quell’impunità garantita dal trattato di pace. Con il famoso Maxiprocesso, che nel 1986 si concluse con tante sentenze di condanna di boss mafiosi di primissimo piano, i due magistrati fecero esattamente quello che non andava fatto: colpirono la mafia ad alti livelli. E soprattutto, non volevano accontentarsi: volevano iniziare a indagare non solo sulla mafia come organizzazione criminale, ma anche come potere politico ed economico, aprendo quella famosa inchiesta mafia-appalti che mirava molto ma molto più in alto, alla mafia dei colletti bianchi, alle sue relazioni interne e internazionali. L’insegnamento che ci hanno lasciato è un invito a proseguire il loro lavoro, che è rimasto incompiuto, e a proseguirlo con la loro stessa capacità. Borsellino e Falcone non andavano spesso in televisione, non amavano apparire nei talkshow. Lavoravano in silenzio, ma lavoravano sodo, e per questo, quando colpivano, colpivano duro.

19 luglio 2013

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