Barbara Alberti, ”Nel mio libro riscrivo i grandi miti per raccontare l’amore infelice”

Scrittrice e sceneggiatrice, Barbara Alberti collabora con diverse testate giornalistiche, dove per anni ha tenuto rubriche e risposto alle lettere delle lettrici sui grandi temi dell'amore e della vita di coppia. Ha così conosciuto un'umanità che si affeziona ai propri inferni e alla propria infelicità, un'umanità che si rispecchia nelle parabole di ''Amore è il mese più crudele''...

L’autrice illustra i temi trattati nel suo ultimo libro e ragiona sulla situazione della letteratura nel nostro Paese 

 

MILANO – Scrittrice e sceneggiatrice, Barbara Alberti collabora con diverse testate giornalistiche, dove per anni ha tenuto rubriche e risposto alle lettere delle lettrici sui grandi temi dell’amore e della vita di coppia. Ha così conosciuto un’umanità che si affeziona ai propri inferni e alla propria infelicità, un’umanità che si rispecchia nelle parabole di “Amore è il mese più crudele”. L’autrice parla del suo libro, della sua passione per la scrittura e del panorama letterario italiano. 

Come nasce la sua passione per la scrittura?
L’amore per la scrittura nasce come nascono le cipolle: per caso. Ti trovi verso i cinque-sei anni a imparare a scrivere, e capisci che lo farai per sempre. Vedi il miracolo dei tuoi segni, delle tue tracce che si animano sulla pagina e comprendi che con un fogliettino tutto è possibile. Ai miei tempi, ricordo, a scuola si scrivevano i “pensierini”, e io da subito avvertii che si trattava di un grande gioco, presagivo che se avessi potuto concepire pensieri più complessi e articolati avrei avuto la possibilità di vivere tante vite, tutte le vite che sarei stata capace di immaginare e scrivere.

Com’è venuta l’idea del suo ultimo libro, “Amore è il mese più crudele”?
È una domanda cui non saprei rispondere con precisione: le idee sono un mistero, colpiscono all’improvviso. Raccontare com’è venuta un’idea è come raccontare un sogno: è un processo che si può analizzare e razionalizzare solo a posteriori, creando dei simboli.
Non ho il dono di una grande memoria, e per questo mi sono abituata a prendere sempre appunti: ho gli armadi e i cassetti pieni di fogli con le mie annotazioni sugli argomenti più disparati, sui libri scrivo sempre a matita le mie riflessioni. Da questa mia attitudine nasce forse il mio libro: quello che racconto sono i miei commenti a grandi storie d’amore già esistenti, che qui riscrivo a modo mio. Ho scelto trame molto originali, come quella de “Lo sconosciuto”, film muto di Tod Browning del 1927 sulla crudeltà dell’amore, storia di un lanciatore di coltelli che finge di non avere le braccia e usa i piedi per tirare. Alonso – così si chiama l’uomo – è in realtà un criminale, e tiene le braccia legate dietro la schiena, senza mostrale a nessuno, perché ha una mano con sei dita, segno che lo renderebbe facilmente identificabile dalla polizia. Per amore di Nanon, la ragazza che gli fa da bersaglio, che ha paura di essere abbracciata e ricambia Alonso proprio perché lui non può stringerla a sé, il protagonista si rivolge a un chirurgo perché gli amputi davvero le braccia. Quando torna da Nanon però, la trova, guarita, tra le braccia del forzuto del circo. È una bella parabola per chi accetta di farsi cambiare dalla persona che ama: se qualcuno ci vuole cambiare, non ci ama e non ci amerà mai davvero. Questa è una della storie che ho narrato, ma ne ho anche trattate altre più conosciute, per esempio quella di “Via col vento”, o quella su Luigi XV e la Pompadour: passata alla storia per essere la più lussuriosa delle cortigiane, Madame de Pompadour in realtà era frigida, e si era inventata una sessualità che non aveva per piacere al re. In tutti questi racconti sconquasso il mito per poi ricostruirlo in un altro modo, in un modo “sentimentalmente cubista”, descrivendo una realtà trasfigurata dal mio sguardo. L’arte è anche questo, ciascuno la interpreta – e interpreta attraverso di lei la realtà – in modo diverso da tutti gli altri.

Lei collabora da diversi anni anche con testate giornalistiche femminili, dove tiene sue rubriche e risponde alle lettere delle lettrici. In base alla sua esperienza, quali sono i temi che incontrano maggiormente la sensibilità femminile?
Gli argomenti che stanno a cuore alle donne sono da sempre gli stessi. Se i sentimenti umani mutassero con i ritmi dettati dall’esigenza continua di novità propria del giornalismo, oggi non saremmo più in grado di comprendere i grandi autori del passato. Il tema è perennemente questo: m’ama o non m’ama? E quanto più si tratta di un amore infelice, tanto più appassiona. Più rispondo alle lettere che mi arrivano, più mi stupisco: è incredibile come le persone si adoperino per la propria disfatta, per la propria sconfitta, come si affezionino ai propri inferni. Quando nel 1972 è stato istituito il divorzio, tutti pensavamo che non ci sarebbero più stati tradimenti e relazioni clandestine, e invece si sono moltiplicati! Il tradimento evidentemente è più importante dell’amore stesso. Oggi noi donne abbiamo conquistato davanti alla legge la parità con gli uomini, almeno formalmente. Siamo socialmente svantaggiate sotto diversi aspetti, ma nelle cause di separazione bisogna ammettere che veniamo favorite. Eppure le donne continuano a stare con uomini che le maltrattano, continuano ad amare e volere chi non le ricambia. I libri che hanno successo sono da sempre quelli che raccontano amori infelici: l’amore felice è noioso, non si può raccontare. Io sto finendo un romanzo che ho in gestazione da vent’anni, dal titolo “Quanto vuole per non toccarmi?”: è un romanzo erotico d’amore, ma per negazione. L’erotismo e l’amore felice lo si può raccontare solo per negazione. Devo dire però che quando scrivo non mi preoccupo di cosa possa piacere o no: scrivere un romanzo per me dev’essere un piacere, pura felicità.

Come giudica il panorama letterario italiano attuale?
A mio avviso oggi c’è una letteratura italiana di una vivacità e di una forza che non si immagina, e non c’è una critica adeguata a questo progresso, a questo momento felicissimo, come sempre sono i momenti di crisi per l’arte. Per quanto riguarda la letteratura, potrei citare dieci capolavori usciti in Italia negli ultimi tre anni, di cui magari non si ha neppure notizia. Prendiamo anche il caso di autori affermati, come Pennacchi. Poco dopo “Canale Mussolini” è uscito “Palude”, che non è allo stesso livello ma è comunque un libro straordinario: nessuno ne ha parlato. Un’altra grande autrice è Isabella Santacroci, il cui talento letterario non viene riconosciuto solo perché ha un bel corpo. La critica è addormentata! C’è una frase bellissima di Molière che riassume il modo di ragionare della critica italiana: “Nessuno avrà dello spirito, tranne noi e i nostri amici”. L’importante però, io credo, è che nonostante le difficoltà questi libri ci siano e continuino a circolare.

 

25 settembre 2012

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