Giovanni Cocco, ”Al Premio Campiello concorro per vincere”

La voglia di scrivere, raccontare, e cimentarsi in ardue imprese letterarie è pane per i denti di Giovanni Cocco. Classe 1976, è approdato nel mondo della letteratura dopo numerosi mestieri di tutt'altro genere. Con il suo romanzo ''La caduta'', primo di una serie di altri tre che andranno a comporre l'intera opera ''Genesi'', Cocco è entrato nella cinquina dei finalisti del premio Campiello...

Giovanni Cocco, entrato nella cinquina dei finalisti del premio Campiello, in questa intervista commenta la sua candidatura e ci spiega la nascita del suo progetto editoriale e i progetti futuri

MILANO – La voglia di scrivere, raccontare, e cimentarsi in imprese letterarie ardue e difficili è pane per i denti di Giovanni Cocco. Classe 1976, è approdato nel mondo della letteratura dopo numerosi mestieri di tutt’altro genere. Con il suo romanzo “La Caduta”, primo di una serie di altri tre che andranno a comporre l’intera opera “Genesi”, Cocco è entrato nella cinquina dei finalisti del premio Campiello. In quest’intervista, l’autore commenta la sua candidatura, descrive la nascita del suo ambizioso progetto letterario e ci racconta i suoi futuri progetti in campo editoriale.


E’ un’emozione forte essere tra i cinque finalisti del Campiello? Come ha accolto la notizia?

L’istante preciso in un fotogramma: ero in cucina alle prese con missoltini e polenta quando, all’improvviso, mi è arrivato un sms da Padova. Un amico mi ha scritto: “Sono alla selezione per il Campiello, La Caduta è fra i più votati”. Non le racconto l’ora successiva in attesa del verdetto ufficiale. E’ emozionante, è la vittoria di una squadra, quella di Nutrimenti, che alle selezioni per il Premio aveva portato ben quattro libri, tutti splendidi. La prima volta in cui una casa editrice indipendente entra in cinquina.

Quali sono le speranze e le aspettative derivanti da questa candidatura?
Ha presente la scena finale di Rocky? Quella in cui al termine dell’incontro con Apollo Creed Balboa, di fronte al giornalista che gli chiede del futuro, esclama: “Non me ne frega nulla del futuro”. Beh, per me è la stessa cosa. Essere lì è già una vittoria. Non le nascondo, però, che il fatto di passare l’estate in giro per l’Italia con alcuni mostri sacri della letteratura italiana un po’ mi imbarazzi. Cosa ci faccio io lì? Ho letto tutti e 4 gli altri libri, e sono bellissimi. Per cui cercherò di osservare gli altri autori, come fa il garzone con il capo, l’apprendista con il Maestro. Di una cosa però sono certo, al di là del fair play: arrivati a questo punto non andiamo a Venezia per fare una vacanza. Nutrimenti non è una meteora. Rappresenta un’eccellenza tutta italiana, un modello. In casa editrice ci sono professionalità straordinarie. Basta osservare il catalogo. Non siamo una Cenerentola. Rappresentiamo il nuovo. E per quello che mi riguarda nella vita, fin da quando, ancora ragazzino, sbucciavo le ginocchia sui campetti di provincia per portare a casa il gol decisivo, non ho mai giocato per partecipare. Si va lì per vincere. Contro tutti i pronostici. Perché al di là delle dichiarazioni di rito conta solo una cosa: vincere.
 
Come è venuta l’idea di scrivere un libro così complesso come “La caduta”, che tratta un tema particolare e delicato come quello della cosiddetta ‘caduta dell’Occidente’?
Alla fine del 2009 dopo varie traversie professionali mi sono ritirato a Lenno, un paesino sul lago di Como, raccontando in giro che da grande avrei fatto lo scrittore. Ho scritto e riscritto quel libro decine di volte. Volevo dimostrare che anche in lingua italiana era possibile fare qualcosa di diverso. Proporre strade alternative. L’obiettivo era quello di avvicinarsi alla narrativa d’oltreoceano. Il desiderio quello di affrontare tematiche come quelle della Crisi finanziaria che stava investendo l’Europa. Storie che parlassero di aborto, di migrazione forzata, di periferie in subbuglio. Volevo raccontare la Crisi dell’occidente ma anche il Mediterraneo in fiamme, le catastrofi naturali e quelle dettate dal progresso tecnico-scientifico. Il risultato è che il romanzo è stato rifiutato da tutti. “Troppo difficile, troppo lungo, non è ambientato in Italia, non è un romanzo classico”. Come se la qualità si misurasse a peso, col bilancino del canone a farla da padrone. Poi, un anno fa è arrivata Loredana Rotundo, la mia agente, e Nutrimenti, un editore coraggioso. Abbiamo trovato l’accordo in poche ore. Anni e mesi di passione, dedizione, sacrificio. Disciplina. Un mese più tardi gli editori più grandi si contendevano i diritti di Ombre sul lago, il romanzo noir ambientato sul lago di Como, di impianto più tradizionale, che avevo scritto insieme a mia moglie e che è uscito per Guanda due mesi dopo La Caduta. Nei mesi successivi gli editori stranieri hanno fatto a gara per portare a casa i due libri.
 
