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Gianrico Carofiglio, ”Il linguaggio va maneggiato in modo morale, per comunicare e non per escludere e manipolare”

''Chi esercita un potere deve essere consapevole della necessità etica di esercitarlo in modo chiaro: è una questione etica e democratica.'' Ad affermarlo è Gianrico Carofiglio, intervistato a proposito dell'iniziativa dei seminari itineranti per l'Italia, nei quali cercherà di insegnare al ceto dei giuristi come semplificare il linguaggio specifico da loro quotidianamente usato, perché è necessario riflettere sul potere delle parole...
Lo scrittore e magistrato parla dei seminari itineranti di scrittura per giuristi da lui tenuti, per insegnare a comunicare con maggiore chiarezza e efficacia i contenuti della lingua giuridica

MILANO – “Chi esercita un potere deve essere consapevole della necessità etica di esercitarlo in modo chiaro: è una questione etica e democratica.” Ad affermarlo è Gianrico Carofiglio, intervistato a proposito dell’iniziativa dei seminari itineranti per l’Italia, nei quali cercherà di insegnare al ceto dei giuristi come semplificare il linguaggio specifico da loro quotidianamente usato, perché è necessario riflettere sul potere delle parole.

Da cosa è nata l’iniziativa dei seminari di scrittura semplice per giuristi?

Non la definirei scrittura semplice, direi piuttosto scrittura efficace. L’idea dei seminari nasce dall’esigenza di una maggiore, consapevole attenzione al linguaggio tecnico,  di  una sua semplificazione in vista di una migliore chiarezza dei contenuti. La chiarezza genera efficacia.

Sul Corriere ha dichiarato che “chi detiene il linguaggio detiene il potere”, un po’ come  l’uso di alcune espressioni in lingua latina da parte di don Abbondio nei Promessi Sposi. Può commentarci la sua affermazione?
Il ceto dei giuristi parla e scrive con una lingua oscura, che è fatta più per escludere che per comunicare. E’ una lingua manipolatoria, poco comprensibile – spesso del tutto incomprensibile – e questa sua caratteristica la rende strumento di un esercizio poco democratico del potere. La battaglia per un diritto moderno passa attraverso una riforma del linguaggio dei giuristi.

Secondo Lei esiste ancora in Italia tale atteggiamento un po’ snobistico da parte di certe classi dirigenti?
Peggio che snobistico, ripeto che si tratta di una forma di esercizio malsano del potere attraverso l’oscurità del linguaggio. E’ un aspetto che esige una grande attenzione:  il linguaggio va maneggiato in modo morale, per comunicare e non per escludere e manipolare. È quindi imprescindibile riflettere sulla chiarezza e sulla semplicità dei messaggi: per quanto l’addentrarsi in alcuni ambiti, legge e politica ad esempio, imponga una certa specificità e difficoltà nella terminologia, è necessario semplificare, rendere – nei limiti in cui questo è possibile, naturalmente -comprensibile, anche ai non addetti ai lavori, non aggiungere al comprensibile l’incomprensibile, a maggior ragione laddove fosse superfluo. Carducci diceva che “chi riesce a dire con venti parole ciò che può essere detto in dieci, è capace pure di tutte le altre cattiverie”.

In momenti come questo, di campagna elettorale, la comunicazione dei politici è fondamentale. Secondo Lei, i messaggi dei politici sono comprensibili o sarebbe il caso di tenere dei seminari anche a loro?
(ride) Credo proprio che sarebbe necessario. La lingua dei politici, con rare eccezioni, è ancor più manipolatoria e incomprensibile di quella dei giuristi. Sulla lingua degli uni e degli altri ho cercato
di riflettere nel mio libro "La manomissione delle parole" dal quale prende spunto l’idea dei seminari. Chi esercita un potere deve essere consapevole della necessità etica di esercitarlo in modo chiaro, non manipolatorio, leggibile dai cittadini. È una questione di etica democratica.

21 gennaio 2013

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