Le recensioni dei lettori

Concerto per Wanda, un romanzo femminile scritto da una donna

Un concerto possiede volumi, spazi, note, possedimenti della materia incastonati alle vive potenze dello spirito...

Un concerto possiede volumi, spazi, note, possedimenti della materia incastonati alle vive potenze dello spirito. Un concerto possiede le energie della parola e del silenzio, del dire e l’esser muti, dell’avvicinarsi alla realtà attraverso l’uscio di servizio che porta nelle stanze del profondo, quelle dove incontri le camere da letto e del respiro, dove incontri la vita e la morte in un amplesso vorticoso di carne e separazioni.

Un concerto è vento, è onde, è microscopico divenire del più inesplorato universo che è l’uomo. La donna. Wanda. ‘Concerto per Wanda‘ è un romanzo su donna per mano di donna. Un romanzo sul camminare verso. Percorrere paesaggi, passaggi in corriera con la piccola borsa. Compagni di valige e viandanti, autisti e tabaccai, piazza, giardini, campi disseminati. Un romanzo sulle mani, sugli sguardi, il silenzio, le confessioni, gli abbandoni sacrificati per un letto di bianco e di nero… del comprimere Bach e Mozart con polpastrelli carezzosi.

Romanzo è morire e rinascere, partorire, denudarsi, darsi. E Giovanna Bruco fa tutto questo. Giunge da lontano con la sua femminilità densa, evoluta, scoperta, concupiscente escavatore di cemento bastardo che protegge barriere inutili. Lentamente come l’acqua scorre e delava. Rode con molecole di aspro le scorie, le borie, le resistenze, le incoerenze, le supponenze del viaggiatore incallito alla sua ipocrisia potente. Perché la sessualità del romanzo è leggera, naturale, incline alla lucidità del cuore quando ama senza misteri dolorosi, senza mortalità, senza la poco virtuosa incompresione della propria nascita.

Wanda è il romanzo dell’equilibrio, della percezione, della comprensione senza domande, della fuga a piedi passeggiando, è un andare rapidissimi seduti, è l’illuminazione in cui l’iniziato ha raggiunto il nirvana della semplicità e dà un bacio al prossimo che è in sé ed in tutti gli uomini e le donne e gli uccelli ed i serpenti e nel peccato delle virtù inconsapevoli. Wanda è un romanzo della intuizione e dell’armonia, è nostalgia del mare quando sei tra le onde, della carne quando il sesso è bene, del finito quando il falco di cui sei parte ti abbandona agli spazi indeterminati del vento e con il semplice movimento delle mani e delle unghie ti libri sonante, cantante. Wanda, esperante. E’ precipitare in un incontro d’amore sulla tastiera del pianoforte aperto che ti accoglie con l’orgasmo di note. Do.Do. Re. Mi Fa Sol. La. Si…Do. Cosa? Pare essere la domanda di una delle protagoniste e pare perfino manchi la risposta. Ed invece eccola. Tutto è nel silenzio del ritorno. In quel ritrovarsi dei protagonisti per un semplice andare verso. Gli spazi sarebbero possibili per creare un cerchio saldo di persone, tra mani che si stringono un po’ per volta per poi lasciarsi.  Tutto è nella letteratura spontanea che sorge nella pelle dell’autrice; della viandante che ameresti incontrare nelle americhe cafchiane quando i Greyhaund si fermano con la luna di notte alle stazioni di servizio, perchè è un velluto la mente che ti esplora.

Il libro è semplice e nella sua semplicità quasi cattivo, non concede, non cede. E non creda l’editore Manni di poter spacciare il testo come frutto di un editor furbo astuto che entra con il suo coltello nel corpo di un’opera per riordinarla secondo le macellerie del mercato. Wanda è un romanzo nella libertà. E’ sincero, caldo, antimercato quanto basta per lasciare che in ogni sprazzo tu colga un pensiero e ti soffermi, non cerchi il finale, cerchi l’uomo, la donna, lo spettro dell’esistenza mancata che ti ha reso colpevole. E’ pervaso da una energia antibancarellesca, da una onestà antipatica, da una materia che puoi cucinare nella tua anima. Gli ingredienti sono quelli della vita di ogni giorno, semplici come l’amore e l’acqua, come il pane e il diavolo, come il campanello della porta.

Bisogna essere schietti per leggere Giovanna Bruco. Seguire i capitoli come in un sentiero di montagna dove devi imparare ad arrampicarti. I capitoli sono le pietre su cui scattano le emozioni ma anche gli alberghi, ti viene voglia di rifugiarti in quel periodare forte, ampio, costruito con la sapienza dei maestri comacini, i costruttori di cattedrali diventati poi massonici. Sono due braccia le parole, unghie la punteggiatura, dita tenere di eccitazioni e ardori, i suoni. Il ritmo è dentro, con l’energia che ti trasmette questo andare e venire della narrazione. Come nell’attesa, il vortice è nella suspance del venire alla luce, alla consapevolezza, al superamento, alla stasi, ed allo sforzo di riprendere.  Il clou è nel conflitto delle emozioni, è nel concerto, il pianoforte, il violino. La musica è la chiave di volta del meccanismo, del lungo metronomo triller. Dove giungerà? Dov’è il punto di arresto del penetrare? La forza di Giovanna Bruco ferma il correre e tra gli spasimi e lo stupore della prima volta ti soffermi con lei a  riflettere perché la illuminazione letteraria è bruciarsi i ponti con il passato tra l’abisso del prima e del dopo.

Tu dormi. Concerto per Wanda, ti scopre con un colpo di vento e ti porta via. Resti per sempre un viaggiatore pur fermo dinanzi a questa finestra essenziale sulle emozioni umane. Terrene, umide, incardinate alle radici. Pure dove è secchezza, amarezza, rinuncia la sera è forte, il desiderio di luce ti accoglie. Non esita. E’ lì. Ti sussurra letteratura. E’ mutazione.

Il periodare è ampio, strutturato da centine, resiste a terremoti e scalpelli, a respiri pesanti, ma anche a sussurri cupidei, che rilanciano altalene e rami d’albero. Capelli al vento e corde. Non frasi brevi ma piccoli ponti sul Rio delle Amazzoni che ti fanno mancare il respiro per l’immensità. Lunghe campate di anime congiungono vallate distanti corpi addormentati. In questo senso è una scrittura geografica, antropologica, di gambe e di piedi, muscoli e territori della mente.

Concerto per Wanda è inquietantemente rasserenante, non dà schiaffi, non ha punture, salvo quelle di penetrare oltre. Sentire immergere. Lascia quei calori che scaldano all’istante come una sigaretta che sfrigola e guarisce, cicatrizza non disdegnando neppure un viaggio tra le siepi roventi dell’esodo. Oppure in altre pieghe il ritmo scalda soltanto, lentamente, calmando il dolore dell’anca, il reumatico proscenio del tempo che fu e che in un paradiso di parole raccogli. Guariscono sempre le parole. Un viaggio tra le sillabe, si, no, for-se, lascia in lei sempre quel retrogusto audace che allontana  il sapore oblungo provato sul lettino del terapeuta, senza rimpianti.  La scrittura è uno strumento senza fronzoli, Concerto per Wanda ti crea l’intercapedine pudica del sentire l’anima, per cucire insieme uomini e donne rapiti, per porre sullo stesso oceano le onde del mare e del cuore. E’ questo il grazie che ogni lettore deve a lei, per tutti amica, Giovanna Bruco.

Enzo Antonio Cicchino

23 marzo 2014

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