Daniela Palumbo, ”Con il mio libro, voglio sollecitare la curiosità e l’empatia dei ragazzi”

''Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di provi domande, di mettere in discussione l'autorità, i luoghi comuni, i dogmi''. Queste le parole di Bertrand Russell che Daniela Palumbo pone a epigrafe del suo libro, ''Sotto il cielo di Buenos Aires'', questo il suo invito ai giovani lettori. Al termine dell'articolo, un estratto del libro in anteprima...

L’autrice presenta “Sotto il cielo di Buenos Aires”, il suo ultimo romanzo per ragazzi

MILANO – “Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di provi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi”. Queste le parole di Bertrand Russell che Daniela Palumbo pone a epigrafe del suo libro, “Sotto il cielo di Buenos Aires”, questo il suo invito ai giovani lettori. L’autrice racconta qui la storia di Ines, che da bambina si imbarca insieme alla sua famiglia alla volta dell’Argentina. Abbandona gli amici, la scuola e la sua cavalla Lucerna, ma a Buenos Aires trova un nuovo mondo tutto da scoprire. Presto però si imbatte nella realtà di una dittatura sanguinaria e dei “desaparecidos”. Si può davvero sparire per sempre? La ricerca della verità fa il giro del mondo e arriva ai nostri giorni, toccando le vite di Angela Maria, Ines, Estela, Luna, Pablo, tutti parte di un grande segreto da svelare e di un unico destino da ricostruire.


Com’è venuta l’idea del libro?

Quando da noi in Italia si cominciava a parlare di desaparecidos, io ero appena adolescente. Ricordo bene però quelle vicende che, pur così lontane, sentivo che mi riguardavano. Erano gli anni, anche in Italia, della ribellione giovanile all’autorità costituita, ai privilegi e agli abusi. Erano anni intensi e vivaci e, seppure fossi ancora una ragazzina, sentivo questa atmosfera nella quale si respirava la voglia di cambiare il mondo. La dittatura argentina, iniziata nel 1976 – in questo contesto ribelle – mi indignava già allora.


Nei suoi libri, lei affronta argomenti di grande peso storico, politico e sociale – in questo la dittatura argentina, ne “Le valigie di Auschhwitz” la deportazione. Qual è la maniera giusta di affrontare queste tematiche con i ragazzi?

Parlandone innanzitutto. La memoria è una medicina. Un ragazzino un giorno ha detto in un incontro: forse noi dobbiamo ricordare la Shoah perché quando succede qualcosa che è ingiusto, ci possiamo arrabbiare ancora… Ricordare è anche mantenere la memoria storica viva, riannodare i fili delle generazioni.

Qual è il messaggio che vuole trasmettere loro mettendoli di fronte a una realtà così cruda?
Nessun messaggio. Nessuna ricetta edificante o intenti didattici e didascalici. Quando racconto una storia innanzitutto deve essere qualcosa che prende me. Che mi indigna, o mi dà gioia. Credo che la buona fede di chi scrive, un ragazzino la avverta. E’ importante quando il lettore riesce a identificarsi con i protagonisti del libro e a sentire ciò che accade come qualcosa che lo riguarda. Ma le emozioni di un bambino, di un adolescente, bisogna proteggerle: è soprattutto attraverso l’emozione che un ragazzino codifica la realtà. Lasciare allora che le emozioni prendano il sopravvento – magari cercando di edulcorare la realtà, o sollecitare la lacrima – non mi interessa: la lacrima passa e non lascia traccia. Mi piacerebbe sollecitare la curiosità per le persone, l’empatia per chi ci sta accanto, anche se la sua storia non ci riguarda direttamente.
Le parole di Russel sono vecchie ma eterne. Fra gli adulti si assottigliano sempre più le differenze, le nuove generazioni spero siano più sagge e non si accontentino di uniformarsi. Io li aspetto con curiosità.


È difficile, da autrice, adottare il punto di vista dei giovani protagonisti dei suoi libri e trovare la loro voce?

Mi viene naturale perché sono molto legata al periodo dell’adolescenza, dove tutto era bianco o nero. Era assoluto e definitivo. Lo ricordo con tenerezza perché è stato il periodo più fertile di emozioni e pensieri. Tutto appare possibile. O viceversa. Si è alla ricerca dell’identità, delle risposte da dare a un’interiorità in subbuglio… E’ da quel caos che si nasce PERSONE con riferimenti e opinioni proprie. Quel divenire accelerato è sempre affascinante per me: Ines, Estela, Luna, Pietro, sono in quel periodo, ognuno con le proprie fragilità, la propria forza interiore. Sono voci diverse ma fanno parte di un coro che ha il medesimo obiettivo: scoprire la verità e, forti di questa, presentarsi al mondo. Non per tutti è facile, però,  prendere su di sé il peso della verità, per qualcuno (vedi Estela, ma anche Luna) può essere insostenibile. L’affetto e la fiducia degli adulti sono indispensabili in questa età.


In un periodo in cui il mercato editoriale sta subendo una generale contrazione, il settore ragazzi è in crescita. Secondo lei perché i ragazzi leggono di più? E perché invece quest’abitudine si perde diventando adulti?

I ragazzi leggono anche perché la scuola pubblica italiana (per poco, dato che stanno facendo di tutto per distruggerla) ha insegnanti che ancora credono nel valore formativo della lettura. O nel piacere di leggere, semplicemente.
Gli adulti leggono sempre meno per tanti motivi. Uno di questi è la vita frenetica e multitasking che siamo costretti a percorrere eternamente in corsa, in affanno, dove nemmeno i ragazzi hanno più tempo libero. Gli adulti, inoltre, perdono la curiosità. Siamo una società troppo concentrata su noi stessi. Abbiamo sempre meno voglia di ascoltare storie diverse da quella del nostro “piccolo orticello casalingo”.

17 aprile 2013

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