LIBRI - La sindrome di Hugh Grant

Daniele Cobianchi, ” I 40enni di oggi vivono la sindrome di Hugh Grant: scappano dalle loro responsabilità perchè troppo fragili”

'Gli uomini di oggi non stanno bene da nessuna parte e in nessuna situazione'. Parola di Paolo Cobianchi...

MILANO – ‘Gli uomini di oggi scappano dalle loro responsabilità solo perché troppo fragili. Chi soffre di questa sindrome vorrebbe crescere ma non riesce e vive una sorta di eterno presente che se da un lato sembra rassicurante dall’altro è invalidante. In sintesi, non stanno bene da nessuna parte e in nessuna situazione’. Parola di Daniele Cobianchi, scrittore ed esperto di comunicazione, autore del libro ”La sindrome di Hugh Grant”. Protagonista dell’opera è il quarantenne Thomas Rimini. Mezzo adulto e mezzo ragazzo, mezzo sognatore e mezzo disilluso, mezzo innamorato e mezzo in attesa di chissà chi. E quando la vita gli chiede da che parte intende stare, lui non risponde, si rifugia in un eterno presente, evitando qualunque azione che lo sbilanci da una parte o dall’altra.

Senza svelare troppo sul libro, ci puoi spiegare in cosa consiste la sindrome di Hugh Grant?

La sindrome di Hugh Grant è l’incapacità di diventare adulto e trae ispirazione dai personaggi che Hugh Grant ha interpretato nella sua carriera di attore. Uomini che scappano dalle loro responsabilità solo perché troppo fragili. Chi soffre di questa sindrome vorrebbe crescere ma non riesce e vive una sorta di eterno presente che se da un lato sembra rassicurante dall’altro è invalidante. In sintesi, non stanno bene da nessuna parte e in nessuna situazione.

Da cosa ‘fugge’ il protagonista del libro?

Il protagonista non è pronto a cambiare la propria vita, a inquadrarla in uno schema classico e invece di affrontare il problema preferisce scavalcarlo. Sbaglia? In apparenza scappa da un matrimonio, ma in realtà è il confronto con se stesso che lo spaventa, la disillusione, la consapevolezza di aver definitivamente sorpassato l’età dei sogni, l’obbligo di uniformarsi al mondo adulto. È un tipo goffo, divertente, a tratti irritante. Ma poi lo si adotta, perché si espone e non ha paura di mostrare le sue debolezze.

Quali sono le caratteristiche principali dei ‘quarantenni disperati’ di oggi? Secondo te essi vivono più di rimpianti o di soddisfazioni?

L’età tra i quaranta e cinquanta è complicata. Ci si rende conto che la propria vita ha preso una direzione precisa, nel bene o nel male, e non si è più in tempo per modificarla. E allora ognuno compensa come riesce quel sottile disagio: chi diventa Iron Man, chi fa yoga, chi si fa l’amante, chi si compra la moto, chi va ai corsi di scrittura, chi sposa chi non ama ma rassicura, chi va dal chirurgo plastico, chi si tinge i capelli. Ci si rende conto che il compromesso è inevitabile se non si vuole rimanere da soli e ognuno cerca solo di pagarne il minor prezzo.

Quanti, secondo te, si trovano nella sua stessa situazione oggi? O sono più coloro che scappano dalle responsabilità che l’età gli pone davanti?
È un disagio generazionale. Non mi sento di condannare chi scappa né chi fa delle scelte precise ma con poca convinzione. Ognuno decide quale è il suo tasso di compromesso e poi ne fa i conti sempre con se stesso. Nel libro ho voluto raccontare dei personaggi esilaranti e in parte riconoscibili nel quotidiano di tutti, ma senza l’ambizione a essere generalista o di voler raccontare delle verità incontrovertibili.

Quali consigli puoi dare ai tuoi coetanei quarantenni, di cui si parla nel libro?

Nel libro non c’è una morale che dice ciò che è giusto e sbagliato.
Credo che l’unica cosa sia non tradire se stessi, accettandosi per ciò che si è ed evitare di mettersi in panni poco vestibili, perché quelli diventeranno sempre più scomodi ogni giorno che passa. Questo anche prendendosi dei rischi: la solitudine ad esempio. Poi c’è l’elogio del poter cambiare idea, del non timore a tornare indietro, indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno ad aspettare. E crescere forse è saper fare anche questo.

4 dicembre 2014

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