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5 romanzi che raccontano l’età delle donne dall’infanzia alla maturità

5 romanzi che raccontano l’età delle donne dall’infanzia alla maturità

5 romanzi, cinque età diverse, cinque protagoniste femminili che attraversano infanzia, giovinezza e maturità. Un viaggio narrativo tra identità, desiderio e resistenza.

5 romanzi che raccontano l’età delle donne dall’infanzia alla maturità

Raccontare le donne significa, spesso, raccontare il tempo. Il tempo che passa sui corpi, sulle scelte, sulle possibilità. L’età non è mai solo un dato anagrafico, ma un campo di battaglia simbolico: ciò che si può essere, ciò che viene concesso, ciò che viene negato. I cinque romanzi qui riuniti attraversano età diverse della vita femminile, dall’infanzia alla maturità, mostrando come ogni fase porti con sé conflitti specifici, desideri inascoltati, strategie di sopravvivenza.

Non si tratta di una classifica né di un canone, ma di una costellazione narrativa. Ogni libro illumina un momento preciso dell’esperienza femminile, e insieme compongono un discorso più ampio sul crescere, sul resistere e sul trovare una voce, anche quando il contesto storico, sociale o familiare tenta di soffocarla.

Romanzi sull’evoluzione delle età delle donne, aspetti diversi da scoprire

Lina e il sasso” di Mauro Covacich – La nave di Teseo

“Lina e il sasso” di Mauro Covacich, pubblicato da La nave di Teseo, è un romanzo che sceglie uno sguardo apparentemente semplice per raccontare una complessità profonda. Al centro c’è Lina, una bambina di nove anni che osserva il mondo con un’attenzione fuori scala, diversa da quella dei suoi coetanei e anche degli adulti che la circondano. Tuttavia il libro non è un romanzo per l’infanzia, né un esercizio di tenerezza. È piuttosto una riflessione sulla fragilità degli equilibri affettivi, sulla responsabilità emotiva degli adulti e su come l’infanzia sia spesso il luogo in cui le crepe degli altri diventano ferite proprie.

Lina vive in una periferia romana che non è mai descritta in modo pittoresco. È uno spazio concreto, attraversato da silenzi, separazioni e tentativi di ricomposizione. Sua madre Elena cerca di ricostruire una vita dopo la fine di un matrimonio, mentre Max, il nuovo compagno, è uno scrittore in crisi che si avvicina alla bambina con un misto di protezione, proiezione e bisogno. Covacich non idealizza nessuno di questi personaggi. Al contrario, li espone nella loro ambiguità emotiva, mostrando come il desiderio di fare del bene possa convivere con l’incapacità di comprendere davvero chi si ha di fronte.

La forza di “Lina e il sasso” sta nel modo in cui la voce infantile non viene mai caricata di simbolismi forzati. Lina non è una bambina “saggia”, né una creatura salvifica. È una presenza che destabilizza, perché vede troppo, sente troppo e restituisce agli adulti un’immagine di sé che spesso non vogliono riconoscere. Il suo sguardo è limpido, ma non innocente. È uno sguardo che coglie le tensioni sotterranee, le bugie dette per proteggere, le omissioni che scavano solchi invisibili.

Il titolo funziona come una metafora discreta ma potente. Il sasso è ciò che pesa, ciò che resta in tasca, ciò che si porta con sé senza sapere bene perché. È il residuo emotivo che ogni relazione lascia, soprattutto quando è attraversata da squilibri di potere affettivo. In questo senso, il romanzo parla di crescita senza mai ridurla a un percorso lineare. Crescere, per Lina, significa imparare a stare in un mondo che non è pensato per lei, ma che la utilizza come punto di equilibrio.

Dal punto di vista stilistico, Covacich adotta una scrittura controllata, geometrica, capace di alternare momenti di grande delicatezza a passaggi di forte tensione emotiva. Nulla è spiegato fino in fondo, e proprio questa scelta rende il romanzo più incisivo. Il lettore è chiamato a colmare gli spazi vuoti, a interrogarsi sulle responsabilità dei personaggi adulti e sul confine sottile tra cura e invasione.

