Alexander Stille, ”Nel mio libro racconto mio padre Ugo Stille, la sua grandezza di giornalista e le sue umane contraddizioni”

È un libro senza censure, che entra nella quotidianità e nelle contraddizioni della vita, della storia intima – inestricabilmente intrecciata alla grande Storia del Novecento – e del lavoro di Ugo Stille, aspetti inscindibili della sua persona, quello che gli dedica il figlio Alexander, ''La forza delle cose''. L'autore, che lo ha presentato ieri sera a Milano presso la sala Buzzati del Corriere della Sera, ci tratteggia qui il ritratto di uno dei grandi maestri del giornalismo del secolo scorso...

L’autore ha presentato ieri sera a Milano, presso la sala Buzzati del Corriere della Sera, “La forza segreta delle cose”, libro dedicato alla figura professionale e umana di suo padre, il grande giornalista Ugo Stille

 

MILANO – È un libro senza censure, che entra nella quotidianità e nelle contraddizioni della vita, della storia intima – inestricabilmente intrecciata alla grande Storia del Novecento –  e del lavoro di Ugo Stille, aspetti inscindibili della sua persona, quello che gli dedica il figlio Alexander, “La forza delle cose”. L’autore, che lo ha presentato ieri sera a Milano presso la sala Buzzati del Corriere della Sera, ci tratteggia qui il ritratto di uno dei grandi maestri del giornalismo del secolo scorso, che del Corriere fu corrispondente a New York dal 1946 e poi direttore dal 1987. Alla serata, introdotta e coordinata da Marzio Breda, erano ospiti anche Gad Lerner e Ferruccio de Bortoli.

LA VITA DI UGO STILLE – Nato Mikhail Kamenetzky (detto Micha) in Russia, a Mosca, da una famiglia di origini ebraica, presto dovette fuggire dalla sua terra natale con i genitori a causa del radicalizzarsi della rivoluzione, e giunse insieme a loro in Italia. Trascorse la sua giovinezza a Roma, dove si formò e strinse amicizia con i figli della famiglia Lombardo Radice, con Felice Balbo, Ugo Natoli e soprattutto Giaime Pintor: con loro condivise gli ideali dell’anti-fascismo e con Giaime anche lo pseudonimo, Ugo Stille, con cui entrambi firmavano gli articoli scritti contro il regime durante gli anni dell’università e apparsi su Oggi – pseudonimo che nel 1946, quando diventerà corrispondente a New York per il Corriere della Sera, Mikhail Kamenetzky deciderà di assumere come suo nome in ricordo dell’amico, morto tre anni prima in guerra, e di trasmetterlo ai suoi figli. A causa delle leggi razziali del ’38, lui e la sua famiglia furono costretti di  nuovo alla fuga: nel ’41 Micha si ritrovò così, ancora una volta profugo, negli Stati Uniti, a New York.

LA FORZA DELLE COSE – Nel suo libro Alexander Stille ci descrive il padre in pigiama, come aveva l’abitudine di lavorare, seduto tra le montagne di carta, di giornali e di libri che accumulava, immerso nelle sue letture e scritture fino alle 4 del mattino. E al contempo, come sottolinea Marzio Breda, l’autore sa far emergere la grandezza professionale e lo stile di lavoro del padre, caratterizzato da straordinaria chiarezza espositiva.  “Aveva un grande intuito”, spiega l’autore: “era un prodotto del liceo gentiliano, paradossalmente fu allievo di Giovanni Gentile, anche se a questi preferiva Benedetto Croce. Negli suoi pezzi scritti per Oggi il suo lavoro è già di altissimo livello: il fatto di aver assorbito una vasta cultura lo aiutò moltissimo. Il titolo del libro viene da una frase che diceva sempre, che spiega il suo modo di lavorare: lui sosteneva che i giornalisti davano troppo peso alle dichiarazioni dei politici, ai singoli casi stampa, ai singoli eventi. Lui  invece sosteneva che se si vuole capire quello che succederà bisogna guardare alla ‘forza delle cose’, al movimento sottostante la storia, alla longue durée, come direbbero i francesi. Si sentiva un po’ come un detective che conduceva le sue indagini tra i libri e gli articoli di giornale per capire come sarebbero andati a finire i ‘gialli della Storia’. Molti pensavano che avesse delle fonti privilegiate, mentre molte delle sue intuizioni le ebbe stando seduto sul divano a leggere, nel suo pigiama, a colpi di ragionamento.”

