LIBRI - Intervista a Fabio Genovesi

Fabio Genovesi. ‘Nel mio romanzo do voce ai giovani adulti e ai quarantenni smarriti’

“Chi manda le onde”, il romanzo di Fabio Genovesi che Mondadori ha candidato al Premio Strega 2015, colpisce per velocità e semplicità: pagine vibranti che scorrono rapide, portandoci a una moltitudine di personaggi poetici...

Intervista allo scrittore Fabio Genovesi. Il suo romanzo “Chi manda le onde” è il candidato Mondadori al Premio Strega

 

MILANO – “Chi manda le onde”, il romanzo di Fabio Genovesi che Mondadori ha candidato al Premio Strega 2015, colpisce per velocità e semplicità: pagine vibranti che scorrono rapide, portandoci a una moltitudine di personaggi poetici, vivi ed eccentrici. Vi proponiamo la nostra intervista all’autore.

 

Il suo romanzo colpisce per lo stile: veloce, scorrevole e divagante, sorprende con invenzioni, allude a vicende che non verranno mai spiegate. Come nasce un discorso così fresco ed estemporaneo?

Trascorrendo l’inverno a Forte dei Marmi e parlando con persone del posto che hanno dai 70 anni in su, rimango sempre affascinato dai loro racconti. In questo romanzo volevo provare a riprodurre lo stile dei loro discorsi. Dopo una certa età il racconto diventa divagazione. Per me la narrazione è partire da zero. Alcuni eventi appaiono così, nel momento in cui scrivi, e fino a un istante prima magari di quella vicenda non c’era neppure traccia, perché ancora non ti era venuto in mente. Per lavorare a questo romanzo ho impiegato quattro anni, e alla fine ho chiesto ancora due settimane di tempo, però mi ero reso conto che alcune cose andavano riscritte. Ci sono cose che magari fanno la loro comparsa, vi si accenna solo in una pagina, lasciano un mistero e non verranno mai riprese. Ecco, a me piace la narrazione così, aperta, con storie dentro altre storie che noi magari non sapremo mai.

 

Nel momento in cui inizia a scrivere, ha già chiaro in mente come andrà a finire la sua storia?

Assolutamente no. Questo libro in realtà doveva parlare di un ragazzino alle prese con un esame e che si è ridotto a studiare tutto all’ultimo momento. E proprio in quel pomeriggio di lavoro viene distratto da questa famiglia strana, al di là della siepe, che litiga. E più andavo avanti, più questa famiglia mi sembrava interessante, al punto che il ragazzino alla fine è scomparso: nel libro di lui non c’è traccia e si parla di tutt’altro. Quindi figurati, altro che sapere come va a finire una storia, non so neanche come inizia! L’unica cosa che sapevo è che non avrebbe avuto nulla a che fare con la Versilia. E infatti è ambientato proprio lì. Il modo migliore per scrivere un cattivo romanzo è sapere tutto prima: nessun lettore leggerebbe un libro del quale conosce passo dopo passo quello che succede! Mi piace seguire le mie storie e farmi anche sorprendere. Molte cose io le scopro una pagina prima del lettore. Sono il primo a stupirsi, e spero che questo venga fuori nella scrittura.

 

In “Chi manda le onde” assistiamo a una sorta di “rovesciamento” generazionale: i più giovani sembrano molto più maturi dei loro genitori, spesso smarriti e confusi.

È un aspetto cui tengo molto: la generazione cui appartengo penso sia la più smarrita nei tempi moderni, si è ritrovata a dover lottare per qualcosa in favore dei giovani e si è accorta che quando mai la loro lotta giungerà a un obiettivo, loro non saranno più giovani. I quarantenni di oggi sono una generazione di mezzo che ha pensato di essere una generazione giovane e combattente e adesso non è più l’una né l’altro, riceve consigli non più validi dalla generazione precedente, che proviene davvero da un mondo diverso. I quarantenni di oggi hanno studiato moltissimo e sono preparatissimi ma sul nulla, e spesso i loro figli sono più adulti di loro.

 

Potremmo dire che il suo romanzo ha un’ambientazione quasi atemporale: potrebbe svolgersi ai giorni nostri come vent’anni fa, non vi si riscontra il dominio che la comunicazione social sembra avere sulle nostre vite.

Secondo me Facebook e Twitter dentro un romanzo, per quel che è il mio modo di raccontare, uccidono la narrativa. I più grandi classici, con i social network, durerebbero un capitolo. La tecnologia porta degli indubbi vantaggi, ma anche dei problemi dal punto di vista narrativo. Può essere che tra dieci anni Twitter e Facebook non esisteranno più. Magari verranno soppiantati da nuovi modi di comunicazione che ancora non possiamo immaginare. Io ho l’ambizione di scrivere dei libri che possano interessare e comunicare anche ai lettori che li leggeranno tra dieci o vent’anni. Mi piacerebbe che succedesse, ma scrivere oggi storie sui social network potrebbe portare a una totale incomprensibilità per i lettori di un futuro neanche lontano. La tecnologia a me piace, narrativamente, solo in rapporto a chi non la sa usare: è utile quando crea confusione, non quando aiuto. L’aiuto non serva. La narrativa è difficoltà.

 

15 aprile 2015

 

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