Speciale Giovanni Falcone

Giovanni Falcone, esempio di legalità come tutte le persone cadute per mano della mafia

Legalità. Come rispetto di un sistema di regole formali, l’osservanza della legge. Ma soprattutto come adesione convinta a un insieme di valori che vanno oltre la forma, per investire il senso più profondo di una convivenza civile...

Legalità. Come rispetto di un sistema di regole formali, l’osservanza della legge. Ma soprattutto come adesione convinta a un insieme di valori che vanno oltre la forma, per investire il senso più profondo di una convivenza civile, di una dimensione profondamente morale della responsabilità dell’essere “cittadino”, prima ancora che lavoratore, imprenditore, magistrato, professore, politico, operatore sociale, personalità della cultura, uomo e donna delle istituzioni. Legalità, come scelta e orizzonte di vita.

Viene in mente proprio questa parola, legalità, ripensando a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino e, con loro, a tutte le persone cadute per mano della violenza mafiosa, nella lunga e drammatica stagione recente della storia d’Italia. E l’omaggio della memoria che va loro tributato e rinnovato va costruito non solo ricordandone l’impegno e le attività, ma soprattutto approfondendo, nel discorso pubblico, i temi cui hanno ispirato il loro lavoro di “uomini della legge”. Questione d’attualità, naturalmente, proprio in tempi in cui la corruzione estesa e i legami tra criminalità economica e organizzazioni di mafia, ‘ndrangheta e camorra, si rivelano purtroppo di grandissimo rilievo, incidendo negativamente sulla politica e sull’economia, sulle istituzioni e sulla stessa vita civile.

C’è da continuare, dunque, su una severa opera di prevenzione e di repressione delle attività mafiose, incidendo anche sui legami tra cosche, affari, politica e pubblica amministrazione. E da agire, contemporaneamente, con profonde riforme della pubblica amministrazione nel segno della semplificazione e della trasparenza (complessità e opacità dei processi decisionali, in materia di appalti e forniture, favoriscono i traffici mafiosi, com’è noto da tempo e ampiamente documentato). E anche alla giustizia è necessario guardare, come facevano appunto Falcone e Borsellino: una giustizia efficiente ed efficace, rigorosa e rispettosa, attenta a declinare nelle indagini e nelle sentenze il miglior “senso dello Stato”. Proprio i magistrati di Palermo, colleghi di Falcone e Borsellino e legati alla loro lezione, hanno mostrato che quell’obiettivo è raggiungibile.

Alla politica, che non perde occasione per ricordare (spesso retoricamente) Falcone, Borsellino e gli altri magistrati vittime, va chiesto un impegno reale e coerente di buon governo, tagliando fuori le organizzazioni mafiose dal sistema di relazioni in cerca del consenso. E alle imprese tocca farsi carico di una pratica, anch’essa coerente, di competizione aperta, nel rispetto dei valori di mercato.  Mercato ben regolato e mafia sono agli antipodi. Mafia e buon governo stanno su dimensioni opposte. E la memoria dei “servitori dello Stato” vittime della violenza mafiosa merita d’essere onorata con seri impegni, buone riforme.

 

Antonio Calabrò

23 maggio 2014

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