Il nuovo libro di Vitali

Andrea Vitali, ”L’Italia è un Paese di eccellenze, letterarie e non solo”

È un microcosmo popolato, come sempre, da una galleria di personaggi straordinariamente ordinari e spassosi quello descritto da Andrea Vitali nel suo nuovo libro...

L’autore ci presenta il suo ultimo libro, ”Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti”

MILANO – È un microcosmo popolato, come sempre, da una galleria di personaggi straordinariamente ordinari e spassosi quello descritto da Andrea Vitali nel suo nuovo libro. ”Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti” (Rizzoli) ci porta di nuovo nella provincia italiana, a Bellano, il suo amato paese che è un calderone di storie e figure umane di ogni sorta. Siamo nel 1915 e la cittadina è tutta un movimento. La bellissima Giovenca Ficcadenti, oltre a essere in procinto di inaugurare una merceria insieme alla sorella Zemia, ahimè molto meno dotata dalla natura, fa strage di cuori. Geremia, docile ragazzone che in trentadue anni non ha mai dato un problema alla madre, minaccia di buttarsi nel lago se non potrà sposarla. La Stampina, sua mamma, naturalmente non può permettere che il suo ragazzo finisca vittima di quella donna di cui non si fida e si rivolge al prevosto perché le restituisca un figlio “normale”. Intanto, le chiacchiere attorno alle due sorelle montano: quali traffici nascondono i viaggi che la Giovenca compie ogni giovedì? Perché la loro ditta può dirsi “premiata”? Da chi? Ed ecco che qui l’autore introduce un riferimento quanto mai attuale: la Ditta Ficcadenti, creata dal padre delle due sorelle, fu infatti premiata all’Expo milanese del 1881.

Com’è venuta l’idea di questo ultimo libro?
Diversamente dal solito, anziché dall’aneddotica, questo libro è nato dall’osservazione di un luogo, che tanti anni fa ospitava una merceria.
Una merceria è un ambiente che fa molto “mondo piccolo”, microcosmo, ma che non avevo mai usato in maniera adeguata per le mie storie precedenti. Mi ha intrigato l’idea di partire da lì, di costruire un intero racconto attorno a un luogo di grande fascino e suggestione come quello, e piano piano sono nati tutti i personaggi che hanno popolato questo mondo.

Nei suoi libri ci sono tipologie di personaggi e situazioni ricorrenti. Accosterebbe la sua scrittura al mondo della commedia dell’arte nel modo di costruire i romanzi? Magari è proprio il mondo della provincia italiana che si presta a queste strutture narrative?
Assolutamente sì, anche perché le mie esperienze formative devono molto al cinema e alla commedia all’italiana. Penso per esempio a grandi registi come Monicelli e Dino Risi, e ai grandi attori che hanno fatto sì che la commedia all’italiana diventasse un genere da esportazione, che ha raccontato e qualificato la provincia italiana nel mondo.
Mi trovo completamente in linea con un descrivere fatti, situazioni e personaggi secondo quei canoni.

Nella galleria di personaggi che il suo romanzo mette in scena, ce n’è uno che preferisce e perché?
Tra i tanti, uno dei miei preferiti è il poetastro infiammato di dannunzianesimo. Questo Novenio è un “cretinoide”, uno che nella vita forse ha preso troppo sole e quindi non ha tanti  neuroni funzionanti, ma mi piace perché interpreta un po’ lo spirito dei tempi, uno spirito di rivoluzione a tutto campo. Quegli anni  erano infatti anni in cui maturavano rivoluzioni politiche, di costume, artistiche – con il futurismo e tutta la filiera delle avanguardie italiane ed europee. Insomma, era un periodo abbastanza vulcanico e lui, pur nella sua ingenuità campagnola, con i pochi strumenti che ha, interpreta questa “figura avanguardistica”.

Ce n’è invece uno che non sopporta?
Il notaro: lui è descritto davvero con molta acredine. È l’antitesi di Novenio, un vero porco: sente la vita come qualcosa che deve essere mangiata – per lui, tutto si mangia, in senso proprio e figurato – e si è votato alla religione del possesso e della roba senza nessuno scrupolo. Evita accuratamente i clienti più facoltosi, perché sono anche i più istruiti, non riesce ad abbindolarli come invece fa con “gli ultimi”, gli ignoranti. Preferisce i contadini, i boscaioli, che può incantare e disarmare con il suo “latinorum”, il suo parlare forbito anche se spesso assolutamente erroneo.

Il riferimento all’Expo di Milano del 1881 calza a pennello nel clima di attesa per il prossimo Expo del 2015. Lei cosa si aspetta da questo evento? Secondo lei rappresenterà una novità e una possibilità anche per il mondo dei libri e della cultura?
Prima di tutto mi aspetto che tutte le opere edilizie in corso riescano a essere portate a termine per quella data, che non facciano la fine di certi stadi dei mondiali di qualche anno fa che ancora aspettando una definitiva consacrazione.
A parte questo, l’Expo può essere davvero un’occasione di rilancio in generale, certamente anche per il campo della narrativa italiana, che è in grado di produrre opere di qualità. Avremo gli occhi di tutto il mondo addosso, speriamo di riuscire a offrire a questi occhi qualcosa di bello da guardare. Nonostante le onde di crisi, siamo ancora un Paese di eccellenze: sono queste che dobbiamo offrire al mondo.

31 marzo 2014

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