In ricordo di Paolo Borsellino

Giorgio Petta, ”Subito dopo l’attentato a Borsellino, l’aspetto emozionale ha prevalso su quello professionale”

Quando l'aspetto umano viene prima del cronista. Giorgio Petta, giornalista che da anni si occupa di cronaca giudiziaria per il quotidiano ''La Sicilia'', racconta come ha vissuto i momenti immediatamente successivi l'attentato...

Il giornalista de ‘La Sicilia’, accorso immediatamente sul luogo dell’attentato in via D’Amelio, racconta quegli attimi che non potrà mai dimenticare

 

MILANO – Quando l’aspetto umano viene prima del cronista. Giorgio Petta, giornalista che da anni si occupa di cronaca giudiziaria per il quotidiano “La Sicilia”, racconta come ha vissuto i momenti immediatamente successivi l’attentato di via D’Amelio, nel quale per diversi minuti lo stato emozionale dovuto alla tragica morte dei giudice Borsellino ha prevalso su quello meramente professionale di cronista.

“Gli anni 92-93 furono anni terribili. Già vivere l’esperienza della strage di Capaci con l’uccisione di Falcone, della moglie e della scorta fu dal punto di vista sia professionale sia personale un’esperienza che ti segna per la vita. La cosa incredibile fu che, dopo una tragedia come quella di Capaci, di dimensioni davvero imprevedibili, a distanza di 57 giorni ci si ritrovò di nuovo in una situazione analoga, tra i palazzi sventrati di un pezzo di Palermo, fatta di strade che si frequentano e dove si conosce la gente che vi abita. Ritrovarsi di nuovo lì tra le fiamme ed il fumo è stata un’esperienza probabilmente peggiore, nella ristrettezza dell’aria, dove la dimensione dell’esplosione è stata moltiplicata all’infinito, con brandelli di vittime dappertutto e pezzi di auto sparsi in un raggio di centinaia di metri. Fu un botto che si sentì in tutta Palermo.

 

E’ stato difficile separare l’aspetto meramente professionale da quello emozionale. C’erano rapporti di conoscenza con Borsellino, come con Falcone, per motivi di lavoro ma che col tempo sono andati oltre a quelli meramente professionali. C’erano degli aspetti personali, di affetto e di rispetto reciproco, sempre molti discreti e compresi in questa nostra formalità siciliana. La parte del coinvolgimento emotivo in via D’Amelio finì per prevalere su  quello professionale. E’ passato del tempo prima che io recuperassi, che iniziassi a pensare che ero la per lavorare e che non dovevo lasciarmi vincere dall’emozione.
Negli anni successivi le due stragi, mi sono rimasti gli aspetti misteriosi, complessi, sensazioni che hanno accompagnato il lavoro da cronista sia durante e nei luoghi della strage, sia successivamente durante i processi. Sono sempre emersi aspetti con troppi punti interrogativi. Sentire quello che diceva Spatuzza, e scoprire che Scarantino in realtà aveva detto delle falsità incredibili, la strumentazione, il depistaggio, lasciava sconcertati. Io sostengo che era tutto nell’aria, ma siccome c’erano già stati diversi gradi giudiziari che confermavano quelle tesi, allora pensavo di sbagliarmi, di essere stato troppo maligno. Questi aspetti strani mi colpirono immediatamente, come ad esempio la mancanza del divieto di sosta in via D’Amelio quando invece si sapeva che il giudice andava almeno 2-3 volte alla settimana a trovare la madre, alla quale era legatissimo. Ritengo incredibile questa incapacità da parte delle istituzioni e dello Stato di difendere uno dei propri esecutori più efficaci, più intelligenti e più bravi.

Credo che l’attentato di Borsellino, se ci fosse stata più attenzione, si sarebbe potuto evitare. Quello di Falcone non lo so. Certo, sia l’uno che l’altro sapevano di essere nel mirino di Cosa Nostra almeno dall’84, quando cominciarono a lavorare all’istruttoria  del maxi-processo.”

 

19 luglio 2014

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