Ci sono storie che non parlano solo di donne, ma attraverso le donne interrogano la storia, il potere, la violenza, la libertà e il desiderio di autodeterminazione. Sono narrazioni che attraversano epoche diverse, dalla Cina leggendaria alla Parigi ottocentesca, dall’Europa dell’Inquisizione ai territori simbolici del mito, ma che hanno un filo comune: il corpo femminile come campo di battaglia, la voce come atto di resistenza, la memoria come forma di sopravvivenza.
I libri che seguono raccontano donne che combattono, cadono, resistono, custodiscono saperi proibiti o vengono schiacciate da una società che non ha spazio per loro. Alcune sono figure storiche o leggendarie, altre personaggi letterari radicalmente moderni; tutte, però, ci parlano ancora oggi con una forza sorprendente.
4 libri che raccontano la resistenza femminile
Questi libri ci ricordano che raccontare storie di donne non è mai un gesto neutro. È un atto politico, culturale, necessario. Che si tratti di una guerriera leggendaria, di una prostituta ottocentesca, di una custode del sacro o di una presunta strega, ogni protagonista qui raccontata rompe un silenzio, incrina un sistema, lascia una traccia.
Leggerli significa accettare di attraversare zone scomode, ma anche scoprire una letteratura capace di illuminare il presente attraverso il passato. Perché le storie di donne, quando sono raccontate con verità e consapevolezza, non parlano solo di ieri: parlano di noi.
Perché raccontare storie di donne scritte da donne è importante
Quando una donna scrive di un’altra donna, il punto di vista cambia radicalmente. Cambia lo sguardo sul corpo, sulla sofferenza, sulla colpa, sul desiderio. Non c’è idealizzazione né compiacimento: c’è esperienza, consapevolezza, spesso rabbia e lucidità. La scrittura femminile che racconta storie di donne non costruisce eroine perfette, ma figure complesse, contraddittorie, vive. Ed è proprio in questa complessità che nasce la loro forza politica e letteraria.
“Mulan. La ragazza che salvò la Cina”di Isabella Doniselli Eramo – Luni editrice
In “Mulan. La ragazza che salvò la Cina”, Isabella Doniselli Eramo restituisce alla celebre eroina cinese la sua profondità originaria, liberandola dalle semplificazioni moderne e riportandola al cuore della tradizione che l’ha generata. Mulan non è soltanto una guerriera travestita da uomo: è una figura liminale, sospesa tra devozione familiare, strategia militare, sapere classico e destino collettivo.
Il romanzo lavora con intelligenza sulle stratificazioni del mito, mostrando come la leggenda di Mulan sia cambiata nei secoli, adattandosi alle esigenze morali, politiche e culturali di epoche diverse. La protagonista incarna due ideali apparentemente inconciliabili: da un lato la pietà filiale confuciana, dall’altro l’eroismo pubblico e il sacrificio per la nazione. La scrittura di Doniselli Eramo è precisa, documentata, ma mai fredda: il racconto procede come una riscrittura consapevole, che dialoga con le fonti e allo stesso tempo costruisce una Mulan profondamente umana.
La scelta di offrire al lettore percorsi narrativi alternativi, quasi un libro-labirinto, è particolarmente efficace: non esiste una sola Mulan, ma molte, tutte vere. È un romanzo che parla di identità, di ruolo sociale, di corpo e maschera, e che restituisce alla protagonista la sua complessità simbolica e politica. Una lettura fondamentale per chi vuole riscoprire Mulan oltre l’immaginario pop.
“Marthe, storia di una prostituta” diJoris-Karl Huysmans – Prehistorica Editore
In “Marthe, storia di una prostituta”, Joris-Karl Huysmans compie un’operazione letteraria radicale: sottrae la prostituzione a ogni possibile forma di spettacolarizzazione morale o sentimentale e la restituisce come meccanismo sociale, inevitabile prodotto di un sistema economico e culturale profondamente iniquo. Marthe non è mai idealizzata, ma nemmeno giudicata: il romanzo si rifiuta di offrire al lettore la comoda distanza del paternalismo o della compassione edificante.
