4 libri fantasy che devi assolutamente leggere se vuoi perderti tra le pagine del fantastico
4 romanzi fantasy da leggere assolutamente se ami perderti tra mondi oscuri, fiabe moderne e immaginari inquieti: storie che incantano, disturbano e restano addosso a lungo.

Spesso si legge per staccare la spina, questi libri funzionano come varchi, come soglie, come boschi in cui si entra senza sapere se si tornerà uguali. Il fantasy, quando è fatto bene, non è evasione facile: è una forma di dislocazione emotiva, una perdita di orientamento cercata e desiderata.
I quattro romanzi che trovi in questo articolo appartengono proprio a questa categoria. Non sono fantasy rassicuranti, né storie addomesticate. Sono libri che giocano con la fiaba, con l’orrore, con il weird e con l’inquietudine, e lo fanno usando la lingua della letteratura, non quella del consumo veloce.
Sono storie che parlano di identità, desiderio, trasformazione, paura, e lo fanno attraverso immagini potenti: animali che parlano, giardini che diventano trappole, programmi per “curare” l’infelicità, freak che abitano i margini del mondo. Se stai cercando romanzi in cui perderti davvero, questi quattro titoli sono un ottimo punto di partenza.
4 libri fantasy particolari che devi leggere
“Gatta bianca, cane nero” di Kelly Link – Mercurio Books
“Gatta bianca, cane nero” è un libro che non si limita a raccontare storie: le trasforma in soglie, le apre, e poi lascia che il lettore decida se attraversarle davvero. Pubblicato in Italia da Mercurio Books, questo volume segna l’arrivo anche per il pubblico italiano di una delle voci più influenti e radicali del fantastico contemporaneo. Non a caso, “Gatta bianca, cane nero” è stato indicato come miglior libro dell’anno da The New Yorker, The New York Times e The Washington Post: un riconoscimento raro, soprattutto per un’opera che si muove deliberatamente ai margini dei generi.
Kelly Link lavora sulla fiaba come materia viva e instabile. Le sue storie non sono riscritture decorative, ma fratture narrative, in cui il familiare viene deformato fino a diventare inquietante. Qui il bene e il male non sono poli riconoscibili, ma forze che si scambiano continuamente di posto. Principi e principesse finiscono in hotel d’aeroporto, mondi sotterranei convivono con ristoranti stellati, fratelli e sorelle vagano su pianeti alieni mentre cercano di sopravvivere alla fine di tutto. Ogni racconto sembra iniziare in modo quasi rassicurante, salvo poi spostare lentamente il terreno sotto i piedi del lettore.
La scrittura di Kelly Link è ingannevolmente limpida. Le frasi scorrono con naturalezza, ma ciò che raccontano è spesso perturbante. È una prosa che non spiega, non guida, non protegge. Al contrario, chiede fiducia, e allo stesso tempo la mette costantemente alla prova. Nei suoi racconti non esistono soluzioni definitive, né finali consolatori. Esiste invece una tensione continua tra ciò che crediamo di conoscere e ciò che ci sfugge, tra l’infanzia come spazio mitico e l’età adulta come luogo della disillusione.
Uno degli aspetti più affascinanti del libro è il modo in cui la fiaba viene trattata come architettura mentale. Le storie non servono a insegnare una morale, ma a mostrare come le narrazioni modellino il nostro modo di stare al mondo. Kelly Link sembra dirci che non siamo definiti dalle storie che ascoltiamo, ma da quelle che accettiamo di abitare, anche quando fanno paura. In questo senso, “Gatta bianca, cane nero” parla profondamente del presente: della fragilità delle identità, della paura del collasso, dell’attrazione verso l’ignoto.
Le illustrazioni di Shaun Tan accompagnano i testi senza addomesticarli. Al contrario, ne amplificano il senso di straniamento, suggerendo visivamente ciò che le parole lasciano in sospeso. Immagini essenziali, spesso ambigue, che sembrano emergere da un sogno a metà tra l’infanzia e l’incubo.
“Gatta bianca, cane nero” non è un libro che si legge distrattamente. È un’esperienza che richiede attenzione, disponibilità all’incertezza e una certa dose di coraggio emotivo. È un libro per chi ama perdersi, per chi accetta che la letteratura non debba sempre rassicurare, ma possa anche destabilizzare. E proprio per questo, è uno dei volumi più importanti e necessari del fantastico contemporaneo.