LA DIREZIONE DI RADIO PALERMO – “Indicativo del suo stile di lavoro è un simpatico dettaglio che mi ha ricordato Salvatore Riotta, il padre di Gianni, uno dei ragazzi che mio padre fece lavorare a Radio Palermo”, l’emittente installata dagli Alleati dopo aver conquistato la Sicilia e diretta da Ugo Stille, che aveva partecipato allo sbarco in Sicilia come sergente dell’esercito americano, che seguì sempre nello stesso ruolo anche a Napoli e Milano. “In un momento in cui la guerra per gli Alleati andava a gonfie vele mio padre ordinò a Salvatore Riotta: ‘Trovami un brutta notizia’. E alle perplessità di quest’ultimo rispose: ‘Gli italiani sono abituati a vent’anni di populismo, di notizie false e rassicuranti. Se non cominciamo con una brutta notizia, non ci crederanno mai’. Aveva una comprensione profonda della psicologia del lettore.”

UNO STILE DISTACCATO – “C’è un altro fatto da sottolineare”, prosegue Alexander Stille, “e qui la biografia di mio padre  si intreccia con il suo lavoro giornalistico: la sua esperienza come profugo, prima in Italia e poi in America, credo abbia influito sul suo modo di essere, contribuendo a creare un suo distacco rispetto agli eventi – molti parlano di uno ‘stile anglosassone’. Mio padre si sentiva italiano, pensava e sognava in Italia, ma il fatto di non essere nato qui, di avervi vissuto in maniera illegale, ha fatto sì che rimanesse sempre un po’ ‘a margine’ e riuscisse a vedere le cose, appunto, con distacco. Lui per esempio poteva apprezzare un singolo politico per ciò che sapeva fare, per le sue idee, poteva essere di volta in volta d’accordo o in disaccordo con lui, ma in generale ha evitato di entrare nelle molte polemiche della politica italiana. Il suo ruolo era quello di osservare e scrivere, senza giudicare.” Un distacco confermato dalle parole di Ferruccio de Bortoli, che ricorda la grandezza di Ugo Stille “persino nella sua immobilità compensata dalla forza deduttiva. Ugo Stille non è mai andato incontro alla storia né è stato mai animato da grandi aspirazioni a scoprirla”, afferma de Bortoli, “erano i fatti che si riversavano su di lui. Eppure ha saputo raccontarla benissimo, gli eventi non lo turbavano affatto nella sua immobilità: conservava la sua lucidità. Rimase mitico nella sua distanza anche quando nel 1987 fu chiamato a tornare a Milano da New York per assumere la direzione del Corriere della Sera: non partecipava alle riunioni, si chiudeva nel suo ufficio e chiamava il suo dimafonista a New York, di cui sentiva grande nostalgia. Eppure fu semPre capace di cogliere le linee dell’attualità e non ebbe mai paura degli avvenimenti.”

UNA PERSONALITÀ AMBIVALENTE – Ebbe nostalgia di New York, certo, ma fu anche molto felice di tornare in Italia: questa ambivalenza del resto caratterizza tutta la sua vita, e nel libro è messa bene in evidenza, soprattutto laddove tratta il lato più personale della storia di Ugo Stille, i suoi rapporti famigliari. Come dicevamo, l’autore non nasconde i lati bui del padre, i contrasti a volte violenti con la moglie Elizabeth Bogert, donna della borghesia del Midwest, la madre di Alexander, che Ugo sposò nel 1948 a New York. “Mio padre conduceva un’esistenza biforcuta, schizofrenica”, recita una frase del libro letta da Gad Lerner, che sottolinea come l’autore, che pure condivide l’ammirazione nei confronti della grandezza di uomo e giornalista di suo padre, “non avrebbe potuto rimuovere l’angoscia con cui da bambino viveva i continui scoppi d’ira di quel padre che vagava per casa in pigiama, l’umiliazione cui sottoponeva la madre, la sua meschinità nel rapporto col denaro, la diffidenza nei confronti degli altri. Il libro”, prosegue Gad Lerner, “restituisce la stessa dignità ai due poli antitetici della sua famiglia. Elizabeth Bogert è a sua volta una figura straordinaria nella sua fatica: era attratta dal fascino della cultura ebraica e al contempo detestava la matrice oestjuden – ossia di ebreo dell’Europa centro-orientale – del marito. Sopporterà, ma non potrà accettare.” “Mio padre e mia madre erano il prodotto di due differenti civiltà, il loro contrasto era un contrasto di civiltà”, commenta l’autore a riguardo. “Mia madre per esempio era convinta della bontà degli uomini, mio padre no, era un hobbesiano. Nel libro faccio anche riferimento al fatto che lui spesso gridava con lei, che a volte la picchiava. Ma veniva da una cultura dove era normale talvolta avere reazioni più veementi. A dimostrazione di come la cultura sia importante per capire la psicologia dei personaggi.”

IL LIBRO – “La forza delle cose. Un matrimonio tra guerra e pace tra Europa e America” è uscito contemporaneamente in Italia, per i tipi di Garzanti, e negli Stati Uniti, e rappresenta uno straordinario documento di una vicenda personale e famigliare attraverso cui leggere e interpretare gli avvenimenti del secolo scorso.

 

16 gennaio 2013

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