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Franco Di Mare, ”Nel mio libro racconto Napoli, città dannata ma anche profondamente amata”

Il confine tra bene e male non è sempre evidente: Franco Di Mare lo ha imparato nella sua lunga esperienza come inviato di guerra, ma ancor prima lo ha appreso quando era ragazzino a Napoli, la città dove è cresciuto. Inferno e paradiso vivono qui a stretto contatto, e valicare il limite tra uno e l'altro è più facile che altrove, come l'autore racconta nel suo nuovo libro, ''Il Paradiso dei diavoli''. Al termine dell'articolo, un estratto del libro in anteprima...

Il giornalista e autore, conduttore di Uno Mattina, presenta il suo nuovo libro, “Il Paradiso dei diavoli”

MILANO – Il confine tra bene e male non è sempre evidente: Franco Di Mare lo ha imparato nella sua lunga esperienza come inviato di guerra, ma ancor prima lo ha appreso quando era ragazzino a Napoli, la città dove è cresciuto. Inferno e paradiso vivono qui a stretto contatto, e valicare il limite tra uno e l’altro è più facile che altrove, come l’autore racconta nel suo nuovo libro, “Il Paradiso dei diavoli”.

 

Com’è nata l’idea di questo suo ultimo libro?
Mi affascina molto il conflitto tra bene e male che esiste nell’uomo. Io ho lavorato per vent’anni come inviato di guerra, e quel che ho avuto modo di riscontrare è che i “mostri”, i peggiori criminali che ho conosciuto, non erano molto diversi da me sul piano fisico. La mostruosità non è qualcosa che si manifesta in maniera evidente: è nascosta nell’animo delle persone, e vien fuori soprattutto in situazioni estreme. Ora, Napoli è una città che presenta sicuramente delle situazioni estreme, e il confine tra bene e male che attraversa e divide ogni uomo si fa qui più sottile, valicarlo diventa più semplice. Il mio libro tratta proprio dell’eterna lotta tra bene e male in questa città che possiamo definire “di confine”.

 

Ne “Il Paradiso dei diavoli” lei disegna appunto un grande affresco di Napoli, che ne viene fuori come una città dannata…
Ma anche amata! Napoli è un paradiso e un inferno insieme: questo è il carattere che la contraddistingue dalle altre città. Mentre le altre città hanno l’inferno in periferia – “periferia” è termine che deriva dalla crasi di due parole greche, vuol dire “fuori del centro storico” – Napoli ce l’ha nel suo cuore. Questo fa una differenza enorme, perché tutti i problemi relativi alle periferie urbane si ritrovano qui nel centro della città – come se, poniamo, Quarto Oggiaro si trovasse all’interno del quadrilatero della moda a Milano. In un luogo del genere, i figli dei “signori” crescono fianco a fianco con i figli dei contrabbandieri. Noi da ragazzini giocavamo tutti insieme, senza conoscere o capire quale fosse il confine tra bene e male, crescevamo in una “zona limite”.

Quali sono i sentimenti che avvicinano Carmine, il protagonista, alla camorra e al male?
Questo è il mistero. Carmine è una persona per bene, cresciuto però anche lui in un quartiere limite: da ragazzino giocava con un camorrista, figlio di un malavitoso. La vita a un certo punto li aveva divisi: uno era finito in galera, l’altro aveva intrapreso la carriera universitaria. Un giorno però i due si rincontrano in circostanze particolari: Carmine ha appena subito una delusione in università e decide di accettare un lavoro che gli viene offerto dal vecchio amico. Cade così nel gorgo delle “sirene del male”, che a Napoli cantano spesso: se un ragazzo è disoccupato e cerca lavoro a Napoli, è più facile che lo trovi a Scampia che altrove. Carmine vive una lacerazione che è quella di tanti giovani. Da una parte ci sono ottimi insegnanti che danno tutto per trasmettere quelli che sono i veri valori, dall’altra ci sono i controvalori della camorra: nei vicoli le radio diffondono la musica di Tony Marciano, che è un inno alla latitanza camorristica. Personaggi come lui, e come molti altri cantanti neomelodici napoletani, contribuiscono alla mitopoiesi della camorra, alla creazione del mito della camorra. Nel libro, oltre a tutto questo, c’è anche una storia d’amore: Carmine è innamorato di una donna, che finisce per tradire, così come tradisce se stesso e i suoi ideali.

Quale messaggio vorrebbe consegnare al lettore con questo suo libro? C’è una speranza di redenzione?
Io voglio credere fortemente di sì: Carmine cerca la salvezza attraverso l’amore, attraverso il sogno di una catarsi che rende possibile una vita migliore. Io credo che la catarsi sia la cultura: Napoli si può salvare se fa appello alle sue straordinarie potenzialità culturali. Ed è uno sforzo che deve coinvolgere l’intero Paese. C’è un vecchio saggio di Giorgio Bocca che si intitola “Napoli siamo noi”: i problemi di Napoli, i terribili difetti che la attanagliano sono i problemi e i difetti di tutto un Paese.

Lei ha una lunga esperienza come giornalista alle spalle – per vent’anni inviato di guerra, attualmente conduce “Uno Mattina”. In base a questa esperienza, qual è il rapporto degli italiani con l’informazione?
C’è una specie di strano ossimoro: da un lato siamo una popolazione campanilista, che si interessa molto alla politica, che prende posizione e si divide su tutto ciò che riguarda la politica – o più precisamente, quegli aspetti della politica che hanno a che fare con l’amministrazione della cassa. Dall’altro però non siamo attenti in generale a quel che accade attorno a noi: siamo poco informati, e prendiamo tutte le informazioni dalla televisione. È un grossissimo errore.

 

18 dicembre 2012

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