L'intervista

Alessandro Barbaglia, “Ecco perché si può avere nostalgia del futuro”

Alessandro Barbaglia, come mostra nel romanzo, crede che non dobbiamo cogliere l'attimo ma coltivarlo per poi coglierlo solo al momento giusto
Alessandro Barbaglia, "Ecco perché si può avere nostalgia del futuro"

MILANO – Quando da ragazzino impari a giocare a pallone ti insegnano che al pallone devi andare incontro, che se lo aspetti arriva qualcuno della squadra avversaria più veloce di te e te lo porta via. Il fatto è che molti di noi cercano di vivere così giornno dopo giorno, perché l’attimo è fuggente e le possibilità si perdono sempre con gran facilità. E se così non fosse? Alessandro Barbaglia per esempio crede che non dobbiamo cogliere l’attimo ma coltivarlo per poi coglierlo solo al momento giusto. Di questo e molto altro parla nel suo romanzo “La locanda dell’Ultima Solitudine” (Mondadori), che racconta la storia di Libero e Viola. I due si cercano. Poca importa se non si conoscono ancora. Ecco la nostra intervista all’autore.

Come nasce la trama del tuo libro?

Si può avere nostalgia del futuro? “La locanda dell’Ultima Solitudine” nasce da questa domanda e da una scommessa: voler rispondere sì, si può. Ad avere questa nostalgia è Libero, e Libero c’è una cosa che fa meglio di chiunque altro: aspettare. Per lui l’attesa è sacra, non è tempo perso ma tempo vinto, vinto e avvinto dal fascino di quello che sarà. Ecco che alla locanda dell’Ultima Solitudine, il posto più bello del mondo, un luogo magico in cui ci si può andare solo in due, Libero prenota oggi per andarci dieci anni più tardi… Sa che ci arriverà. Nel frattempo, però, si gode l’attesa… e di trovare qualcuno con cui andarci. Ha nostalgia di un futuro che sia come lui: Libero.

Ci sono riferimenti autobiografici?

Avevo un nonno partigiano e falegname che era un po’ un mago. Da piccolo mi faceva apparire piccoli giochi di legno in camera da letto così belli e così pieni di magia che ogni volta mi chiedevo come facesse. Nel romanzo non gli ho cambiato nemmeno il nome: Enrico, il fondatore della locanda, il piccolo mago della cucina capace di cucinare ciò che ha il sapore di quello che riesci a immaginare, l’uomo che sa come si costruisce una nave mancata e che su quella non farà mai naufragio; quello è lui: mio nonno. Il resto è vita che mi è passata sotto le dita e si è trasformata in fantasia.

In cosa consiste la “Locanda dell’Ultima Solitudine”?

La locanda è tre cose: il luogo così lontano da tutto che quando ci arrivi ti senti a casa; il posto in cui smetti di essere “solo” anche se non c’è nessuno con te perché ti accorgi che tu sei sempre in compagnia del te stesso che stai diventando, ed è il luogo in cui i destini si incrociano per svelarti il nodo della vita. Il che non è poi proprio uno scherzo…

“Se qualcosa nella vita non arriva è perché non l’hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo”. Quanto è difficile credere a questa frase oggi?

Non bisogna crederci, bisogna aspettarselo! Io mi aspetto che sia così! E lo aspetto perché sono sicuro di una cosa: bisogna aver fiducia nelle attese e coltivarle giorno per giorno. Non dobbiamo cogliere l’attimo, dobbiamo coltivarlo! E coglierlo quando sarà maturo! Ecco cos’è un’attesa! Un fiore da coltivare, una Viola, una Margherita… (che poi sono tutte protagoniste della locanda dell’Ultima Solitudine).

Sei anche autore di poesie. Quali sono i rispettivi vantaggi e difficoltà di scrivere un libro o una poesia?

Le storie e i personaggi hanno una loro voce. Una voce propria. Libero e Viola, i protagonisti della locanda (con Enrico, ovviamente) hanno una voce che non sarebbe stata bene in una poesia. Sono dei chiacchieroni. Dovevano parlare. La poesia, la mia almeno che è quella di Stefano Benni, di Ernesto Ragazzoni, di Roger McGough  o  di David Riondino, è un pugno, uno schiaffetto, una pernacchia, dura il tempo di arrivare. Arriva prima di un romanzo in tempo ed effetto, ma io, questa volta, avevo bisogno di raccontare una storia piena di nostalgia del futuro. E di attese…

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