LIBRI - Il genocidio degli armeni in Turchia raccontato dall'autrice italiana

Antonia Arslan, ”Vorrei che tutti i Paesi del mondo riconoscessero il genocidio armeno”

Antonia Arslan ha presentato al Salone del libro di Torino Il rumore delle perle di legno, il suo ultimo romanzo all’insegna dei suoi ricordi di bambina e del suo rapporto con il nonno. Ma il nome di Antonia Arslan resta legato al suo primo...

TORINO – Antonia Arslan ha presentato al Salone del libro di Torino Il rumore delle perle di legno, il suo ultimo romanzo all’insegna dei suoi ricordi di bambina e del suo rapporto con il nonno. Ma il nome di Antonia Arslan resta legato al suo primo, grandissimo successo, La masseria delle allodole, del 2004 che portò l’attenzione sul genocidio degli armeni in Turchia, argomento ancora oggi scomodissimo. E l’autrice su questo e sul suo nuovo libro ha avuto molto da dire e raccontare.

 

Dopo la recente reazione del governo turco alle parole del Papa a proposito del genocidio armeno, avvicinato alle morti dei cristiani in Medio Oriente, lei pensava ancora che questo argomento fosse ancora un tabù?

All’epoca, il silenzio che seguì questo fatto aveva persuaso i responsabili che non se ne sarebbe più parlato. Ma gli scheletri hanno il brutto vizio di uscire dall’armadio, mentre la Turchia pensava che non avrebbe mai dovuto chiedere scusa. Comunque, io ho scritto La masseria delle allodole perché avevo quella storia da raccontare, una storia della mia famiglia.

 

Da dove nasce il titolo?

La masseria è una casa di campagna, e il titolo è nato da una delle frasi del libro. Poi ho scoperto, incontrando una mia lontana cugina che vive negli Stati Uniti, che quel posto si chiamava davvero così. Del resto, nella cultura armena, gli animali e gli uccelli in particolare hanno un significato. La gru simboleggia la nostalgia, c’è anche un canto a questo proposito, l’allodola simboleggia il risorgere, del resto canta quando sorge il sole.

 

Ma secondo lei perché è ancora così disturbante parlare del genocidio armeno?

Ci penso da tanti anni. Mi aspettavo un po’ di ostilità parlando di questo, e comunque devo dire che ho ottenuto innanzitutto un grandissimo successo, in Italia siamo alla trentaduesima edizione, ed è stato possibile parlare di un popolo dimenticato, circondato dal negazionismo. Mentre la Germania ha riconosciuto le sue colpe nel massacro degli ebrei durante il nazismo, la Turchia non ha mai fatto altrettanto, in quello che è stato il primo genocidio del Novecento, e ai turchi sono sempre state dette cose non vere su quegli avvenimenti, si è detto che gli armeni erano una minaccia e sono stati dati numeri totalmente lontani da quelli reali come morti.

 

Anche gli armeni furono perseguitati per il semplice fatto di esistere…

Gli armeni erano un popolo molto acculturato, nei loro villaggi tutte le bambine sapevano leggere e scrivere in un’epoca in cui l’analfabetismo soprattutto femminile era diffuso, inoltre la comunità armena aveva costruito collegi di tipo anglosasone, chiese, fabbriche. Oltre alle vite umane è stato distrutto anche tutto questo. Oggi molte famiglie, soprattutto statunitensi, hanno cominciato a fare causa al governo turco per la perdita dei loro averi, e c’è poi la questione del monte Ararat, su cui secondo la Bibbia si arenò l’arca di Noè, pieno di tracce culturali armene, dato da Stalin alla Turchia e dove per legge non può salire nessuno con un cognome armeno. Tutte questioni irrisolte e di cui il governo turco ha gran paura, comunque la migliore propaganda contro il genocidio l’ha fatta Erdogan negando tutto e reagendo a cosa ha detto il Papa. Nel genocidio armeno è andata perduta tutta una civiltà di costruzioni che risalivano ai primi secoli dell’era cristiana, come le distese con le croci di pietra, con sopra disegnati alberi, fiori e altre figure, a simboleggiare la resurrezione della vita dopo la morte.

 

Da dove nasce invece il titolo del suo ultimo libro, Il rumore delle perle di legno?

Allude alle tendine di perle di legno, poi diventate nel dopoguerra di plastica, che c’erano nei bar di paese per tenere fuori le mosche e per far capire che entrava qualcuno. Da bambina, sotto casa dei miei genitori a Padova c’era un bar così, con un titolare poco simpatico con noi bambini. Ho ricordato questo, la storia di una bambina invecchiata come sono io oggi che racconta la storia di una bambina di allora, dimenticata a casa da mamma e fratelli durante un bombardamento, che in quel momento inizia un rapporto di amicizia con il nonno, lo stesso nonno scappato dall’Armenia decenni prima che mi chiese allora se avrei avuto paura ad andare di là.

 

Lei sente ancora nostalgia per questa patria perduta e mai vissuta?

Certo. La famiglia di mio padre prese nomi e cognomi italiani, ma è rimasto il senso di perdita. L’anno scorso sono andata nell’Armenia che esiste ancora, quella sotto il dominio russo, ho visitato luoghi splendidi, case, scavi archeologici, ho partecipato ad una festa. Io mi ritengo comunque italiana, sono stata anche un’insegnante di italiano, ma le mie radici sono anche quelle. In Italia comunque non ci sono tanti di noi armeni, in Francia sono invece 600mila, negli Sati Uniti oltre un milione e mezzo.

 

In Italia cosa e dove possiamo trovare ricordi degli Armeni?

Ci sono raccolte di meravigliosi manoscritti miniati a San Lazzaro degli Armeni, vicino a Venezia, e altre testimonianze, come una chiesa di Perugia, con affreschi armeni sotto le altre pitture, e tutte le facciate di chiese di tufo colorato sono di ispirazione a questa cultura.

 

Lei adesso cosa si aspetta e cosa vorrebbe che succedesse?

Vorrei che tutti i Paesi del mondo riconoscessero il genocidio armeno, per ora l’hanno fatto solo alcuni, come l’Austria, la Germania e il Canada. In Turchia però non è tutto fermo, c’è una gran presa di coscienza da parte del basso, degli intellettuali, insegnanti e giornalisti, che alzano la voce, vogliono sapere, sono coraggiosi e non si accontentano più delle spiegazioni ufficiali, e stanno venendo fuori parecchie cose, come la storia degli armeni che furono costretti a convertirsi all’Islam. Ho fiducia in questo.

 

Elena Romanello

 

24 maggio 2015

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