“L’albero di ginepro” di Barbara Comyns – Safarà
“L’albero di ginepro” è uno di quei romanzi che si insinuano lentamente, con una grazia ingannevole, e solo dopo rivelano tutta la loro potenza oscura. Ultimo libro scritto da Barbara Comyns, questa opera è una rivisitazione moderna e profondamente inquieta dell’omonima fiaba dei fratelli Grimm. Ma definirla semplicemente una riscrittura sarebbe riduttivo. Qui la fiaba diventa lente attraverso cui osservare il dolore, il desiderio di rinascita e la violenza che può nascondersi dietro le promesse di una nuova vita.
La protagonista, Bella Winter, conduce un’esistenza marginale nella Londra del dopoguerra. È una donna segnata fisicamente e interiormente, madre single, invisibile agli occhi del mondo. La cicatrice che le deturpa il volto non è solo un dettaglio narrativo, ma un simbolo potente della sua esclusione. Bella vive ai margini finché l’incontro con Gertrude e con un giardino rigoglioso, dominato da un albero di ginepro, sembra offrirle una possibilità di riscatto. Ma, come nelle fiabe più antiche, ciò che promette salvezza porta con sé anche una minaccia.
Barbara Comyns scrive con uno stile apparentemente semplice, quasi dimesso. È una scrittura che evita l’enfasi, ma proprio per questo colpisce con maggiore forza. Ogni evento terribile viene raccontato con una calma disarmante, come se il male fosse una componente naturale dell’esistenza. Questo tono neutro amplifica l’orrore, perché non concede al lettore alcuna distanza emotiva. Tutto accade sotto gli occhi di chi legge, senza filtri.
Il cuore del romanzo è il tema della trasformazione. La fiaba originale dei Grimm parla di morte e rinascita, di vendetta e metamorfosi. Comyns riprende questi elementi e li trasporta in un contesto realistico, rendendoli ancora più disturbanti. Qui non ci sono magie esplicite, ma una sensazione costante di fatalità, come se i personaggi fossero intrappolati in un destino che non possono evitare.
“L’albero di ginepro” è anche un romanzo profondamente femminile, nel senso più radicale del termine. Racconta la vulnerabilità delle donne, la loro solitudine, ma anche la loro capacità di resistere. Tuttavia, non offre redenzioni facili. La maternità, l’amicizia, l’amore non sono rifugi sicuri, bensì spazi complessi, attraversati da ambiguità e pericoli.
Leggere questo libro significa accettare che la fiaba non è mai stata pensata per consolare. È nata per mettere in guardia, per mostrare l’oscurità del mondo e dell’animo umano. Barbara Comyns lo ricorda con una lucidità impressionante, consegnandoci un romanzo che resta addosso, che inquieta, e che continua a lavorare nella mente molto tempo dopo l’ultima pagina.
“Happy Head. Sogni di infelicità” di Josh Silver – Fanucci
“Happy Head. Sogni di infelicità” è un romanzo che si muove dentro il territorio della distopia contemporanea con una lucidità inquietante, perché non inventa un futuro lontano, ma spinge appena più in là logiche già presenti nel nostro presente. Josh Silver costruisce una storia che parla di controllo, normalizzazione e salute mentale, senza mai trasformare il racconto in un manifesto o in una lezione morale. Al contrario, lascia che sia l’esperienza del protagonista a parlare, con tutte le sue contraddizioni.
Siamo in un mondo attraversato da un’epidemia di infelicità adolescenziale. La risposta dello Stato è il programma HappyHead, un progetto sperimentale che promette di “aggiustare” i ragazzi considerati fragili, problematici o devianti. Il protagonista, Seb, accetta di partecipare perché vuole essere visto come “normale”, perché desidera l’approvazione dei genitori, perché spera che quel percorso possa finalmente renderlo adeguato. Fin dall’inizio, però, è chiaro che qualcosa non torna. Le prove psicologiche, le valutazioni continue, la sorveglianza costante trasformano lentamente il programma in una gabbia.
Josh Silver racconta tutto questo con una scrittura scorrevole, accessibile, ma mai superficiale. Il romanzo si legge con facilità, e proprio per questo colpisce più duramente. La distopia non è urlata, ma insinuata. Il controllo non arriva attraverso la violenza esplicita, bensì tramite il linguaggio del benessere, dell’efficienza, del miglioramento personale. È qui che “Happy Head” diventa davvero disturbante: perché mostra come il desiderio di essere felici possa trasformarsi in uno strumento di repressione.