Huysmans scrive Marthe in un momento cruciale della modernità europea, quando la città industriale diventa macchina di consumo dei corpi e delle vite. La Parigi che emerge dal romanzo non è la capitale del progresso e delle luci, ma un organismo famelico, che assorbe e scarta, soprattutto chi non possiede capitale sociale, culturale o economico. In questo senso, la prostituzione non appare come “caduta morale”, bensì come esito strutturale della povertà femminile, aggravata dall’assenza totale di alternative reali.
Marthe sogna, desidera, immagina un riscatto possibile. Ma ogni tentativo di fuga viene sistematicamente neutralizzato. L’illusione del lavoro, dell’amore, della rispettabilità borghese si rivela una trappola: il sistema concede promesse, mai salvezza. Huysmans è implacabile nel mostrare come la violenza non sia episodica, ma quotidiana, normalizzata, incorporata nei rapporti sociali. Il corpo femminile diventa merce non perché “deviato”, ma perché reso disponibile da una struttura che ha bisogno di corpi sacrificabili.
Sul piano stilistico, il romanzo anticipa molte delle tensioni che confluiranno nel Decadentismo e nel Naturalismo più estremo. La scrittura è sensoriale, materica, quasi tattile: odori, luci artificiali, stanze soffocanti, locali sordidi costruiscono un universo narrativo in cui l’ambiente non fa da sfondo, ma agisce come forza determinante. La Parigi di Marthe è una città pittorica e crudele, che richiama l’immaginario di Baudelaire e, per certi versi, le visioni urbane di Toulouse-Lautrec: corpi stanchi, sguardi spenti, desideri corrosi.
Marthe, proprio perché privata di ogni aura eroica, diventa una figura simbolica potentissima. Non rappresenta un’eccezione, ma la regola silenziosa di tutte le donne espulse dal perimetro della rispettabilità borghese. Il romanzo non le concede redenzione, e questa assenza non è cinismo, ma denuncia. Huysmans costringe il lettore a rimanere dentro lo sguardo, a non voltarsi altrove, a riconoscere la responsabilità collettiva.
Leggere oggi “Marthe, storia di una prostituta” significa confrontarsi con un testo che rifiuta qualsiasi consolazione morale. È un romanzo che non salva, non assolve, non promette. E proprio per questo conserva una modernità disturbante: perché mostra come l’emarginazione femminile non sia una parentesi storica, ma una ferita strutturale della modernità stessa.
“Guardiane della Soglia” di Luciana Percovich – Venezia Editrice
Con “Guardiane della Soglia”, Luciana Percovich costruisce un testo che si muove consapevolmente controcorrente rispetto al pensiero dominante contemporaneo. Non è solo un libro sul mito o sulla memoria femminile, ma un atto politico nel senso più profondo del termine: una presa di posizione contro la rimozione sistematica di un sapere che non è misurabile, produttivo, algoritmico. La “soglia” del titolo non è un luogo astratto, ma uno spazio simbolico preciso: quello in cui l’umano entra in contatto con ciò che non controlla, con il tempo ciclico, con la morte, con il sacro.
Le Crone, figure centrali del testo, sono tutto ciò che la modernità ha imparato a temere: donne non più riproduttive, non più funzionali, non più addomesticabili. Percovich restituisce loro una dignità culturale e simbolica, mostrandole come custodi di un sapere incarnato, trasmesso attraverso il corpo, i rituali, la narrazione orale, l’esperienza vissuta. È un sapere che non pretende universalità astratta, ma nasce dal radicamento nella terra, nella ciclicità stagionale, nella memoria collettiva. In questo senso, il libro dialoga apertamente con l’ecofemminismo e con le riflessioni sul post-umano, opponendo a entrambi una prospettiva profondamente umana e relazionale.
