Franco Buffoni appartiene a una poesia che non arretra di fronte ai nodi irrisolti del Novecento e del presente: il potere, la repressione, la menzogna, la violenza simbolica, l’ipocrisia morale.
Nel panorama della poesia contemporanea italiana, Buffoni rappresenta una figura centrale perché ha saputo trasformare il verso in uno spazio di resistenza civile, in un luogo in cui la parola poetica non è evasione ma responsabilità. Il suo libro “Giustizia” è l’approdo più recente e forse più radicale di questo percorso: un’opera breve, densissima, che intreccia poesia, diritto, storia letteraria e identità personale, restituendo alla poesia una funzione che per troppo tempo è stata considerata marginale.
Franco Buffoni e il suo “Giustizia” un poeta contemporaneo del nostro panorama culturale da conoscere
Chi è Franco Buffoni
Nato a Gallarate il 3 marzo 1948, Franco Buffoni è una delle voci più autorevoli e complesse della lirica italiana tra fine Novecento e contemporaneità. La sua formazione è segnata fin dall’inizio da una frattura profonda: da un lato un ambiente familiare dominato da un padre autoritario, ufficiale dell’esercito, incapace di accettare l’identità sessuale del figlio; dall’altro una madre più affettivamente vicina, ma schiacciata da un sistema culturale e religioso repressivo.
Questa “compressione nell’età fragile”, come Buffoni stesso l’ha definita, diventa una matrice fondamentale della sua scrittura. La solitudine adolescenziale, l’omosessualità vissuta come colpa imposta dall’esterno, il silenzio forzato: tutto questo confluisce in una poesia che non chiede indulgenza, ma pretende verità.
Dopo il trasferimento a Milano e la laurea alla Bocconi con una tesi su James Joyce, Buffoni entra in contatto con alcuni dei nomi chiave della poesia italiana del secondo Novecento, da Milo De Angelis a Giovanni Raboni, e inizia un percorso che lo porterà a esordire relativamente tardi, nel 1979, con “Nell’acqua degli occhi”.
Accanto all’attività poetica, Buffoni costruisce una carriera accademica di primo piano come comparatista e studioso del mondo anglosassone, diventando anche uno dei più importanti traduttori italiani di poesia inglese. Ma è soprattutto negli anni Duemila che la sua opera si apre con decisione al tema dei diritti civili, della memoria storica e dell’identità LGBTQ+, attraverso libri di poesia, prosa ibrida, romanzi-saggi e interventi culturali di forte impatto.
“Giustizia”: quando la poesia scardina il tribunale della storia
“Giustizia” non è una semplice raccolta poetica: è un libro-processo. Buffoni parte dal rapporto tra poesia e legge per costruire un itinerario che attraversa secoli di letteratura, mostrando come la giustizia ufficiale, quella delle istituzioni, dei tribunali, della morale dominante, abbia spesso costretto gli scrittori a mentire, a mascherarsi, a scrivere in obliquo per sopravvivere.
Oscar Wilde, Max Beerbohm, Emily Dickinson, Leopardi, Pascoli, Elizabeth Bishop, Marianne Moore: le figure evocate da Buffoni non sono scelte per costruire un canone, ma per smontarlo. Dietro le opere celebrate si nasconde spesso una violenza silenziosa, una censura interiorizzata, una vita sacrificata sull’altare del decoro sociale.
La poesia di “Giustizia” non è mai enfatica. Buffoni lavora per sottrazione, per scarti minimi, per allusioni che colpiscono con precisione chirurgica. Il verso è netto, talvolta quasi prosastico, ma carico di una tensione morale costante. È una poesia che non urla, ma incalza.
Uno degli aspetti più potenti del libro è il modo in cui Buffoni utilizza la “parola obliqua”: quella parola che per secoli ha permesso agli scrittori di dire senza dire, di confessare senza esporsi, di esistere senza essere condannati. Ma qui l’obliquità non è più una strategia di difesa: diventa uno strumento di smascheramento.
La giustizia che interessa a Buffoni non è quella dei codici, ma quella che la storia ha negato. La poesia diventa così un atto di restituzione: restituzione della voce a chi è stato ridotto al silenzio, della verità a chi è stato costretto alla menzogna, della dignità a chi è stato giudicato colpevole solo per ciò che era.
“Giustizia” è anche un libro profondamente politico, nel senso più alto del termine. Non fa proclami, non cerca slogan, ma interroga il lettore su una domanda fondamentale: chi decide cosa è giusto? E soprattutto: chi paga il prezzo delle decisioni sbagliate?
Franco Buffoni ci ricorda che il verso può essere ancora uno strumento di conoscenza e di giustizia. “Giustizia”è un libro necessario perché ci obbliga a guardare la letteratura non come un rifugio, ma come un luogo di responsabilità storica.
Leggere Buffoni oggi significa accettare che la poesia non serve solo a consolare, ma anche a fare i conti con ciò che siamo stati, e con ciò che continuiamo a essere. È una poesia che non chiede di essere amata, ma compresa. E soprattutto, non dimenticata.
