Come iniziare l’anno con la poesia: Li Po e “La clessidra di bambù”

1 Gennaio 2026

Iniziare l’anno con la poesia di Li Po significa rallentare e ritrovare l’essenziale. "La clessidra di bambù" ci guida tra taoismo, natura e visioni senza tempo.

Come iniziare l’anno con la poesia: Li Po e La clessidra di bambù

Iniziare un nuovo anno è spesso accompagnato da liste, obiettivi, promesse. E se invece fosse il momento di fare l’opposto? Di fermarsi, ascoltare, leggere lentamente. La poesia, più di ogni altro genere, ha questa capacità: riportarci al tempo interiore, quello che non corre e non produce, ma esiste.

Leggere Li Po a inizio anno non è una scelta casuale. È un gesto quasi rituale. Significa aprire l’anno con una voce che attraversa i secoli e che parla ancora oggi di libertà, natura, ebbrezza, solitudine, amicizia e infinito.

“La clessidra di bambù” edito in Italia da Bibliotheka edizioni a cura di Roberto Mussapi, non è solo una raccolta poetica: è una soglia. E come ogni soglia, chiede silenzio e attenzione.

“La clessidra di Bambù” il libro di poesie dell’anno

Iniziare l’anno con “La clessidra di bambù” significa scegliere una direzione diversa: non fare di più, ma sentire meglio. La poesia di Li Po non chiede velocità, ma attenzione; non chiede risposte, ma ascolto. Forse è questo il miglior augurio possibile: entrare nel nuovo anno come si entra in un paesaggio innevato, in silenzio, lasciando che siano le parole antiche a insegnarci di nuovo il tempo.

E se davvero Li Po morì cercando di abbracciare la luna, allora la sua poesia è ciò che ci resta di quel gesto: il tentativo eterno di toccare l’invisibile.

Chi era Li Po e perché leggerlo oggi

Li Po (conosciuto anche come Li Bai) nacque probabilmente a Suiye, vicino all’odierna Tokmak, in Kirghizistan, da una famiglia di mercanti con origini complesse e multiculturali. La sua genealogia, secondo la tradizione, lo collegava addirittura a Laozi, il grande filosofo del taoismo: un dettaglio simbolico, ma rivelatore.

Trasferitosi da bambino nella regione del Sichuan, Li Po crebbe come un genio artistico completo: poeta, calligrafo, pittore, musicista. Eppure rifiutò deliberatamente la carriera ufficiale, scegliendo di non sostenere gli esami imperiali confuciani che avrebbero garantito prestigio e stabilità.

Questa scelta non fu una ribellione sterile, ma una posizione filosofica: il rifiuto del potere, delle gerarchie e delle responsabilità imposte in favore di una vita piena, errante, intensamente vissuta.

Influenzato profondamente dal taoismo, Li Po esaltò la spontaneità, la libertà, l’armonia con la natura. Nei suoi versi c’è indignazione contro la guerra, compassione per gli umili, attenzione per le donne, e una continua tensione verso l’infinito.

La sua vita fu segnata da viaggi, incontri decisivi, come quello con Du Fu, e da momenti drammatici, tra cui l’esilio a Yelang dopo il coinvolgimento politico durante la ribellione di An Lushan.

Morì nel 762, e la leggenda più celebre racconta che annegò tentando di abbracciare il riflesso della luna sull’acqua: una fine che sembra scritta da lui stesso. Leggere Li Po oggi significa imparare a stare nel mondo senza possederlo.

“La clessidra di bambù”: entrare nella poesia come in un paesaggio

La clessidra di bambù restituisce tutta la complessità e la grandezza di Li Po. È un libro impregnato di taoismo e di mistica ascensionale, assetato d’infinito come Baudelaire, sapiente come Goethe e Coleridge, pulsante di vita come Villon.

Non a caso è stato ammirato da Ezra Pound, Hermann Hesse, Gustav Mahler e Charles Bukowski: Li Po parla a chiunque cerchi una poesia che non addomestica il mondo, ma lo contempla.

I suoi testi nascono da occasioni minime: una bevuta sotto la luna, l’addio a un amico, una notte di solitudine, una visita mancata a un eremita. Ma in questi frammenti quotidiani si apre l’assoluto. La natura non è sfondo: è presenza viva, interlocutrice, compagna.

La metrica: disciplina e libertà

Li Po scrive all’interno di una tradizione rigorosa, ma la piega al proprio impulso visionario. Durante la dinastia Tang dominava lo stile moderno (jin ti), che comprendeva i versi regolati (lü shi): componimenti di otto versi di cinque o sette sillabe, con rigidi schemi tonali e parallelismi sintattici.

Accanto a questi, Li Po praticò anche il verso monco (jue ju), quattro versi essenziali, da cui nascerà secoli dopo l’haiku giapponese. In questo minimalismo concentrato, Li Po raggiunge una densità lirica impressionante.

Ma è soprattutto nello stile antico (gu feng) che la sua voce si libera completamente. Ispirato agli yue fu di epoca Han, ballate popolari, canti contadini, testi senza vincoli tonali, questo stile permette una lunghezza libera, rime mobili, un andamento quasi musicale.

È qui che Li Po esprime al meglio il suo spontaneismo taoista: la poesia come flusso, come respiro naturale, come gesto non programmato.

Perché iniziare l’anno con Li Po

Li Po non offre consolazione facile. Offre presenza. La sua poesia insegna a: accettare l’impermanenza,  abitare la solitudine senza temerla, riconoscere la bellezza nell’attimo, vivere senza accumulare, guardare la luna senza volerla possedere. Leggerlo a gennaio significa iniziare l’anno non con un’agenda, ma con uno sguardo.

 

 

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