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Andrea De Carlo, ”Spostare la prospettiva: è questa la grande sorpresa che riserva un romanzo ”

La storia ruota attorno a quattordici personaggi molto differenti tra loro, tutti rappresentativi del mondo di oggi, tutti bloccati sulla piccola isola di Tari, nelle estreme acque meridionali del Mediterraneo: la narrazione si sposta da un punto di vista all'altro, costruendo un vero romanzo corale, ''Villa Metaphora''. Un lavoro molto impegnativo, per ammissione dello stesso autore, Andrea De Carlo...
L’amato autore italiano presenta il suo novo libro, “Villa Metaphora”, romanzo-mondo a quattordici voci 
 
MILANO – La storia ruota attorno a quattordici personaggi molto differenti tra loro, tutti rappresentativi del mondo di oggi, tutti bloccati sulla piccola isola di Tari, nelle estreme acque meridionali del Mediterraneo: la narrazione si sposta da un punto di vista all’altro, costruendo un vero romanzo corale, “Villa Metaphora”. Un lavoro molto impegnativo, per ammissione dello stesso autore, Andrea De Carlo, che ci racconta qui del libro e del suo percorso di stesura. 
 
“Villa Metaphora” è un romanzo molto impegnativo, narrato da quattordici diversi punti di vista, con quattordici diversi stili di vita, sistemi di pensiero e linguaggi. Ci può raccontare la storia della sua nascita: come le è venuta l’idea, quanto ha impiegato a scriverlo, qual è stata la parte più difficile del lavoro?
Circa otto anni fa ho cominciato a pensare a una storia in cui un gruppo di personaggi molto diversi tra loro ma tutti rappresentativi del mondo di oggi si ritrovassero bloccati in un unico luogo. Ho inventato un’isola immaginaria per essere svincolato dalle realtà storico-geografiche. La volevo remota, così ho collocato Tari ai limiti estremi delle acque territoriali italiane. Nel frattempo pensavo ai personaggi, uno a uno. Per creare loro un retroterra credibile ho raccolto materiali e note nei campi più diversi: dalla filosofia germanica che imbeve i pensieri del banchiere Werner Reitt alla cucina molecolare di cui si occupa lo chef Ramiro Juarez, al mondo dello spettacolo e del gossip a cui appartiene la superstar Lynn Lou Shaw. Poi ho dovuto trovare uno stile narrativo diverso per ognuno dei personaggi, il che ha richiesto molta sperimentazione. Dopo tutti questi preparativi mi sono finalmente messo a scrivere, senza più alcuna interruzione. E’ stato complicato e faticoso, ma anche più appassionante di quanto mi fosse mai capitato prima.
 
Il libro è pervaso da una grande sensualità, sia nel senso di erotismo, sia nel senso di una minuta attenzione alle sfumature delle sensazioni. L’isola di Tari, sebbene immaginaria, è tratteggiata con grande vividezza nei suoi colori, odori, rumori. E anche le pietanze di Ramiro sono descritte dettagliatamente, in tutte le percezioni del gusto che suscitano. Da dove viene questo gusto per una scrittura così corposa, materica?
Quando immagino una scena la vivo come se fossi in uno stato di trance, il che me la fa sentire in modo estremamente palpitante, fisico, mutisensoriale. Vista, olfatto, gusto, tatto, udito, entrano in gioco nel processo di creazione di una scena, si mescolano ai pensieri e alle riflessioni dei personaggi. Non mi è mai interessata la letteratura puramente celebrale; al contrario, quando scrivo inseguo la varietà di segnali e sensazioni che costituiscono le nostre esperienze nella vita reale, e cerco di tradurle in parole.
 
Tutti i personaggi  sembrano intrappolati nella continua tensione verso un desiderio il cui oggetto si sposta sempre un po’ più in là quando si è sul punto di raggiungerlo. E proprio di questo desiderio inappagabile la Villa è metafora. Per lei questa è una sorta di destino umano, una condizione umana generale?
Mi sembra proprio di sì. E’ l’insoddisfazione che ha spinto da sempre gli essere umani a viaggiare, esplorare, inventare, sperimentare, e nello stesso tempo li ha riempiti di frustrazioni e infelicità. E’ chiaro che per essere felici dovremmo riuscire ad apprezzare il momento, senza farci trascinare tutto il tempo dal continuo desiderio di qualcos’altro. 
 
Anche il rapporto amoroso non è mai completamente appagante e appagato, ognuno cerca sempre di cambiare l’altro invece che amare realmente chi gli sta di fronte. È questa una verità sull’amore a cui non si sfugge? 
Sono convinto che ci si possa sottrarre a questo tipo di gioco, a patto di riuscire a trovare la persona giusta, e di riuscire ad apprezzarla per come è, senza cercare accanitamente di cambiarla, come purtroppo succede quasi sempre, in un futile esercizio di attrito quotidiano. 
 
A quali fonti ha attinto per l’invenzione del dialetto tarese?
Ho letto saggi sulle lingue cosiddette ausiliarie o artificiali, come l’esperanto, l’ido, l’interlingua, il volapük, il glosa. Ma anche la “Storia della lingua italiana” di Bruno Migliorini. Poi ho sperimentato fino a trovare la formula giusta, sia per le frasi in tarese “stretto”, sia per i capitoli raccontati dal punto di vista di Carmine, il marinaio, che dovevano essere scritti in una lingua più facilmente comprensibile, eppure estremamente vivace e colorita. La soluzione è stata una sorta di italiano “taresizzato”, o forse più precisamente tarese italianizzato.
 
In quale dei personaggi si identifica maggiormente? 
Paolo Zacomel il falegname, o Lara Laremi, mi assomigliano più degli altri, per caratteri e predisposizioni. Però ho finito con il trovare parti di me in ognuno dei quattordici personaggi, perfino in quelli che all’inizio mi sembravano detestabili o comunque lontanissimi. Spostare la prospettiva, abbandonare per qualche tempo quella a cui siamo abituati da sempre, può essere estremamente istruttivo, oltre che divertente. E’ una delle grandi sorprese che un romanzo riserva a chi lo scrive, e a chi lo legge.
 
8 dicembre 2012 
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