Carmine Abate, ”Il mio libro è un romanzo di formazione e di impegno civile”

''I ragazzi guardano il mondo con uno sguardo diverso, come se lo riplasmassero nel momento in cui lo vedono, perché vi scorgono la promessa del mondo futuro che dovranno costruire''. Così Carmine Abate spiega perché spesso scelga di scrivere storie che hanno per protagonisti adolescenti, come ne ''Il bacio del pane''...
L’autore ha presentato a Milano la sua ultima fatica letteraria, “Il bacio del pane”
MILANO – “I ragazzi guardano il mondo con uno sguardo diverso, come se lo riplasmassero nel momento in cui lo vedono, perché vi scorgono la promessa del mondo futuro che dovranno costruire”. Così Carmine Abate spiega perché spesso scelga di scrivere storie che hanno per protagonisti adolescenti, come ne “Il bacio del pane”, il suo ultimo lavoro. L’autore ha presentato il libro in questi giorni a Milano, alla libreria Mondadori di piazza Duomo, parlando di sé e della sua terra.
UN ROMANZO DI FORMAZIONE E UN ROMANZO CIVILE – “Il bacio del pane” è un romanzo di formazione perché racconta la storia di un’estate trascorsa in un piccolo paese della Calabria, Spillace, durante la quale i giovani protagonisti si trovano a compiere, nel breve spazio di tre mesi, il fatidico passaggio alla vita adulta. Ma non è soltanto questo. “È anche un romanzo civile”, precisa lo scrittore, “e io spero che così venga letto”. È un libro che risolve infatti alcuni nodi lasciati insoluti in quelli precedenti di Abate, lasciando intravedere il disegno tracciato via via dall’autore. “Sto cercando, libro dopo libro, di comporre una geografia che è fantasiosa solo nei nomi. Sto raccontando una terra ferita, la nostra terra, la Calabria, con cui il rapporto non è  semplicemente di amore e odio, ma più complesso”, dichiara Abate. Vengono toccati qui argomenti di grande attualità, come il problema della malavita e la necessità di una seria lotta all’illegalità, tutti punti che stanno indirizzando la scrittura di Abate nel senso, appunto, dell’impegno civile.  
L’IMPORTANZA DI UNO SGUARDO ESTERNO – In questa lotta c’è bisogno dell’aiuto e dello sguardo anche di chi sta fuori: la geografia della Calabria non si può reggere da sola, ha bisogno di altre geografie. “Racconto cercando sempre uno sguardo esterno”, commenta l’autore. “Nei miei libri ci sono sempre uomini venuti da fuori. Gli stessi protagonisti non sono tutti ragazzi cresciuti in Calabria. Hanno lì le loro origini ma vivono in altre città, tornano a Spillace per l’estate”. È il caso di Marta, che vive a Firenze e scende al mare per le vacanze. Sono lei e Francesco a scoprire un giorno un “uomo misterioso” che si nasconde in un mulino abbandonato vicino alla cascata del Giglietto – un luogo sopra il paese dove la compagnia di amici va a ripararsi dall’afa di luglio. Il vagabondo all’inizio cerca di allontanarli, è addirittura armato. Tra lui e i ragazzi si crea però presto un rapporto di lealtà e solidarietà, che condurrà l’uomo a rivelare qualcosa di sé, della ferita che lo ha condotto a nascondersi. Lui diventerà per i protagonisti, nel corso della storia, il testimone più alto della dignità, del rifiuto della prepotenza, della solidarietà che rendono grande ogni esistenza e restituiscono a ogni luogo la sua bellezza. “E anche lui è vissuto lontano”, precisa Abate, a rimarcare che, se per rifiutare l’illegalità non c’è necessariamente bisogno di migrare altrove, c’è comunque bisogno di arricchire il proprio sguardo della prospettiva di chi sta altrove. 
TENERE UNITI DUE MONDI – Di migrazione parla ancora Abate dicendo che “la classe politica  dovrebbe considerarlo ancora il problema centrale di tutta l’Italia del Sud, mentre ultimamente tende a disinteressarsene perché partono in pochi – ma semplicemente perché in pochi sono rimasti. Il mio paese, quando sono nato io, contava quasi 2 mila abitanti, negli anni Novanta ne contava 1.381, oggi 700”, prosegue lo scrittore. “Quando torno lì, ormai ogni mese, lo vedo così vuoto, ho l’impressione di un paese morto. Se però me lo immagino con la sua ombra che si proietta verso Nord, sulle città dell’Italia settentrionale dove sono migrati tanti miei compaesani, fino ad Amburgo dove vive mia sorella, allora non mi sembra più tanto piccolo e mi sento più forte. E lo stesso discorso vale per chi sta fuori: se chi è fuori sa che la sua ombra si estende fino a questo meraviglioso paese, allora tutto cambia, si sente meno isolato, meno solo. L’impegno deve essere di tenere uniti questi due mondi, quello di chi parte e quello di chi resta”.
IL VALORE DEL PANE – È quello che accade in questo romanzo, dove dialogano mondi e anche generazioni diverse. “Spesso i ragazzi di oggi vengono dipinti come una generazione ‘deficiente’, incapace di ascoltare, chiusa in un mondo virtuale”, spiega l’autore. “In verità invece i giovani hanno bisogno di un passaggio di testimone. Se si fanno loro grandi discorsi ‘calati dall’alto’ magari non si ottiene nulla, ma se si parla loro con l’esempio concreto, apprezzano quello che vedono. In questo libro è stando accanto all’uomo misterioso che i ragazzi capiscono il valore della solidarietà, della legalità e della dignità, che sono i tre valori centrali del romanzo e i pilastri di una vita seria”. È attraverso il rapporto con lui e la scoperta di questi principi che si compie il passaggio alla vita adulta, oltre che attraverso l’amore e l’eros. “Amo raccontare l’innamoramento: è il momento in cui si ricrea il mondo”, afferma Abate. Ed è anche l’amore, con la sua nota di follia e sregolatezza,  che scoprono Francesco e Marta. Tutti questi valori si incarnano nel gesto antico e attuale di baciare il pane, per celebrarne il dono e il mistero, il pane, legato alla terra e al lavoro, che con la sua lenta lievitazione insegna l’importanza dell’attesa e dell’adempimento di una promessa.

17 settembre 2013
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