La finalista al Premio Andersen Annalisa Strada

Annalisa Strada, ”Il mio libro racconta di una ragazza costretta a crescere in fretta”

''Crescere non vuol dire affidarsi alle risposte sentite dagli altri, ma sapersi porre le domande giuste e poi cercare criticamente la soluzione migliore''. Sono parole di Annalisa Strada...

L’autrice ci parla de ”Una sottile linea rosa”, che presenterà questo pomeriggio alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. Il romanzo è stato scelto tra i finalista del Premio Andersen 2014

MILANO – ”Crescere non vuol dire affidarsi alle risposte sentite dagli altri, ma sapersi porre le domande giuste e poi cercare criticamente la soluzione migliore”. Sono parole di Annalisa Strada, autrice per ragazzi che questo pomeriggio alle 14.30 alla Fiera di Bologna presenta il suo ultimo libro, ”Una sottile linea rosa”. Il romanzo racconta la storia di Perla, una sedicenne come tante, non particolarmente “popolare” né alla moda, una brava studentessa e atleta, con una cotta per Cesare, uno dei ragazzi più “fighi” della scuola. La sua vita viene stravolta quando un giorno scopre di essere incinta: deve allora fare i conti con le lacune affettive che la sua famiglia le ha provocato nel tempo, con il bisogno di essere semplicemente “ascoltata”, soprattutto dai suoi genitori, con una scelta che cambierà per sempre la sua esistenza. Il libro è stato scelto tra i finalisti della XXXIII edizione del Premio Andersen italiano, per la categoria oltre i 15 anni, annunciati ieri dalla giuria a Bologna.

Perché ha deciso di occuparsi di un tema così delicato come una gravidanza indesiderata in giovane età?
L’idea è nata dalla conversazione con un’amica dopo la lettura di un articolo che citava i dati riguardanti l’incremento, in Italia, tra adolescenti di ogni estrazione sociale, di gravidanze indesiderate. Mi è tornata in mente la reazione mia e delle mie amiche – tutte donne adulte – davanti all’esito positivo del test di gravidanza: eravamo entusiaste ma, allo stesso tempo, sottosopra, come se avessimo compiuto un rituale di passaggio. Ho iniziato allora a cercare di immaginare quale potesse essere lo stato d’animo di una ragazzina alle prese con la stessa esperienza, ma priva della rete di protezione e consenso familiare e sociale di cui avevamo goduto noi. Da lì all’idea del libro, il passo è stato davvero breve.

È stato difficile calarsi nei panni di Perla, la protagonista, e mettere a fuoco la sua voce, la sua visione del mondo e i suoi sentimenti? La sua esperienza di insegnante l’ha aiutata nella scrittura?
Per cercare di ricostruire la possibile voce di Perla sono ricorsa per un verso all’atavica reazione femminile all’idea di maternità e per l’altro a quanto avevo mutuato dai discorsi di mia figlia, dei suoi amici, degli adolescenti che ho la fortuna di incontrare spesso e dei miei studenti più grandi.

Il suo libro, più che voler dare delle risposte, solleva molte domande che restano aperte. Perché ha voluto affrontare la storia di Perla in questa chiave? Qual è la reazione che vorrebbe suscitare in chi legge il libro?
La mia idea è che crescere, crescere davvero, non consista nell’affidarsi alle risposte che si ritengono giuste sentite dagli altri, ma sapersi porre le domande giuste e poi cercare criticamente la soluzione migliore. E’ in questa maniera che ho voluto far muovere Perla, anche per poterne indagare il disorientamento e il percorso verso la possibile uscita dal labirinto pratico ed emozionale al centro del quale si aggira nella storia.

Uno dei nodi chiave della storia è la paura e la difficoltà di Perla a parlare di quanto le sta accadendo. Il libro vuole anche far riflettere i genitori, e le mamme in particolare, sulla necessità di mostrarsi più aperti, disponibili all’ascolto?
Parlare di un problema è il primo passo necessario per focalizzarlo esattamente. Trovare qualcuno che sappia ascoltare è una fortuna, ma dovrebbe essere una condizione garantita a tutti, in specie agli adolescenti, che prima di essere guidati o giudicati hanno soprattutto bisogno di essere compresi. Se gli adulti fossero ascoltatori migliori i ragazzi avrebbero di sicuro più ragioni di sicurezza e appigli di speranza.

25 marzo 2014

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