Francesco La Licata, ”Borsellino non si tirò indietro per onorare l’impegno preso con Giovanni Falcone”

SPECIALE PAOLO BORSELLINO - La figura e l'impegno di Paolo Borsellino raccontato da Francesco La Licata, giornalista de La Stampa, siciliano e attento conoscitore delle vicende legate alla piaga che dilania la sua terra e l'Italia intera: la mafia. La Licata racconta l'eredità, tecnica e soprattutto morale, lasciata da Paolo Borsellino e il suo ultimo, drammatico incontro con il giudice, pochi giorni prima della sua morte...

Il personale ricordo del giornalista siciliano sulla figura del giudice Borsellino

 

MILANO – La figura e l’impegno di Paolo Borsellino raccontato da Francesco La Licata, giornalista de La Stampa, siciliano e attento conoscitore delle vicende legate alla piaga che dilania la sua terra e l’Italia intera: la mafia. La Licata racconta l’eredità, tecnica e soprattutto morale, lasciata da Paolo Borsellino e il suo ultimo, drammatico incontro con il giudice, pochi giorni prima della sua morte

 

A 20 anni di distanza, cosa è rimasto dell’opera di Borsellino?
Quando parliamo di Borsellino, non si può non fare un collegamento con la figura di Falcone. Insieme hanno segnato un’epoca. Dal punto di vista del patrimonio tecnico-investigativo, ciò che è rimasto ai magistrati è un metodo che ancora funziona, ovvero la capacità di sintesi di vedere i fatti nel loro insieme e non più staccati. L’altro insegnamento è la ricerca dei beni e dei mafiosi: come dicevano Falcone e Borsellino “Segui i soldi e troverai la mafia”. Dal punto di vista morale ed etico, a tutti noi è stato lasciato questo senso di grande rispetto per le Istituzioni e lo Stato. Spesso ai due giudici veniva rinfacciato questo eccesso di rispetto, ma loro rispondevano pacificamente che questo era lo Stato con cui avevano a che fare e a questo dovevano rispetto. La loro attività è stata contrassegnata da una grande correttezza istituzionale e giuridica.

Dal punto di vista umano, in cosa si differenziava Paolo Borsellino dal giudice Giovanni Falcone?
Per quello che è il mio ricordo, entrambi avevano una grande capacità di ironia e di autoironia. Non ho mai visto due persone così in pericolo scherzare sull’ipotesi della loro morte, ridere e sorridere di quello che poteva a loro capitare. Li vedevo affrontare ogni asperità sempre con una battuta e con il sorriso sulle labbra. Falcone più di Borsellino era uno stratega, ma i due si completavano perfettamente. Loro sono state le guide di un gruppo ben affiatato che era il Pool antimafia. Se non fosse stato cosi, due personalità così importanti difficilmente avrebbero potuto convivere.

Oggi Pietro Grasso porta avanti la lotta alla mafia. Ritiene che abbia lo stesso tratto duro dei giudici Falcone e Borsellino?
Per quello che ha fatto finora, mi pare di sì. La sua carriera dimostra la determinazione con cui affronta il suo lavoro. Una delle prime volte che vide Falcone fu quando seppe di dover fare il giudice a latere al “maxi processo”. Era molto preoccupato, ma non si è fatto prendere dal panico e, giunto insieme a Falcone davanti all’archivio contenente una montagna di faldoni, senza tradire alcuna titubanza, fece capire che non aveva paura, chiedendo quale fosse il primo volume. Pietro Grasso è colui che più di tutti interpreta l’eredità di Falcone e Borsellino in quanto, come palermitano, sa bene come affrontare la materia della mafia.

Eppure il corso della giustizia nella lotta alla mafia ha vissuto dei momenti poco chiari. Uno su tutti l’agenda rossa di Paolo Borsellino.
E’ una costante della storia italiana. In ogni indagine importante, c’è sempre qualcosa che manca. Ciò dimostra come la ragion di Stato abbia spesso prevalso sempre sulla verità e la giustizia. Quando l’inchiesta presenta dei buchi neri, oltre che della politica c’è anche una responsabilità da parte di chi ha portato avanti le indagini, come nel caso dell’indagine di via D’Amelio. Non credo al dolo, ma all’ansia da risultato, al voler dare il giusto risarcimento ai familiari delle vittime ed alla opinione pubblica. Nel caso di Borsellino, però, c’è qualcosa in più: l’inventarsi di sana pianta una indagine e avere due pentiti che si sono autoaccusati di un reato, turba parecchio l’opinione pubblica e dimostra come in questo caso ci fosse qualcosa di più torbido sotto.

Dopo quegli anni, si respira un’aria diversa in Sicilia?
Occorre fare sempre attenzione. L’omertà è alimentata dagli insuccessi dello Stato. Se lo Stato fa quello che deve fare, i siciliani fanno la loro parte. Quando lo Stato dimostrò, dopo il ‘92, di voler fare sul serio, arrestando i latitanti e sequestrando i loro beni, la società siciliana si è mobilitata e si è indignata per ciò che era accaduto. La cura della coscienza civile va alimentata dalla politica e dai cittadini. E’ la comunità che deve tutelare il singolo dai soprusi della mafia.

Si ricorda l’ultima volta in cui ha parlato di Borsellino?
Certo, come non potrei. Insieme con altri colleghi, andammo nel suo ufficio. Falcone era morto più di un mese prima. Era molto provato, come un animale che sapeva che stava per andare al macello. Gli abbiamo chiesto perché non si prendesse un po’ di tempo per sé. Lui disse “Io devo andare avanti. Sono cosciente di avere poco tempo, ma è un impegno che ho preso ed è quanto devo a Giovanni Falcone.” E’ stato un grande personaggio, come il protagonista di una tragedia greca: la storia di un uomo che sa di andare incontro alla morte e ci va perché lo deve fare, per il suo alto senso del dovere e della morale. 

 

18 luglio 2012

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