Francesca Scotti, “Il corpo è il palcoscenico che ogni adolescente ha per dire qualcosa di sé”

Abbiamo intervistato Francesca Scotti, appena tornata in libreria con "Ellissi" (Bompiani), il suo terzo romanzo. Ecco cosa ci ha raccontato

MILANO – Vanessa ed Erica hanno quindici anni e sono amiche per la pelle. Il loro legame è stretto e viscerale, a tratti simbiotico. Insieme hanno deciso di diventare leggere e invisibili come le libellule. Sempre insieme, partono per Villa Flora, che non è una casa vacanze affacciata sul mare ma una casa di cura per disturbi alimentari affacciata sul lago. Qui dovranno risolvere il loro rapporto con il cibo, con loro stesse e con il mondo, che lo vogliono abitare ma “solo alle loro condizioni”. Questo e molto altro racconta “Ellissi” (Bompiani), il terzo romanzo di Fracesca Scotti. Ecco la nostra intervista all’autrice.

Com’è nato “Ellissi”?

Questo libro è nato dalla voglia di tornare a guardare quella che è stata una fase della mia vita, l’adolescenza, distante ma non così tanto da non ricordarmene più. Io, che scrivo da cinque anni, tendo a misurarmi con quelle dimensioni che mi sembra di conoscere meglio, perché le ho attraversate da poco o perché ci sono ancora dentro. E quindi ho scelto di guardare a quella fase della vita in cui il cambiamento è profondo: c’è la perdita di riferimenti e la voglia di averne di nuovi si fa forte.

Un periodo della vita turbolento.

Sì, un momento che ho pensato di raccontare attraverso sostanzialmente due fili conduttori: uno era quello dell’amicizia, che per me è stata tanto una fonte di vita quanto l’origine delle prime delusioni, dei primi tradimenti emotivi; e l’altro era il corpo, che in quella fase della vita diventa alleato o nemico e che certamente è il palcoscenico che ciascun adolescente ha per raccontare qualcosa di sé.

Cosa raccontano i corpi?

Tra tutti i segnali che può raccontare un corpo, da quelli meno marcati a quelli più marcati, ce ne sono alcuni che raccontano una sofferenza o una difficoltà. Ho voluto raccontare cosa succede a chi smette di mangiare, non per un’idea di magrezza o estetica, ma nel tentativo di controllare le energie vitali e la rivoluzione che subisce il corpo durante l’adolescenza.

Il rifiuto per il cibo è per Vanessa ed Erica un modo per rifiutare il mondo. Cosa non piace alle due ragazze del mondo?

Nella mia idea il rapporto tra Vanessa ed Erica è così simbiotico che il mondo sono un po’ loro, in qualche modo si credono onnipotenti. Quindi più che rifiutare il mondo, le due ragazze rifiutano il grande cambiamento che le riguarda, che è quello del corpo, della crescita, dei desideri, delle pulsioni, il cambiamento che, tra le altre cose, le porta a diventare biologicamente donne. Loro vogliono rallentare, o comunque controllare, tutto questo processo e pensano di poterlo fare abbandonando il loro corpo umano a favore di un corpo che nella loro idea è ancora più perfetto, equilibrato e potente, un corpo che assomiglia a quello della libellula. Vogliono abitare il mondo soltanto alle loro condizioni.

Un bisogno di controllo che ci si ritorce contro.

Esattamente, un bisogno molto diffuso. Ormai da tanto tempo vivo parte dell’anno in Giappone, dove ho avuto modo di vedere che gli adolescenti giapponesi hanno una bella sfida da combattere: oltre a quella che riguarda tutti i corpi adolescenti, nel loro caso c’è anche la pressione della società che li vuole vedere vincere e avere successo. Sempre più si è diffuso l”hikikomori”, un fenomeno che sta arrivando anche in Europa e che si riferisce a quei ragazzi che progressivamente non resistono alle sollecitazioni del mondo intorno e si chiudono, cominciando a vivere nel perimetro della loro stanza per mesi, o anche anni. Credo che l’esperienza in Giappone mi abbia rievocato delle sensazioni che mi hanno spinto a scrivere questa storia.

Ha avuto qualche influsso la letteratura giapponese sulla tua scrittura? Una scrittura costituita da uno stile teso, che sembra sempre sul punto di esplodere ma che non esplode mai, riuscendo a tenere costantemente alta la tensione.

La mia è una scrittura in sottrazione, in levare, soprattutto in questo libro. Il fatto di stare in Giappone, dove ho dovuto reimparare una lingua e lavorare molto su quello che vedo (dai gesti ai movimenti), ha giovato alla mia scrittura, che mira a sfruttare il più possibile parole sceniche, teatrali, attraverso scene che in un gesto siano in grado di raccontare il più possibile, sfruttando al massimo la portata delle parole.

Ha influito in qualche modo il parlare il giapponese?

Quando torni alla tua lingua dopo aver parlato a lungo una lingua tanto diversa dall’italiano, come il giapponese, hai una nuova consapevolezza del tuo vocabolario e impari a non maltrattare gli aggettivi inutilmente. Dall’altro lato, io leggo tutto ad alta voce o chiedo a terzi di leggere per me perché ascoltando riesco a capire se c’è troppo e se è così tolgo impietosamente. Ho buttato via, con molta fatica, anche frasi che mi piacevano molto perché mi rendevo conto che non erano necessarie per l’economia del capitolo e della storia. Tutto questo per tenere l’equilibrio e preservare una sorta di fluidità.

Insieme dannate, Erica e Vanessa, insieme si salveranno?

Sì, è il famoso due che torna uno che torna due. Sì, insieme si salveranno. Durante la crescita la simbiosi è importante, ma è importante anche rendersi conto di quali siano le proprie risorse personali. E questo faranno entrambe, ciascuna a suo modo, provocando una reazione virtuosa e positiva, seppur nel dolore. Quindi sì, è un insieme che si trasforma, che cambia, che non è quello che scopriamo all’inizio del libro, ma rimane una dualità, una dualità che permetterà loro di riemergere.

 

PHOTO CREDITS: Michela Chimenti

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