“Lina e il sasso” è anche un romanzo sull’amore, ma su un amore che non coincide mai con la salvezza. L’amore, qui, è un campo minato, fatto di buone intenzioni e conseguenze impreviste. Covacich mostra con lucidità come i sentimenti, quando non sono accompagnati da consapevolezza, possano diventare forme di pressione silenziosa. Lina non chiede di essere capita, eppure tutto il romanzo ruota intorno a questo bisogno inespresso.

Nel panorama della narrativa contemporanea italiana, “Lina e il sasso” si distingue per la capacità di affrontare l’infanzia senza indulgenza e senza retorica. È un libro che parla a tutte le età proprio perché non semplifica. Racconta l’inizio della vita come un luogo già carico di contraddizioni, dove l’identità si forma in relazione agli altri, ma anche contro di loro. E in questo risiede la sua forza più autentica.

 Veleni e merletti di Julia Seales – Piemme

“Veleni e merletti” di Julia Seales, pubblicato da Piemme, è un romanzo che gioca con l’immaginario del giallo storico e del cosy crime, ma lo fa con una consapevolezza narrativa più stratificata di quanto la copertina, volutamente graziosa, possa far immaginare. Dietro pizzi, tè pomeridiani e salotti eleganti si nasconde infatti una riflessione sottile sul ruolo delle donne, sul potere delle apparenze e su ciò che accade quando l’intelligenza femminile viene confinata ai margini.

La protagonista Beatrice Steele è una giovane donna che sogna una vita fatta di indagini, deduzioni e misteri da risolvere. Tuttavia la Londra in cui vive non è quella romantica delle fantasie investigative, ma un ambiente rigidamente regolato da aspettative sociali e familiari. Beatrice è costretta a muoversi in uno spazio che le chiede di essere decorativa, composta e soprattutto disponibile a un matrimonio vantaggioso. Il romanzo costruisce così una tensione costante tra ciò che la protagonista desidera essere e ciò che il mondo pretende da lei.

Quando una serie di omicidi scuote il quartiere di Sweetbriar, Beatrice si ritrova improvvisamente al centro di un’indagine reale, non più immaginata. Ed è proprio qui che “Veleni e merletti” mostra la sua qualità migliore. Il mistero non è solo un meccanismo narrativo, ma diventa il luogo in cui emergono rivalità, invidie e segreti che attraversano l’intera comunità. I sospetti si muovono tra teatri, giardini curatissimi e palchi dell’opera, rivelando come la rispettabilità sia spesso una maschera fragile.

Il rapporto tra Beatrice e l’ispettore Vivek Drake aggiunge un ulteriore livello di complessità. Non si tratta di una semplice dinamica romantica, ma di un confronto tra due intelligenze che si osservano, si misurano e talvolta si ostacolano. Drake riconosce le capacità di Beatrice, ma è costretto a muoversi all’interno di un sistema che non è pronto a legittimarle apertamente. Questo attrito rende il romanzo interessante perché evita la semplificazione del “genio incompreso” e lavora invece sulle ambiguità della collaborazione.

Lo stile di Julia Seales è scorrevole, ironico e attento al ritmo. La scrittura mantiene un equilibrio efficace tra leggerezza e tensione, permettendo al lettore di immergersi nella storia senza perdere mai di vista la posta in gioco emotiva. I dialoghi sono vivaci, ben calibrati, e contribuiscono a delineare personaggi secondari che non restano mai puramente funzionali all’intreccio. Ogni figura ha un ruolo preciso nel tessuto sociale raccontato dal romanzo.

“Veleni e merletti” funziona anche come racconto di formazione. Beatrice non diventa improvvisamente l’investigatrice che sogna di essere, ma attraversa un percorso fatto di errori, intuizioni parziali e prese di coscienza dolorose. La sua crescita passa attraverso il confronto con la violenza, con la menzogna e con la consapevolezza che la verità ha sempre un costo. In questo senso, il romanzo parla di emancipazione senza proclami, scegliendo la strada della pratica, dell’azione e della responsabilità.

