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Giovanni Falcone, l’omaggio di Francesca Barra

Poco più di un anno fa, il 19 maggio, una ragazza Melissa Bassi, a soli sedici anni, rimase vittima dell'atteantato alla scuola Falcone Morvillo di Brindisi...

Poco più di un anno fa, il 19 maggio, una ragazza Melissa Bassi, a soli sedici anni, rimase vittima dell’atteantato alla scuola Falcone Morvillo di Brindisi. Stava andando a scuola. L’attentatore provò a difendersi e a infondere compassione dicendo:"ce l’ho con il mondo".

Fu accusato di strage con finalità terroristica. Nessuna indulgenza, nessuna giustificazione, nessuna marcia per il folle. Nessuna dietrologia, nessuna pericolosissima compassione. Com’è giusto che sia. Perchè si chiamano stragi. Tiziano Della Ratta, giovane carabiniere, è stato ucciso, mentre svolgeva il proprio lavoro, a Caserta, durante una rapina. Eppure, molti giornalisti continuano a non scrivere il suo nome. Scrivono: "morto il carabiniere".

Prima di essere un carabiniere era un uomo giovane, marito e padre di un bimbo di 1anno. Se non impareremo che non solo i boss hanno un nome, li sacrificheremo due volte. Se non impareremo che le storie degli altri sono più importanti dell’impaginazione, del tempo e che dobbiamo allenare la memoria, a cosa sarà servito il loro sacrifici. Qualcuno ha provato a giustificare invece l’attentatore che ha ferito Giuseppe Giangrande, carabiniere, colpito fuori dal parlamento sostendendo che forse "la crisi, la cattiva politica, potesse produrre drammi e gesti ultimi, sconsiderati." Pensiero pericolosissimo, che rischiava e rischia di produrre emulazione. (l’uomo ricordiamo aveva invece acquistato anni prima la pistola al mercato nero).

Se c’è una cosa che ho imparato dai familiari delle vittime innocenti è che spesso quando qualcuno viene ammazzato si dice che si trovassero nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Le famiglie mi hanno insegnato invece che sono i killer a trovarsi nel momento sbagliato, nel posto sbagliato.
Perché un carabiniere è nel posto giusto. Sta svolgendo il proprio dovere.

E’ mia una battaglia da tempo. Dovrebbe essere di tutti. Per questo vorrei riportarvi,un estratto del libro: "Giovanni Falcone un eroe solo", che ho scritto con Maria Falcone che riguarda gli uomini delle scorte, anche loro per troppi anni chiamati soltanto: "scorte":

"Erano tutti giovani.
Rocco Dicillo aveva da poco compiuto trent’anni; era originario di Triggiano, in provincia di Bari. Scortava Giovanni dal 1989.
Montinaro non aveva ancora trent’anni. La- sciò la moglie Tina e due figli: il più grande aveva quattro anni; al secondo, di un anno e mezzo, aveva dato il nome Giovanni. Montinaro era il caposcorta e aveva instaurato un rapporto parti- colare con mio fratello, che lo aveva voluto con sé a Roma. In un’intervista rilasciata poco prima di morire, alla giornalista che gli aveva chiesto cosa fosse il coraggio per un uomo come lui che faceva parte della scorta di un magistrato in continuo pericolo, Antonio aveva risposto che chi fa que- sto mestiere ha sempre la possibilità di scegliere fra la vigliaccheria e la paura: «La paura è qualco- sa che tutti abbiamo. Chi ha paura sogna, ama, piange. È un sentimento umano. La vigliaccheria non deve rientrare nell’ottica umana. Come tutti gli uomini io ho paura. Non sono vigliacco. La paura nella mia posizione è lasciare i bambini soli.

Per un uomo sposato la paura si gestisce in virtù della propria famiglia. Si ha paura di non avere la capacità di morire per una ragione valida. […] In Italia ci si dimentica delle famiglie dei poliziotti uccisi». Quasi quotidianamente, ricorda la moglie, parlava della morte: «Il giorno che accadrà mi verrai a raccogliere con un cucchiaino». Ma era comunque allegro, vivace.

Vito Schifani aveva ventisette anni; era nato a Ostuni, aveva un bambino di pochi mesi e una moglie, Rosaria, di cui tutti ricordiamo il discorso durante il funerale.

A vent’anni di distanza- dice Maria Falcone- ancora non riesco a commentare questi fatti.
 Ernest Hemingway dice : «L’uomo non trionfa mai del tutto, ma anche quando la sconfitta è totale quello che importa è lo sforzo per affrontare il destino e soltanto nella misura di questo sforzo si può raggiungere la vittoria nella sconfitta».
Ecco a chi penso oggi, 23 maggio. A loro.

 

Francesca Barra

 

23 maggio 2013

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