Costanza Rizzacasa d’Orsogna, ”In Italia c’è bisogno di corsi di lettura ancor prima di quelli di scrittura”

Da anni, in Italia, fioriscono corsi di scrittura creativa di scuole più o meno accreditate, mentre sarebbe bello se accanto a questi, e prima ancora di questi, fiorissero corsi di lettura. Parola della giornalista Costanza Rizzacasa d’Orsogna...

La giornalista parla della sua passione per la lettura ed analizza la situazione culturale italiana

 

MILANO – Da anni, in Italia, fioriscono corsi di scrittura creativa di scuole più o meno accreditate, mentre sarebbe bello se accanto a questi, e prima ancora di questi, fiorissero corsi di lettura. Parola della giornalista Costanza Rizzacasa d’Orsogna, già notista di politica e costume del Riformista e della Stampa e che oggi scrive anche per Panorama, ItaliaOggi e il blog del Corriere della Sera La 27ORA. La giornalista parla della sua passione per la lettura ed analizza la situazione culturale italiana

Un B.A. in scrittura alla Columbia University di New York, un passato da giornalista finanziaria, oggi notista di politica e costume. Che ruolo hanno avuto i libri nella tua vita?

Ogni volta che ci penso mi torna in mente quella frase, “We read to know we are not alone”. E’ una citazione dal film Shadowlands, che ripercorre parte della vita di C.S. Lewis, l’autore di Narnia. Nel film è attribuita a Lewis: in realtà non è sua, ma dello sceneggiatore William Nicholson, che la faceva dire al personaggio già nella pièce da cui poi è stato tratto il film. Qualche anno fa, il New Yorker l’ha usata per lanciare il suo Book Club, un’esperienza interattiva tra il giornale e i lettori.

Da osservatrice dell’attualità, come giudichi il livello culturale italiano?
Mi ha colpito, qualche mese fa, una frase di Michele Serra riportata da Pietrangelo Buttafuoco in una sua intervista. “Lo scrittore di destra è doppiamente sfortunato”, diceva: “Perché quelli di sinistra non lo leggono perché è di destra. E quelli di destra non leggono”. Se la prima parte suona più verosimile della seconda, che spero sia solo una punchline, è vero anche che l’Italia è ormai un Paese educato a tv (non “pane e tv”, perché siamo tutti a dieta), e Serra non sbaglia quando allude a un modello “culturale” depositato negli ultimi vent’anni da una certa area politica, fatto di Costantini Vitagliano e Manuele Arcuri. Del resto era stato l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti a dire che con la cultura non si mangia, per giustificare i tagli. Nessuno legge più libri, sempre più librerie sono costrette a chiudere, rimpiazzate da franchising di mutande. Anche noi giornalisti: leggiamo tanta saggistica per tenerci informati, come il libro di Bisignani & Madron, primo in classifica nel settore, ma quand’è stata l’ultima volta che abbiamo letto un romanzo, dall’inizio alla fine, e per piacere, non perché magari dovessimo scriverne? Per carità, noi italiani non siamo soli in questo primato. Qualche tempo fa, in pieno tormentone da Paranormal Activity, improbabile caso cinematografico del 2007, ne avevo intervistato il regista, Oren Peli, israeliano naturalizzato americano. Alla domanda su cosa stesse leggendo in quel momento, rispose: “Non leggo. Mi dico sempre che se un libro è buono qualcuno ne farà un film, e allora andrò a vedere quello”. E non aveva 17 anni, ma 39. Allo stesso tempo, negli anni Novanta, a New York, salivi in metropolitana e trovavi tutta la “Best Sellers” list del New York Times ripetuta per quattro. Da noi in metropolitana non legge nessuno.
Certo, la chiusura delle librerie è legata anche a nuove forme di fruizione, come gli ebook. A gennaio Barnes & Noble, sulle cui poltrone milioni di americani, e anche la sottoscritta, hanno letto a scrocco altrettanti libri, ha annunciato la chiusura entro i prossimi dieci anni di quasi un terzo delle sue librerie. Secondo l’amministratore delegato retail Mitchell Klipper, nel 2014 gli ebook costituiranno almeno il 50% delle vendite. Un dato che non sorprende se si pensa che, secondo dati BookStats, il giro d’affari degli ebook negli Usa è di oltre 2 miliardi di dollari. In Italia i numeri dell’ebook sono ancora molto piccoli, ma anche gli unici di segno positivo del settore. Secondo l’Associazione Italiana Editori, tra gennaio e aprile le vendite di libri digitali sono aumentate di oltre il 300%. Va da sé che gli editori si riorganizzano. Anche se intorno al fenomeno da noi c’è ancora una certa pruderie. Io, per dire, sono fra quei bigotti che amano l’odore delle pagine del buon vecchio libro. Ma tutto ciò che può stimolare il consumo di cultura è cosa buona e giusta. Per dire: dà i brividi, e non di piacere, che una Stephenie Meyer, autrice della saga di Twilight, abbia anche lontanamente a che fare con Jane Austen. E però se Austenland, il film di cui è produttrice, su una trentenne ossessionata da Orgoglio e pregiudizio, spingesse qualche ragazzina a prendere in mano Orgoglio e pregiudizio?

L’estate è ormai nel clou. Quali sono i tuoi consigli sui libri assolutamente da leggere?
Limonov, di Emmanuel Carrère (Adelphi), è il mio libro dell’anno, forse degli ultimi anni. Se invece di portare in spiaggia l’ennesimo giallo di James Patterson, quest’anno si portasse Limonov, tanti passerebbero un’estate migliore. Il secondo consiglio è AristoDem – Discorso sui nuovi radical chic, di Daniela Ranieri (Ponte alle Grazie). Intelligentissimo, colpisce molto vicino a casa. Last, è appena uscito un Meridiano Mondadori con 55 racconti di Alice Munro. Posto che tutti i racconti della Munro andrebbero mandati a memoria (e ce n’è per tante, tante raccolte), è un buon inizio.

Gli ultimi dati ci dicono che gli italiani non sono molto avvezzi alla lettura. Secondo te quali sono i motivi e cosa si potrebbe fare per invertire il trend?
Again, non siamo i soli. Leggevo che l’anno scorso, ad Harvard, solo due studenti su dieci hanno preso la laurea in una materia umanistica. Ovviamente da noi va molto peggio: gli studenti di queste facoltà sono diminuiti nello stesso periodo di quasi il 30%. La differenza è che mentre negli Usa il problema è così sentito che se ne occupa il Congresso, da noi passa inosservato. Non ci resta che sperare nei superpoteri del ministro Bray, appena riuscito nell’impresa impossibile di riportare fondi alla cultura, dopo che per anni questi erano stati falcidiati. Da anni, in Italia, fioriscono corsi di scrittura creativa di scuole più o meno accreditate, che scimmiottano una tradizione in cui sta tutta la praticità degli americani – quella basata sul concetto che “writing is a craft”, quindi un mestiere, e può essere insegnato (sull’argomento consiglio di recuperare un divertente articolo di John Barth apparso sul New York Times qualche decennio fa). Ecco, sarebbe bello se accanto a questi, e prima ancora di questi, fiorissero corsi di lettura.

 

19 agosto 2013

 

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