Nel panorama del giallo contemporaneo, “Veleni e merletti” si distingue per la capacità di usare i codici del genere come strumento critico. Non è solo un libro da leggere per il piacere dell’enigma, ma anche una storia che interroga il ruolo delle donne in una società che preferirebbe tenerle lontane dai luoghi del potere e della conoscenza. Ed è proprio questa tensione, elegante e velenosa al tempo stesso, a rendere il romanzo una lettura coinvolgente e intelligente.

Le donne di piazza del Fico di Margherita Pelaja – Piemme

“Le donne di piazza del Fico” di Margherita Pelaja, pubblicato da Piemme, è un romanzo storico che sceglie un punto di vista preciso e radicale: raccontare la Storia a partire dai corpi, dalle voci e dalle scelte delle donne. Ambientato nella Roma del 1864, ancora sotto il potere papale, il libro si muove tra vicoli polverosi, conventi, botteghe e case popolari, restituendo un affresco vivo e complesso di una città in trasformazione, attraversata da tensioni politiche e morali.

Al centro di “Le donne di piazza del Fico” c’è Luisa Stecca, figura ispirata a donne realmente esistite, che accoglie nella propria casa ragazze madri, donne incinte in segreto, corpi femminili messi ai margini da una società che predica la morale ma pratica l’esclusione. Luisa non è un’eroina idealizzata: è una donna concreta, stanca, spesso combattuta, ma animata da un senso profondo di responsabilità verso chi non ha voce. Attorno a lei si muove una costellazione di personaggi femminili che incarnano età, desideri e fragilità diverse.

Tra queste spicca Angela Carbone, giovane donna nata in una famiglia segnata dalla miseria, determinata a sfuggire a un destino già scritto. La sua scelta di fingere una gravidanza per legarsi a un uomo ricco non è presentata come un gesto moralmente esemplare, ma come una strategia di sopravvivenza in un mondo che non offre alternative. È proprio questa ambiguità a rendere “Le donne di piazza del Fico” un romanzo interessante: le scelte delle protagoniste non vengono mai giudicate dall’alto, ma comprese nel loro contesto storico e sociale.

La maternità, in “Le donne di piazza del Fico”, è uno dei temi centrali. Non è mai un’esperienza idealizzata o pacificata, ma un terreno di conflitto, dolore e negoziazione. Madri naturali e madri adottive si confrontano con l’assenza di diritti, con la vergogna pubblica e con il peso delle istituzioni religiose. Il romanzo mostra come la maternità possa essere negata, inventata, imposta o scelta, e come ogni possibilità comporti conseguenze profonde sul piano emotivo e sociale.

Lo stile di Margherita Pelaja è sobrio ma incisivo. La scrittura evita l’enfasi e privilegia una narrazione che procede per accumulo di dettagli, gesti quotidiani, dialoghi misurati. Questo approccio permette al lettore di entrare lentamente nel mondo del romanzo, di percepirne le contraddizioni e le tensioni senza bisogno di spiegazioni didascaliche. Roma non è solo uno sfondo, ma una presenza viva, fatta di rumori, odori, spazi chiusi e improvvise aperture.

Un elemento particolarmente riuscito di “Le donne di piazza del Fico” è l’intreccio tra finzione narrativa e documentazione storica. Pelaja attinge a eventi realmente accaduti e a materiali d’archivio, soprattutto ecclesiastici, per costruire una storia che interroga il presente attraverso il passato. Le domande che il romanzo pone sul significato di parole come famiglia, amore e appartenenza risultano sorprendentemente attuali, dimostrando come certe dinamiche di esclusione non appartengano solo alla storia.

Il processo che attraversa la parte finale del romanzo diventa un momento di rivelazione collettiva. Le verità nascoste emergono, le menzogne vengono smascherate e ogni personaggio è costretto a confrontarsi con le proprie responsabilità. Tuttavia “Le donne di piazza del Fico” non offre soluzioni consolatorie. La giustizia resta imperfetta, il dolore non viene cancellato, ma qualcosa cambia nella consapevolezza delle protagoniste.