L’incontro con Finn, altro partecipante al programma, apre una crepa decisiva nel sistema. Finn è refrattario alle regole, mette in discussione ciò che viene presentato come inevitabile e necessario. Attraverso il loro rapporto, il romanzo introduce uno dei suoi temi centrali: la fiducia. In un contesto in cui tutto è monitorato, anche l’amicizia diventa un atto rischioso. Seb inizia a interrogarsi non solo sul programma, ma su se stesso, sulla propria identità, e su ciò che significa davvero “stare bene”.
“Happy Head. Sogni di infelicità” parla in modo diretto agli adolescenti, ma è un libro che interroga profondamente anche gli adulti. Racconta un mondo in cui il disagio non viene ascoltato, ma corretto. In cui la complessità emotiva viene ridotta a un errore di sistema. Josh Silver riesce a tenere insieme ritmo narrativo e riflessione critica, senza mai perdere di vista l’umanità dei suoi personaggi.
È un romanzo che si inserisce nel solco di opere come Hunger Games e Maze Runner, ma con una sensibilità più psicologica, più intima. Qui la vera fuga non è fisica, ma mentale. E la domanda che resta aperta, una volta chiuso il libro, è semplice e terribile allo stesso tempo: chi decide cosa significa essere felici?
“Freaks” di Tod Robbins – Agenzia Alcatraz
“Freaks” è un libro che arriva dal passato, ma continua a parlare con una forza disturbante al presente. Raccolta di racconti di Tod Robbins, pubblicato in Italia da Agenzia Alcatraz nella collana “Biblioteca di Lovecraft” e curato da Jacopo Corazza e Gianluca Venditti, autore americano attivo tra le prime decadi del Novecento, questo volume riporta alla luce una scrittura che ha saputo esplorare il soprannaturale, l’orrore e il grottesco con uno sguardo profondamente umano e crudele. Non è un caso che proprio da uno dei suoi testi sia stato tratto il film cult Freaks di Tod Browning, uno dei più controversi della storia del cinema.
Il cuore della raccolta è la diversità. Ma non una diversità addomesticata o simbolica. Nei racconti di Robbins, i “mostri” non sono creature fantastiche, bensì persone ai margini, corpi fuori norma, individui osservati con curiosità morbosa e paura. L’orrore non nasce da ciò che è diverso, ma dallo sguardo che la società posa su di esso. In questo senso, “Freaks” è un libro spietato, perché costringe il lettore a riconoscere la propria posizione di osservatore.
La prosa di Tod Robbins è diretta, asciutta, priva di orpelli. Ogni racconto costruisce lentamente un clima di inquietudine, senza ricorrere a colpi di scena plateali. Il soprannaturale si intreccia con il quotidiano, e spesso è impossibile distinguere dove finisca l’uno e inizi l’altro. Fantasmi, giocattoli animati, ossessioni e maledizioni diventano strumenti per raccontare paure molto concrete: l’esclusione, la violenza, la perdita di identità.
Particolarmente potente è il modo in cui Robbins affronta il tema del destino. I suoi personaggi sembrano intrappolati in ruoli che non hanno scelto, condannati a interpretare una parte per il piacere o l’orrore altrui. Non c’è redenzione facile, né consolazione. Anche quando il tono si fa ironico o grottesco, resta sempre una sensazione di disagio, come se il lettore fosse chiamato a interrogarsi sulla propria empatia.
L’edizione italiana, arricchita da illustrazioni originali e da una postfazione critica, restituisce pienamente il valore letterario di Tod Robbins, spesso ridotto a semplice autore di genere. In realtà, “Freaks” è un libro profondamente politico, nel senso più ampio del termine. Parla di potere, di normalità imposta, di chi ha il diritto di raccontare e di essere raccontato.
Leggere “Freaks” oggi significa confrontarsi con una letteratura che non cerca di piacere, ma di disturbare. È un libro per chi ama il weird, l’orrore psicologico, e le storie che non offrono risposte rassicuranti. Un classico oscuro, necessario, che dimostra come il vero mostro, molto spesso, non sia chi viene esposto, ma chi guarda.