Uno degli aspetti più potenti del testo è la critica implicita al mito del progresso lineare. Percovich mostra come l’eliminazione simbolica delle donne anziane, la loro riduzione a figure marginali o ridicole, coincida con la perdita di un rapporto equilibrato con il tempo e con la natura. Le “guardiane” non sono nostalgiche di un passato idealizzato, ma figure necessarie per immaginare un futuro diverso, in cui la conoscenza non sia solo dominio, ma ascolto, cura, responsabilità.
La scrittura, volutamente densa ed evocativa, riflette questa visione del mondo. Non cerca la semplificazione, ma invita il lettore a rallentare, a sostare, a attraversare le immagini e i concetti come si attraversa una soglia rituale. È un testo che non impone risposte, ma apre spazi di interrogazione personale, chiamando chi legge a riconoscere la propria posizione rispetto alla memoria, al corpo, all’età, al sacro.
“Guardiane della Soglia” è un libro che lavora in profondità, scavando sotto le strutture culturali che diamo per scontate. È necessario perché ci ricorda che ogni civiltà che cancella le proprie custodi della memoria è destinata a perdere il senso del limite. E oggi, in un presente dominato dall’astrazione tecnologica e dall’accelerazione continua, la voce di Percovich risuona come un invito radicale: tornare ad abitare le soglie, invece di distruggerle.
“L’opera delle streghe” di Francesca Thellung di Courtelary – Giunti
In “L’opera delle streghe”, la dimensione storica non è mai semplice ambientazione, ma struttura ideologica del racconto. L’Inquisizione non appare soltanto come istituzione repressiva, bensì come sistema di controllo del sapere, del corpo e dell’immaginazione. La caccia alle streghe diventa così il sintomo più evidente di una società che teme ciò che non riesce a normare: il talento, la libertà di pensiero, la creatività femminile. In questo senso, la stregoneria non è un elemento fantastico, ma un linguaggio simbolico attraverso cui il potere traduce la propria paura.
Jeanne, in particolare, incarna una forma di conoscenza che non passa attraverso l’autorità maschile, religiosa o accademica. Il suo sguardo di disegnatrice è uno sguardo eretico: osserva il reale, lo ricompone, lo interpreta. L’arte diventa per lei uno strumento di sopravvivenza e insieme di ribellione, perché vedere e rappresentare significa sottrarre il mondo alla narrazione ufficiale. Non è un caso che il romanzo insista sul legame tra disegno, anatomia, studio del corpo: ciò che l’Inquisizione vuole distruggere non è solo la magia, ma la possibilità di conoscere il corpo umano al di fuori del dogma.
Il rapporto con Michel rafforza la natura iniziatica del romanzo. Entrambi sono figure spezzate, cresciute ai margini, ma mentre Michel cerca una legittimazione attraverso la medicina e la scienza riconosciuta, Jeanne resta irriducibile, non addomesticabile. La loro è una storia di formazione asimmetrica, che mette in luce come, a parità di talento e desiderio, il destino di una donna resti infinitamente più fragile. La libertà femminile, nel romanzo, non è mai data: va conquistata, difesa, spesso pagata con l’esclusione o la persecuzione.
Thellung di Courtelary costruisce così un romanzo che dialoga con la grande tradizione del romanzo storico europeo, ma lo fa da una prospettiva contemporanea e consapevole. La violenza inquisitoriale è raccontata senza spettacolarizzazione, con una crudezza che non cerca il sensazionalismo, bensì la verità emotiva. Ciò che emerge è un Medioevo e primo Rinascimento inquieto, attraversato da contraddizioni, in cui il progresso convive con la barbarie e l’arte nasce spesso sotto minaccia.
In definitiva, “L’opera delle streghe” non è solo un romanzo sull’Inquisizione o sulla caccia alle streghe, ma una riflessione profonda sul rapporto tra potere e sapere, tra creatività e repressione. È un libro che ci ricorda come, storicamente, la libertà femminile sia stata percepita come un’anomalia da correggere. E proprio per questo, oggi, la sua voce risuona con una forza particolare: perché parla del passato, ma interroga senza sconti il nostro presente.
