LIBRI - Letture per ricordare le vittime del terrorismo

Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo, i libri da leggere per non dimenticare

Nella notte più buia ci deve sempre essere, da qualche parte, una luce. Nel dolore più profondo, in qualche modo, un sollievo deve arrivare. Nel mistero più oscuro, alla fine una spiegazione deve saltar fuori. Deve essere così anche per le vittime del terrorismo...

Nella notte più buia ci deve sempre essere, da qualche parte, una luce. Nel dolore più profondo, in qualche modo, un sollievo deve arrivare. Nel mistero più oscuro, alla fine una spiegazione deve saltar fuori. Deve essere così anche per le vittime del terrorismo, di cui il 9 maggio ricorre il Giorno della memoria. Ma, allora come fare per rintracciare anche nei libri messaggi di questo genere? Nel grande mare dei volumi scritti e stampati sul terrorismo, ci si perde facilmente. Alla mente, però, tre titoli arrivano in fretta.

 

Mario Calabresi è un giornalista, ma ha scritto da figlio un libro bellissimo: Spingendo la notte più in là (Mondadori). Certo, a ben vedere Calabresi ha usato il suo mestiere di osservatore dei fatti per raccontare la storia dell’omicidio del padre Luigi nel 1972, ma in ogni parola, traspare altro, molto di più del mestiere. La storia, appunto, è quella della famiglia Calabresi, del prima e del dopo, e poi quella di altre famiglie che del terrorismo hanno fatto esperienza. E’ un racconto di sensazioni e di fatti, che assorbe, emoziona, coinvolge. C’è la traccia del reporter preciso e semplice: “Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portiera della Cinquecento blu di mia madre”.  E c’è il segno forte del figlio che fotografa i secondi di disperazione assoluta della madre: “(…) io le stringevo le gambe e mi sentivo perduto”. E poi ritorna ancora il bravo giornalista che registra, osserva, racconta con precisione lo svolgersi della vicenda che ha legato il padre  a Giuseppe Pinelli. E poi ancora, con ostinazione dolcissima, torna il figlio che racconta di “tre bambini che alla sera si sedevano per terra intorno a un magnetofono marca Geloso ad ascoltare la voce del padre che racconta una favola”. Notte spinta più in là, dunque, e poi giorno e poi ancora tante notti e tanti giorni che si dipanano nel racconto che dice di storie di altre famiglie e dello svolgersi dei giorni e degli anni della famiglia Calabresi. Non a caso il libro si conclude con un capitolo: “Respirare”.

 

Anche Bendetta Tobagi è una giornalista e anche lei ha scritto un libro bellissimo e  denso. Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre (Einaudi), è appunto la storia di Walter Tobagi, giornalista pure lui, del Corriere della Sera ucciso nel 1980 quando Benedetta aveva tre anni. Anche qui, figlia e giornalista si alternano in una scrittura pulita, limpida, che avvolge, che fare mancare il respiro. Ad iniziare dalle primissime righe e poi lungo tutto il volume. Il libro inizia con un capitolo che dice tutto fin dal titolo – “In principio era il vuoto” -, e si conclude con un altro capitolo di pochissime pagine che ha come titolo “Una rosa”. In mezzo, cronaca giornalistica pura, “piccoli” ricordi di bambina, la storia ricostruita di una vita, il diario di un giornalista che verrà ucciso, le agenzie di stampa, i proclami del terrore, l’analisi storica, il comune sentire fra padre e figlia. E, alla fine, tutto si suggella in una rosa e in una lettera che non può che iniziare con un semplice  ma forte “Caro papà”.

 

Dolore intimo, dunque, e collettivo, ma anche indagini, in tutti i sensi e misteri, domande senza risposte, dubbi, omissioni, buchi neri. Il terrorismo è stato ed è ancora tutto questo. E un’istantanea di cosa ciò possa significare la si ritrova in L’affaire Moro (Sellerio e poi Adelphi), scritto nel 1978 da Leonardo Sciascia. Un libriccino di poco più di un centinaio di pagine che lasciano il segno in chi legge. Scritto a caldo, poco dopo i fatti, il libro è la lettura che Sciascia compie delle lettere di Aldo Moro scritte dalla prigionia in mano alle Brigate Rosse tra il 16 marzo e il 9 maggio del ‘78. Ne emerge una rete di pensieri, di correlazioni, di fatti che sono, fino a oggi, ciò che molti ritengono quanto di più efficace possa esserci per cercare di capire uno degli episodi più misteriosi del terrorismo in Italia. Presentando il libro nella sua ultima edizione (1983), lo stesso Sciascia scriveva che “questo libro potrebbe anche esser letto come ‘opera letteraria’. Ma l’autore (…),ha continuato a viverlo come ‘opera di verità’”. E così è. Tanto, infatti, si coglie nelle parole di Sciascia: letteratura ma capacità di racconto dei fatti, precisione nei rimandi ai documenti, acuta valutazione di quanto accadde, passione civile e passione letteraria insieme. C’è, come si conviene ad un buon libro scritto da un grande scrittore, una conclusione che lascia aperte altre storie ancora tutte da scrivere.

 

Notti buie, vuoti incolmabili e misteri irrisolti parrebbero quindi esserci nelle letture per questo 9 maggio 2015. Ma , a ben vedere, non è così. E lo si capisce anche da due immagini poste sulle copertine dei libri di Calabresi e Tobagi. Nella prima, una madre sorridente circondata dai suoi tre figli; nella seconda (nella ristampa di Mondolibri del volume), un padre soddisfatto dell’avere in braccio una bambina di tre anni che sfida il mondo. Nulla potrà per sempre di fronte a sorrisi così. Leggendo, si capirà il perché.

 

Andrea Zaghi

 

9 maggio 2015

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