Ciò che affascina del suo romanzo è senza dubbio la struttura narrativa, che può essere considerata come un viaggio tra pittura,  letteratura, cinema e musica. Come mai la scelta di questa commistione di generi e di periodi, unendo in intrecci passato e presente?
Si chiama postmodern novel. Nei Paesi anglosassoni, da Dos Passos in poi e attraverso autori come Pynchon e De Lillo, si è affermato quarant’anni fa. In Italia siamo ancora alle prese con la solita storiella dell’Italia di provincia, le beghe personali (che quelli bravi chiamano autofiction), le derive giovaniliste in salsa generazionale e la favoletta dell’impegno civile. La narrativa italiana non ha coraggio. Continua a riproporre da quindici anni le stesse cose. Pochi hanno il coraggio di rischiare. Nel mondo editoriale è successo l’opposto di quello che è successo nella società italiana: sono arrivati i giovani e hanno spazzato via un’intera civiltà letteraria. Un Giuseppe Pontiggia, oggi, non avrebbe più spazio. Per cui io dico: basta. Vi siete giocati le vostre chances. Fatevi da parte. Ideologici e giovanilisti cambiate aria. Teniamoci ben stretti gli Antonio Franchini, gli Oliviero Ponte di Pino, i Luigi Brioschi, gli Alberto Rollo, i Calasso e rottamiamo gli altri (con qualche eccezione, ovviamente).

 

Qual è il suo personale giudizio riguardo lo stato di salute della letteratura italiana di oggi?

Esiste una nuova generazione di narratori italiani, fuori dagli schemi, che ha voglia di raccontare storie nuove e ha finalmente la forza e il coraggio per farlo in maniera non banale. Persone come Marco Missiroli, Paolo Sortino, Giorgio Fontana, Alessandro Mari, Viola Di Grado, Matteo Nucci, Michela Murgia. Ci sono cose interessanti, in giro, e penso alla fioritura della Scuola Campana (dallo strepitoso Maurizio De Giovanni, unico scrittore italiano in grado, attraverso il genere, di raggiungere livelli di perfezione assoluta, e poi Marco Marsullo, Stefano Piedimonte). La letteratura italiana è ancora viva grazie a Busi, Arbasino, Michele Mari e molti altri. La qualità autoproclamata dai Soloni della Rete non ha nulla a che vedere con l’editoria reale. Esiste un’editoria virtuale ed esiste un editoria reale. Qualità e successo commerciale possono coincidere (penso a Vitali, Malvaldi, Rumiz, Maurensig e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente). Il problema non sono i best seller o la letteratura. Il problema è tutto ciò che sta nel mezzo. Il 90% della produzione attuale.  

La Caduta è la prima parte di un’opera più vasta composta da altri tre volumi, che andranno a costituire “La Genesi”. Che quadro complessivo può fornirci circa l’opera completa?
Il romanzo è stato pensato e realizzato come un libro singolo, articolato in 4 parti. Pur cambiando l’orizzonte di tempo e di luogo, quindi, la storia è sempre la stessa: la progressione di una vita umana, colta dal concepimento alla morte, attraverso i quattro stadi dell’esistenza (Infanzia, Adolescenza, Maturità, Vecchiaia) e ispirata a precisi modelli letterari (nel caso de La Caduta siamo di fronte ad un romanzo sull’infanzia che cerca di rileggere, in chiave attuale, Torah e Apocalisse).

Quando è nata la sua passione per i libri e la lettura?
A 15 anni avevo letto buona parte dei classici. Nelle traduzioni e nelle edizioni che mi passava la biblioteca scolastica. A vent’anni è arrivata la passione per la narrativa italiana contemporanea: credo di essere uno dei pochi in Italia ad avere letto molto di ciò che è stato pubblicato in Italia dagli anni ’90 in poi. Direi che l’amore per la lettura, o meglio, per i libri, fa parte di quelle cose che una persona acquisisce nei primi di anni di vita. Ho cambiato tre case in funzione delle librerie che io e Amneris via via acquistavamo. Oltre ai testi di narrativa e saggistica possediamo un vasto repertorio di libri curiosi: dalle riproduzione di antichi codici miniati a libri di pregio a tiratura limitata.

Come descrive la sua esperienza di scrittore?
Scrittore io? Ho fatto fatica per anni a pensarmi come cameriere e lavapiatti, operaio o letturista dei contatori, operatore socio assistenziale o agente immobiliare, figuriamoci se adesso mi monto la testa per un premio. Le assicuro che pulire i cessi di un’azienda farmaceutica o affrontare i clienti di un Mc Donald’s nei momenti di “rush” sono esperienze altamente formative. Temprano il carattere. Quello che mi piace, della situazione, è che tra pochi giorni potrò ammirare l’Assunta dei Frari di Tiziano dal vivo. Se mi chiedessero di spiegare ad uno studente, oggi, che cos’è un classico, risponderei: “Osserva l’Assunta dei Frari. Quello è un classico”. Ho la fortuna di lavorare con tre editori straordinari (Nutrimenti, Guanda e Feltrinelli). I miei prossimi libri usciranno con loro. 2 sono usciti nel 2013 e 4 usciranno nel 2014. Nel frattempo usciranno le traduzioni de La Caduta e di Ombre sul lago in 10 paesi: Albania, Spagna, Messico, Cile, Argentina, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Israele e Belgio. Due, tre anni di carriera al massimo. Il tempo necessario per portare a termine Genesi, la trilogia del lago di Como (la saga noir con Stefania Valenti per protagonista) e due o tre lavori con cui cercherò di attraversare generi diversi, dal mainstream al fantasy, passando per il genere e la commedia. Poi basta, chiuderò baracca e burattini e mi dedicherò ad altro. Perché le cose importanti, nella vita, sono altre. Gli affetti, le persone care. Il fatto di riuscire a tenere la schiena sempre dritta.

27 giugno 2013

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Riproduzione Riservata
Commenti