Bruno Arpaia, ”Nel mio noir racconto un pezzo di storia importante per l’Italia e per Napoli”

Negli anni Ottanta Napoli era una città cupa, segnata dalla lotta tra la nuova camorra organizzata e le vecchie famiglie camorriste, dove c'era quasi un morto al giorno per strada. Così la descrive Bruno Arpaia, che alcuni dei fatti raccontati nel suo ultimo libro, il noir ''Prima della battaglia'', li ha vissuti davvero...

Lo scrittore ci presenta il suo ultimo libro, “Prima della battaglia”, dove torna il personaggio Alberto Malinconico de “Il passato davanti a noi”

MILANO – Negli anni Ottanta Napoli era una città cupa, segnata dalla lotta tra la nuova camorra organizzata e le vecchie famiglie camorriste, dove c’era quasi un morto al giorno per strada. Così la descrive Bruno Arpaia, che alcuni dei fatti raccontati nel suo ultimo libro, il noir “Prima della battaglia”, li ha vissuti davvero. Qui ritroviamo un personaggio già conosciuto da giovane ne “Il passato davanti a noi”. Alberto Malinconico, divenuto commissario, si trova a indagare sul caso di uno scrittore, Andrea Rispoli, morto in un “incidente” sulla tangenziale di Napoli. Percorrendo le strade di Scampia, tra malavitosi ripuliti, bellissimi transessuali ed elusivi colleghi dell’antidroga, Malinconico indaga e scopre che Rispoli si era messo sulle tracce di una storia troppo vera…

Perché ha deciso di scrivere un noir?
Ho sempre pensato che, almeno in una certa stagione, il noir ha fatto ciò che non saputo fare la letteratura main stream, ovvero esplorare zone oscure della società.
Ultimamente invece c’è una vera e propria proliferazione di polizieschi e thriller, ma c’è un aspetto in tutti questi che mi ha esasperato, e cioè che sono molto incentrati sulla figura del serial killer e sulle sue carneficine.
Ho pensato allora che prendendo un mio personaggio degli anni Settanta, già visto ne “Il passato davanti a noi”, e facendolo diventare commissario quasi per forza, come accadeva a Napoli e da quelle parti ai tempi, avrei potuto raccontare gli anni Ottanta. Mi interessava soprattutto ritrarre il modo in cui hanno affrontato il nuovo decennio quelli che come me hanno vissuto l’età delle grandi lotte politiche. Il mio dunque è un noir molto atipico – quasi non si scopre il colpevole, perché la vita è fatta anche di sconfitte, soprattutto di sconfitte –, in controcorrente rispetto alle tendenze attuali del genere. Non mi interessava rappresentare un mondo iper-popolato di serial killer, non mi interessava l’aspetto splatter.

Quando ha scritto “Il passato davanti a noi”, aveva già in mente questa futura evoluzione del personaggio di Alberto Malinconico?
No, è un’idea venuta di recente.
Dopo essere stato tra i primi a raccontare gli anni Settanta, come dicevo ho voluto affrontare questo altro decennio cruciale, per l’Italia in generale e per Napoli in particolare. Qui ci sono state la trattativa sul sequestro civile, l’omicidio Siani… Certe cose che faccio accadere al mio personaggio le ho vissute davvero, e sono esperienze che ho voluto raccontare perché credo che uno dei compiti di chi scrive sia quello di far vivere ai lettori altre vite. E quello che narro è un pezzo importante di storia d’Italia.

C’è dunque qualcosa di lei nel personaggio del commissario Malinconico?
Anche se non sono mai stato commissario di polizia e non ho mai incontrato belle francesine disponibili nei miei viaggi in Messico, come capita a lui, dal punto di vista emozionale, dello “stato esistenziale”, è probabilmente il personaggio più simile a me che abbia mai creato. Questo sentirsi come affacciato a una finestra, o in fondo a uno stagno respirando grazie a una cannuccia, reduce da grandi eventi e battaglie politiche, è una sensazione che ha segnato molto la mia generazione negli anni Ottanta. Poi con la fine di quel decennio siamo finalmente diventati adulti e abbiamo ripreso a vivere davvero.

Il commissario Malinconico si trova alle prese con il caso di uno scrittore assassinato per essersi avvicinato a “una storia troppo vera”. E’ un modo per raccontare la pericolosità della penna, dei libri e della conoscenza come arma contro la criminalità organizzata?
Mi piacerebbe poterla pensare così. Purtroppo chi conosce questo mondo sa che i criminali organizzati si disinteressano completamente di quello che si scrive di loro. Anzi, più li si descrive come “fetentoni”, più sono soddisfatti, perché questo aumenta la loro aura.
Io ho già scritto di camorra. Vengo da Ottaviano, il paese dove sono stai commessi i primi crimini contro certe personalità politiche – un consigliere comunale socialista che era amico di mio padre, un consigliere comunale comunista che era mio amico – con l’appoggio di altre fazioni politiche. Sono fatti che avevo raccontata già ne “Il passato davanti a noi”.
Certo, la letteratura è importante perché fa capire alla gente cosa possa significare vivere in un territorio controllato dalla camorra o dalla criminalità organizzata. In questo senso, credo fermamente che lo scrittore abbia un compito etico. Detto questo, non credo che abbia un potere salvifico.
Lo stesso Roberto Saviano non è perseguitato per quello che ha scritto, ma perché ha puntato il dito, ha accusato pubblicamente durante un comizio – con un atto molto coraggioso – un boss locale. Questo viene visto come uno sgarro.

Napoli è coprotagonista di questa storia. Che ritratto ha voluto dare di questa città?
Ho voluto ritrarla come me la ricordo io in quegli anni, gli ultimi che ho vissuto lì prima di andarmene. Una città cupa, in cui da una parte c’era una gran voglia di vivere e di fare, che veniva dal fatto di aver attraversato quella specie di grande prova di “iniziazione” che è stato il terremoto – come sempre, chi scampa alla morte riconsidera la vita –, e dall’altra c’era la lotta tra la nuova camorra organizzata e i vecchi camorristi. Erano i tempi in cui c’erano 300 morti all’anno, quasi uno al giorno, per le strade, i tempi in cui si poteva uscire di casa e trovare un’auto con dentro una testa mozzata. Sono anni per me abbastanza lontani.

2 febbraio 2014

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