Ecco perché ancora oggi amiamo le opere di Dostoevskij

Abbiamo ricordato l'11 novembre l'anniversario di nascita di Dostoevskij. Per l'occasione abbiamo intervistato Damiano Rebecchini, docente di letteratura russa
Ecco perché ancora oggi amiamo le opere di Dostoevskij

MILANO –  “Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte”, diceva Dostoevskij, e il grande scrittore russo lo è stato fino alla fine, tanto che ne sentiamo ancora oggi la forte eco. Abbiamo ricordato venerdì 11 novembre l’anniversario di nascita dell’autore de “Le notti bianche” e di “Memorie dal sottosuolo”. Per l’occasione abbiamo chiesto le ragioni dell’amore che molti nutrono ancora oggi per i suoi romanzi al Professor Damiano Rebecchini, docente di letteratura russa presso l’Università degli Studi di Milano. Il professor Rebecchini ha vinto nel 2013 con la traduzione di “Delitto e castigo” il premio come migliore traduttore emergente al Concorso letterario “Russia-Italia. Attraverso i secoli”, istituito nel 2007 dalla Fondazione Boris Eltsin e dai Ministeri della Cultura e degli Esteri russi. Ecco cosa ci ha raccontato.

Cosa rende grande Dostoevskij ancora oggi? Quali qualità della sua scrittura lo rendono contemporaneo? Anche il Papa ha recentemente detto di ispirarsi allo scrittore russo…

Dostoevskij è ancora molto amato. Credo che sia dovuto al fatto che egli parte sempre da situazioni molto concrete e molto attuali, da delitti, che egli descrive in uno stile rapido e giornalistico, situazioni che all’inizio attirano per la loro eccezionalità: un assassinio ‘gratuito’, una serie di omicidi compiuti da un gruppo terroristico, un delitto passionale, il parricidio in una famiglia degenerata. Ma questa eccezionalità, il carattere ‘scandaloso’ di questi fatti, che tanto avvincono il lettore all’inizio, con il procedere della narrazione si dissolve in un’indagine che non è più sulla superficie cronachistica dei fatti, ma che si approfondisce in una serie di domande – perché si uccide? Come vivere, se non si crede in Dio? Il male è nell’uomo o nelle sue condizioni di vita? – domande che sono senza tempo. Ogni suo romanzo è un concentrato di esperienze biografiche che l’autore stesso ha vissuto sulla sua pelle e che continuano a parlare a tante persone che in qualche modo si sono volute avvicinare a situazioni simili.

Qual è la più importante eredità che ha lasciato alla contemporaneità?

Credo che sia l’aver saputo rappresentare l’uomo in tutta la sua enigmaticità, in tutta la sua imprevedibilità e inconoscibilità. Ha saputo rappresentare un mistero senza spiegarlo.

Ci sono autori, in Italia o all’estero, che le ricordano Dostoevskij?

Dostoevskij ha lasciato tante tracce, è un autore contagioso, troviamo echi dei suoi romanzi in autori così diversi, da Freud a Moravia, da Coetzee a Woody Allen.

La sua premiata traduzione di “Delitto e castigo” è stata apprezzata anche perché è riuscita a restituire freschezza e attualità alla lingua di Dostoevskij. Cosa le è rimasto più impresso di quel lavoro? Qual è la più grande difficoltà che ha affrontato durante la traduzione?

Dostoevskij usa un linguaggio che per i russi di oggi è ancora molto vivo, non lo sentono come una lingua letteraria, come avviene con i romanzi di Turgenev o di Tolstoj. In Delitto e castigo ad esempio introduce una grande varietà di forme gergali e dialettali differenti, legate a gruppi, strati sociali e regioni russe differenti. Ogni personaggio ha davvero un suo modo di parlare, legato a un preciso contesto russo, e per un traduttore italiano non è facile renderlo. Quello che mi ha impressionato di più è la straordinaria memoria di Dostoevskij, la sua capacità di rievocare dettagli minimi che aveva descritto fugacemente centinaia di pagine prime. Colpisce la straordinaria coerenza creativa della sua opera, tanto più incredibile se pensiamo alle difficoltà concrete e alle condizioni proibitive in cui è avvenuta la sua scrittura.

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