L'intervista ad Andrea Caschetto

Andrea Caschetto, “Viaggiare significa combattere i luoghi comuni”

C'è chi è nato per ballare, chi per cantare. C'è chi è nato per dipingere, chi è nato per parlare. Andrea Caschetto, invece, è nato per far ridere i bambini di tutto il mondo
Andrea Caschetto, "Viaggiare significa combattere i luoghi comuni"

MILANO – C’è chi è nato per ballare, chi per cantare. C’è chi è nato per dipingere, chi è nato per parlare. Andrea Caschetto, invece, è nato per viaggiare e far ridere i bambini di tutto il mondo. Da quando lo ha capito, non ha mai smesso di farlo. Andrea ha 26 e ha già visitato “90 nazioni”, come ci ha raccontato durante l’intervista. A 15 anni è stato operato per un cancro al cervello. Lo ha superato ma la sua memoria è ridotta: per ricordare sfrutta la potenza delle emozioni. Gli dicevano che avrebbe dovuto trascorrere una vita sedentaria, tranquilla, che la sua capacità di concentrazione sarebbe stata limitata e che il suo fisico sempre debole. Ma così non è stato. Andrea ha preso la laurea in Media Marketing e Business allo Iulm di Milano e il Master in Cooperazione internazionale per i popoli sottosviluppati alla Cattolica. Poi è partito per un viaggio per il mondo, con un zaino leggero, contenente i vestiti e l’attrezzatura per far ridere i bambini: un naso rosso da clown, palloncini, fogli di carta e pennarelli. Poi Andrea è uscito in libreria col suo primo libro, “Dove nasce l’arcobaleno” (Giunti), dove racconta le sue avventure per il mondo e la sua missione. Ecco la nostra intervista.

Prima domanda. Che ci fai qui in Italia?

E’ una bella domanda, me la pongo anch’io. Sono qui per promuovere il mio libro, anche se nelle conferenze non ne parlo mai se no poi sembra che faccio marketing. Che poi, io personalmente non ci guadagno niente dalle vendite perché devolverò in beneficenza tutto il ricavato. Però colgo l’occasione per andare a parlare con tutte quelle persone che hanno seguito i miei viaggi in giro per il mondo, tentando così di donare un po’ di felicità anche ai compaesani.

Ciò che cerchi di dimostrare nel libro è che i bambini sono tutti uguali. Ci puoi spiegare un po’ meglio?

Io viaggio da una vita. Ho 26 anni e sono stato in 90 nazioni. Ho scoperto tante culture diverse, cose che pensavo fossero normali per me, per altri non lo erano, e viceversa. Per i bambini, invece, è tutto il contrario. Tra di loro c’è una stupenda uguaglianza, che ho scoperto facendo delle attività. Quando faccio un gioco con loro, da qualunque parte del mondo provengano, reagiscono sempre alla stessa maniera. Durante il giro del mondo che ho fatto per gli orfanotrofi ho invitato i bambini a svolgere diverse attività a cui hanno risposto tutti alla stessa maniera. Ho fatto questo per dimostrare una mia teoria: per quanto le culture siano diverse, i bambini sono sempre uguali, basano tutti la loro vita sulla felicità.

Insomma, dovremmo prendere tutti esempio dai bambini?

Sì, lo dico sempre che dovremmo prendere esempio da loro. Nel libro però racconto anche storie di ragazzi che ho conosciuto negli orfanotrofi, di cui ho sostituito per privacy i nomi coi colori dell’arcobaleno. Ho cercato di dare voce a chi la voce non ce l’ha. Ho cercato di far luce su varie situazioni che non raccontano i media e la stampa internazionale. L’obiettivo è anche spronare l’adozione internazionale. Spero che in futuro non ci vogliano tutti i soldi che ci vogliono ora per adottare un bambino. L’adozione di un bambino non dev’essere un mercato, ma una cosa facile da fare, per salvare la vita di questi bambini che hanno già avuto fin troppe sofferenze.

In un’intervista al Corriere della Sera hai parlato del fatto che non tutte le onlus operano a scopi benefici. Puoi raccontarci qual è stata la tua esperienza?

Naturalmente parlo di esperienze personali, forse sono stato sfortunato a incontrare in giro per il mondo in gran parte orfanotrofi gestiti da onlus poco “simpatiche”, dove vedevi i bambini senza niente, che mangiavano riso a pranzo e a cena, sporchi, mentre chi gestiva queste onlus avevano ottimi orologi, grandi macchine, stavano bene economicamente insomma. Inoltre per guadagnare dagli occidentali queste onlus hanno l’idea che per tirar su soldi devono farci vedere questi bambini più malfamati e sporchi possibile. Altre volte – anche se non tanto spesso – mi sono imbattuto in onlus più carine, dove i bambini avevano i vestiti puliti, erano trattati bene, mangiavano bene, erano sempre a studiare, a fare attività. Sai, molte volte io mi presentavo agli orfanotrofi senza un preavviso, un po’ anche per fare da detective.

Nel libro parli anche della tua Sicilia. Quale Sicilia porti in giro per il mondo?

La mia Sicilia è quella delle arance, dei limoni, del mare, delle montagne, della cultura, dagli arabi e i normanni ai greci. E’ questa la mia Sicilia. Mi dispiace che quando viaggio e dico che sono siciliano, tutti associano subito la Sicilia alla mafia. Certo, è vera la storia della mafia e del regno delle due Sicilie, ma non è questa la mia Sicilia. Il problema sta nei mezzi di informazioni. Pensiamo anche alle favelas, che vengono viste da noi occidentali come pericolosi, o come quando sono andato in Nigeria e tutti mi dicevano di stare attento perché là c’è l’Isis, posto che ho trovato invece tranquillissimo. Non dobbiamo credere a tutto quello che dicono le televisioni e i film, dovremmo informarci bene, perché ormai in ogni parte del mondo esistono sia la mafia che le persone che la combattono.

Quindi viaggiare significa anche combattere contro i luoghi comuni?

Certo, tantissimo. Ogni volta, prima di partire, mi informo in maniera generale ma poi quando arrivo nel posto in questione scopro che poco di quello che avevo letto corrisponde alla verità. Quello che leggo sui siti della sicurezza, che indicano quanto sia pericoloso un luogo, è difficile che corrisponda alla verità. Trovo sempre il contrario di quanto raccontano.

Per concludere, proviamo ad aggiungere alla fine del titolo un punto di domanda. Dove nasce l’arcobaleno?

Chiedersi dove nasce l’arcobaleno è come chiedersi cos’è l’amore. Ognuno può far nascere l’arcobaleno dove vuole. C’è da dire però che l’arcobaleno, se lo guardiamo bene, sembra un sorriso rovesciato, fatto di tanti colori. Se però guardiamo alla realtà, l’arcobaleno nasce dopo la pioggia, quando compare il sole, come a dire che dopo il pianto e la tristezza, spunta la felicità. Noi però abbiamo la fortuna di poter far nascere l’arcobaleno, non solo dopo il pianto e la tristezza, ma quando vogliamo noi. E’ come con l’amore, siamo noi a decidere quando viverlo.

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