In definitiva, “Le donne di piazza del Fico” è un romanzo che restituisce dignità narrativa a storie troppo spesso dimenticate. È un libro che parla di donne ferite ma ostinate, di legami non convenzionali e di una solidarietà femminile che nasce dalla necessità. Una lettura intensa, elegante e profondamente politica, capace di attraversare le epoche senza perdere forza.

Non ancora 101” di Irene Salvatori – Marcos y Marcos

“Non ancora 101” di Irene Salvatori, pubblicato da Marcos y Marcos, è un romanzo che sceglie una prospettiva rara e necessaria: quella della vecchiaia raccontata dall’interno, senza indulgenza ma anche senza pietismo. È un libro che parla del tempo che resta, del corpo che cambia, della memoria che si sfalda e si ricompone, ma soprattutto del desiderio di essere ancora visti e ascoltati quando la società sembra aver già archiviato una vita come conclusa.

La protagonista di “Non ancora 101” è una donna anziana che vive in una residenza per la terza età. Il titolo stesso suggerisce una sospensione, una soglia non ancora attraversata, come se ogni giorno fosse un tempo rubato, un’appendice inattesa dell’esistenza. Tuttavia Salvatori ribalta subito l’idea che questo tempo sia vuoto o inutile. Al contrario, lo riempie di pensieri affilati, osservazioni ironiche, ricordi che emergono senza ordine e di un presente fatto di piccoli riti, incontri e resistenze quotidiane.

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la voce narrante. La protagonista osserva il mondo con lucidità e sarcasmo, commenta il proprio corpo che non risponde più come prima, la perdita dell’autonomia, ma anche l’ipocrisia con cui la società tratta gli anziani, oscillando tra infantilizzazione e rimozione. In “Non ancora 101” la vecchiaia non è mai raccontata come una fase neutra o pacificata, ma come un terreno di conflitto, in cui continuano a convivere desiderio, rabbia, nostalgia e bisogno di contatto.

Il tema della memoria attraversa tutto il romanzo, ma non come celebrazione nostalgica del passato. I ricordi affiorano in modo disordinato, a volte contraddittorio, spesso legato a dettagli minimi. Salvatori mostra come la memoria non sia un archivio stabile, ma un processo vivo e instabile, che si modifica nel tempo e cambia significato a seconda di chi guarda indietro. In questo senso, “Non ancora 101” è anche una riflessione sul racconto di sé, su ciò che scegliamo di ricordare e su ciò che preferiamo dimenticare.

La relazione con gli altri ospiti della struttura è un altro punto centrale del libro. Non si tratta di legami idealizzati o edificanti, ma di convivenze forzate, di alleanze temporanee e di piccoli attriti. Ogni personaggio porta con sé una storia incompleta, frammentaria, e insieme compongono un coro di voci che restituisce complessità a un’età spesso rappresentata in modo stereotipato. La solitudine è presente, ma non è mai totale, perché è costantemente attraversata da presenze, anche quando sono fragili o precarie.

Particolarmente interessante è il modo in cui “Non ancora 101” affronta il rapporto tra corpo e identità. Il corpo che invecchia diventa un territorio estraneo, a volte ostile, ma non per questo privo di significato. Salvatori descrive con precisione e delicatezza la fatica dei gesti quotidiani, la dipendenza dagli altri, ma anche la capacità di adattamento che nasce proprio dalla necessità. La protagonista non rinuncia a essere soggetto, anche quando il mondo la tratta come oggetto di cura.

Lo stile di Irene Salvatori è essenziale, mai compiaciuto. La scrittura procede per brevi quadri, riflessioni che si susseguono con naturalezza, creando un ritmo che rispecchia il tempo dilatato della vecchiaia. Non ci sono effetti spettacolari, ma una continua attenzione alla verità emotiva dei personaggi. È una lingua che ascolta, che osserva e che lascia spazio al non detto.

“Non ancora 101” è anche un romanzo profondamente politico, pur senza proclami. Raccontare la vecchiaia in questo modo significa mettere in discussione un sistema che misura il valore delle persone in base alla produttività, all’efficienza e alla giovinezza. Salvatori restituisce centralità a una fase della vita spesso marginalizzata, mostrando che finché esiste coscienza, esiste anche desiderio di relazione, di senso e di racconto.

