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Giancarlo De Cataldo, ”Borsellino fu uno straordinario esempio di come la lotta alla Mafia possa e debba coinvolgere chiunque abbia a cuore lo Stato e le sue leggi”

SPECIALE PAOLO BORSELLINO - Il magistrato, scrittore e drammaturgo Giancarlo De Cataldo, autore di “Romanzo Criminale” e sceneggiatore insieme a Mimmo Rafele del film tv “Paolo Borsellino” andato in onda nel 2004, racconta così la figura del giudice ucciso nell’attentato di via D’Amelio il 19 luglio 1992...

Borsellino fu uno straordinario esempio di come la lotta alla Mafia possa e debba coinvolgere chiunque abbia a cuore lo Stato e le sue leggi. Borsellino era di buona famiglia, avviato a una tranquilla routine giudiziaria (da civilista) quando letteralmente si imbatté nella Mafia e ne fece una ragione di vita. Dico "di vita", come del resto per Falcone, perché nessuno dei grandi eroi di quel tempo- pur vivendo consapevolmente con l’ombra della morte alle spalle, o, meglio, sulle spalle- ha mai dubitato che la lotta andava portava avanti in nome della vita, e proprio per l’amore che avevano verso la vita, e non per qualche astratto convincimento ideologico. Pensi al pool di Palermo: i più erano progressisti, qualcuno di estrema sinistra, Borsellino addirittura monachico!!! Ma non ci furono mai tensioni, né scontri.

Borsellino ci insegna che la lotta alla Mafia significa amore per la vita, coinvolge chiunque al di là delle proprie idee, non tollera tessere di partito. Circa i risultati nella lotta alla Mafia, la stagione seguita alle stragi del 92-93 è ancora soggetta a interpretazioni profondamente divergenti. C’è chi dice che, grazie all’uccisione di Falcone e Borsellino e alle bombe di Roma, Firenze e Milano la Mafia abbia acquistato potere e abbia dunque smesso di sparare per questo motivo, perché non ne ha bisogno. C’è chi pensa che lo stragismo sia stato il canto del cigno di Cosa Nostra, messa alle corde dalla sua eccessiva violenza e infine
domata dallo Stato e dalla società civile. Ciò che io credo è che Borsellino e Falcone siano stati uccisi non tanto per ciò che avevano fatto, ma perché il loro carisma e il loro prestigio internazionale che li avrebbe resi protagonisti della stagione istituzionale a venire. Dunque, fonte di pericolo per chi aveva diversi disegni.

Uccisi perché non facessero danni in futuro, e non perché ne avevano arrecati tanti alla Mafia in passato. E’ la vexata quaestio della trattativa, per intenderci, che secondo me (e secondo la corte di assise di Firenze che giudicò dei morti del Velabro e delle altre stragi) c’è stata. Quanto ai giovani, infine, Falcone e Borsellino sono entrati, lo ripeto, loro malgrado (erano persone eccezionali alle quali la "divisa dell’eroe" stava decisamente stretta) nella leggenda. E, francamente, fra i tanti miti deteriori che ci circondano, sono fra i pochi che mi sentirei di condividere e di consigliare.

 

Giancarlo De Cataldo

 

18 maggio 2012

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