LIBRI - Intervista a Flavio Insinna

Flavio Insinna, ”Rimettere in moto il lavoro: ecco ‘la macchina della felicità’ per l’Italia”

Nonostante i molteplici impegni tra cinema e TV, Flavio Insinna è uscito in libreria con il suo primo romanzo ''La macchina della felicità'': un romanzo che parla di un uomo disincantato che si lascia scivolare la vita tra le mani...

MILANO – Nonostante i molteplici impegni tra cinema e TV, Flavio Insinna è uscito in libreria con il suo primo romanzo “La macchina della felicità”: un romanzo che parla di un uomo disincantato che si lascia scivolare la vita tra le mani. Ma parla anche del suo riscatto, della ricerca della felicità, dell’impegno e dei sacrifici che comporta. E che insegna che se i sacrifici si fanno per amore, potrebbero non essere più tali. Abbiamo contattato l’autore, il quale ci ha parlato della sua esperienza come romanziere, dei suoi sogni e del suo “sventurato” paese.

 
LA MACCHINA DELLA FELICITÀ – Una fiaba romantica che, con voce ironica, calda e emozionante, racconta una storia ricca di umanità. Un libro che affronta il tema della felicità e del suo contrario, dello spreco di una vita e dell’impegno profuso nel cercare di rovesciare la situazione. Ma all’insonne protagonista Vittorio, personaggio cinico e malinconico, occorrerà la giusta motivazione per reagire e riscattarsi, e questa avrà gli occhi e il sorriso di Laura, ironica e sognatrice. Il romanzo racconta il tentativo di Vittorio di tramutarsi nel meccanismo in grado di concretizzare i sogni della donna di cui si è perdutamente innamorato, diventando così la sua “macchina della felicità”.
 

“La macchina della felicità” rappresenta il suo esordio come romanziere. Che tipo di esperienza è stata per lei? Com’è nata l’idea di cimentarsi con la narrativa?
Io ho sempre avvertito il bisogno di scrivere: faccio televisione, sono un attore, ho lavorato in radio, ma comunque lo chiami, quello che faccio è raccontare storie. Nei miei cassetti ho quaderni scritti a mano con del materiale che magari è lì da vent’anni. Quando dopo il mio primo libro ‘Neanche con un morso all’orecchio‘ Mondadori mi ha chiesto se avessi mai pensato di scrivere un romanzo, mi sono messo al lavoro sulle mie agende; qualche idea già l’avevo, ma scrivere è stata un’avventura, perché  dal momento in cui parti non sai con precisione come evolverà la tua storia e cosa succederà ai tuoi personaggi. Ciò che più m’interessava era la trasformazione dei protagonisti: alla fine è questo l’aspetto interessante di ogni storia; a parte Superman tutte le persone affrontano dei cambiamenti. La sfida è stata mettersi lì nelle notti in cui non dormo a far crescere la storia pagina dopo pagina.
 

Vittorio, il protagonista del romanzo, è un uomo solitario, indurito dalla vita e con problemi d’insonnia: quanto c’è di Flavio Insinna in questo personaggio?
Anch’io come Vittorio mi ritrovo spesso a lottare contro l’insonnia. A parte questo, nel romanzo ho cercato di scomparire. “La macchina della felicità” non è la mia biografia o la mia storia mascherata con altri nomi: la sfida era scrivere un romanzo e ho cercato di far sì che fosse tale. Poi è ovvio che penso con la mia testa, che ho avuto determinate esperienze e che quindi vedo il mondo in una certa maniera: questo trasparirà dal romanzo, ma non si può uscire da se stessi. Sicuramente non è una trasposizione su carta della mia vita. Ho cercato di dargli il mio spirito di ribellione alle cose brutte della vita. Vittorio non è indurito dalla vita, se l’è proprio lasciata scappare tra le dita.
 

Uno dei temi cardine del romanzo è la volontà di agire per far sì che una persona possa arrivare a realizzare i propri sogni. Quali erano i sogni di Flavio Insinna? È riuscito a realizzarli?
Se penso al lavoro, proprio no. Avevo immaginato che sarei diventato un medico come mio padre, a vent’anni ero convinto che sarei riuscito a diventare un ufficiale dei carabinieri… ecco, questi miei sogni sicuramente non li ho realizzati. Se poi si parla seriamente, devo ammettere che non sono stato fortunato, ma ultra-fortunato: io ci ho messo – e ci metto tutti i giorni – del mio: grandissimo impegno, un’applicazione severissima. Ma se sono qui oggi significa che sono stato anche molto fortunato. Nella scuola di Gigi Proietti eravamo in venticinque: c’erano ragazzi che avevano un talento incredibile. Alcuni non li ho mai più rivisti. Il nostro è un campo in cui alla bravura non corrisponde necessariamente un risultato. Ogni giorno professionale lo vivo come un piccolo grande miracolo. 

 

Nel romanzo Vittorio prova a essere la macchina della felicità che permette alla donna di cui è innamorato di realizzare il proprio sogno. Chi o cosa è stato la sua macchina della felicità?
Non amo parlare della mia vita privata: ci sono state delle donne che ho amato e che sicuramente mi hanno amato più di quanto io non sia riuscito a fare. Non è stata una felicità duratura, ma come dice il poeta “l’amore è eterno finché dura”. Per quanto riguarda la mia famiglia, ho avuto il privilegio di crescere in una straordinaria macchina della felicità. Poi se anch’io sono riuscito a diventare la macchina della felicità di qualcuno, questo non lo so: ho cercato di esserlo con tutto me stesso. A volte ricevo delle bellissime dimostrazioni di affetto da parte del pubblico: alcune persone mi dicono che io non ho idea della serenità che, in questi anni difficili, riesco a portare nelle loro case, anche solo per mezz’ora di trasmissione. E allora penso che magari la macchina della felicità non posso esserla, la felicità vera è altro, ma forse almeno un ingranaggetto…
 

In un periodo difficile per il Paese la cronaca ci parla di scandali e corruzione. Mantenere speranza, morale alto e ottimismo diventa sempre più complicato. Quale potrebbe essere la macchina della felicità per gli italiani?
L’amore purtroppo non è la soluzione a tutto. Se pensiamo a questo nostro Paese sventurato, il primo pistone della macchina che mi auguro possa rimettersi in moto è il lavoro: lavoro non in nero, retribuito dignitosamente, lavoro per le famiglie. Perché se non c’è lavoro non hai la forza di amare. Non ti senti una persona. Io mi auguro che questo nostro Paese possa rimettersi in moto col lavoro, perché solo da qui si può ripartire: se lavori trovi fiducia in te stesso, convinzione, dignità. Da quella macchina della felicità poi si rimetteranno in moto anche le altre. Ma se non riesci a offrire ai tuoi figli quello che vorresti, anche se loro ti ameranno comunque, ti sentirai sempre inadeguato e disperato.
 

Lei è molto attivo sia in televisione che nel cinema. La narrativa potrebbe trovare ancora un posto nei suoi progetti futuri?
Ho un paio di storie in testa da parecchio. Si scrive per se stessi e a me piace molto, lo farei comunque. È un piacere che ho sin da bambino, a scuola andavo male in matematica e mi rifacevo coi temi. Io cercherò ancora di ritagliarmi spazio e tempo per scrivere altre storie di carta e penna – non amo usare il computer. Poi se la Mondadori è d’accordo…

 

29 dicembre 2014

 
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