In definitiva, “Non ancora 101” è un libro necessario. È una lettura che invita a guardare la vecchiaia senza paura e senza romanticismi, riconoscendone la complessità e la dignità. Un romanzo che parla a tutte le età, perché ricorda che il tempo non toglie valore alle vite, ma ne cambia semplicemente la forma.

Bessy Rane di Ellen WoodCroce Libreria

Pubblicato originariamente nel 1870, “Bessy Rane” è uno dei romanzi più intensi e rappresentativi di Ellen Wood, autrice centrale del panorama vittoriano ma oggi ancora troppo spesso confinata a un ruolo marginale rispetto ai grandi nomi maschili del suo tempo. Eppure, proprio come accade in questo libro, Wood dimostra una straordinaria capacità di fondere romanzo domestico, dramma morale e tensione gotica, costruendo una storia che scava sotto la superficie rispettabile della provincia inglese per portarne alla luce colpe, ipocrisie e segreti inconfessabili.

Ambientato nel tranquillo villaggio di Dallory, Bessy Rane” si apre sotto il segno dell’ordine sociale: una comunità apparentemente pacifica, regolata da gerarchie solide e consuetudini condivise. L’equilibrio viene però incrinato dall’arrivo del giovane medico Oliver Rane, chiamato a prendersi cura di Edmund North, erede di una ricca famiglia industriale. È una presenza esterna, razionale, moderna, che si inserisce in un tessuto sociale fragile più di quanto voglia apparire. Quando una lettera anonima, carica di accuse e rivelazioni compromettenti, inizia a circolare, il romanzo compie una svolta decisiva: il sospetto diventa contagioso, la fiducia si sgretola, e la verità comincia a emergere sotto forma di minaccia.

Il matrimonio tra Oliver e la giovane Bessy, sorella di Edmund, sembra inizialmente ricondurre la vicenda entro i binari del romanzo sentimentale vittoriano. Ma Ellen Wood è troppo abile per accontentarsi di una narrazione rassicurante. L’epidemia di febbre tifoide che colpisce il villaggio, e soprattutto la morte sospetta di Bessy, trasformano la storia in qualcosa di più oscuro e perturbante. Da questo momento in poi, il romanzo assume i contorni di un vero e proprio dramma gotico, in cui la presenza della protagonista continua a farsi sentire anche dopo la sua scomparsa, come una coscienza inquieta che rifiuta di essere messa a tacere.

Uno degli aspetti più potenti di “Bessy Rane” è il modo in cui Ellen Wood utilizza il soprannaturale non come semplice espediente narrativo, ma come strumento critico. La “presenza spettrale” che aleggia sulla comunità non è solo un elemento da romanzo sensazionale: è il simbolo delle colpe collettive, delle menzogne mai confessate, delle tensioni sociali represse. Il villaggio diventa così un microcosmo morale, in cui ogni personaggio è chiamato a confrontarsi con la propria responsabilità, e dove l’ordine sociale vittoriano mostra tutta la sua fragilità.

Dal punto di vista stilistico, Wood costruisce una narrazione ampia, densa, sorretta da una prosa elegante ma mai fredda. La serializzazione originaria del romanzo si avverte nella struttura, fatta di svolte improvvise e colpi di scena, ma questo non indebolisce l’opera: al contrario, contribuisce a creare un ritmo incalzante che tiene il lettore costantemente in tensione. L’edizione italiana, arricchita dall’introduzione e dalla cura di Maria Luisa De Rinaldis, restituisce pienamente la complessità del testo e ne valorizza il contesto storico e letterario.

“Bessy Rane” è dunque molto più di un romanzo d’epoca: è una riflessione sulla colpa, sulla verità e sul prezzo del silenzio. Ellen Wood dimostra di saper raccontare l’orrore non attraverso l’eccesso, ma attraverso la lenta erosione delle certezze, facendo del quotidiano il luogo più inquietante di tutti. Un libro che merita di essere riscoperto, letto con attenzione e riconosciuto come uno dei tasselli fondamentali del gotico vittoriano al femminile.