2 classici del ’900 che scommetto non conosci (ma che dovresti leggere subito)

2 Gennaio 2026

Due romanzi del Novecento poco frequentati ma potentissimi: tra ossessione, identità e totalitarismo, L’uomo scarlatto di Paolo Maurensig e La tela del ragno di Joseph Roth raccontano le crepe dell’anima e della Storia con una lucidità che oggi fa ancora paura.

2 classici del ’900 che scommetto non conosci (ma che dovresti leggere subito)

Quando si parla di classici del Novecento, i nomi sono quasi sempre gli stessi: Kafka, Mann, Orwell, Camus. Eppure il secolo breve è stato attraversato anche da voci meno citate, laterali, a volte disturbanti, che hanno saputo raccontare il trauma europeo con un’intensità visionaria e profetica. Paolo Maurensig e Joseph Roth appartengono a questa categoria: due autori diversissimi per stile e provenienza, ma accomunati da una stessa ossessione per l’identità, la colpa, il potere e la metamorfosi dell’uomo moderno.

Da una parte, un romanzo gotico-filosofico che gioca con il corpo, la memoria e l’immortalità; dall’altra, un racconto spietato sull’ascesa del fanatismo e del totalitarismo nella Germania del primo dopoguerra. Due libri che non fanno sconti, che non cercano consolazione, ma che ancora oggi parlano al nostro presente.

2 classici da riscoprire

“L’uomo scarlatto” e “La tela del ragno” sanno confrontarsi con due volti diversi dello stesso secolo: quello della crisi dell’identità e quello della seduzione del potere. Sono romanzi brevi ma densissimi, che chiedono attenzione e restituiscono inquietudine, domande, consapevolezza. Due classici del Novecento che non cercano di piacere, ma di restare. E forse è proprio per questo che continuano a parlarci, con una voce più attuale di quanto siamo pronti ad ammettere.

 “L’uomo scarlatto” di Paolo Maurensig – Theoria

“L’uomo scarlatto” è uno di quei romanzi che sembrano brevi solo in apparenza. In poco più di cento pagine, Maurensig costruisce un universo chiuso, claustrofobico, inquietante, dove il corpo diventa enigma e la conoscenza una tentazione pericolosa. Il protagonista, noto appunto come l’Uomo Scarlatto, è sopravvissuto a un incendio devastante che lo ha lasciato senza memoria e con il volto completamente sfigurato. Per continuare a vivere, è costretto a sottoporsi a continui trapianti di pelle presso la clinica Neuhaus, un luogo che sembra sospeso tra sanatorio, monastero e laboratorio alchemico.

Fin dall’inizio, “L’uomo scarlatto” si muove sul terreno del gotico moderno: non quello spettacolare, ma quello psicologico, fatto di ambiguità, simboli e ossessioni. La clinica sul lago di Costanza, costruita sulle rovine di un’antica abbazia, diventa uno spazio liminale, dove scienza e superstizione, medicina e metafisica, si confondono. Attorno al protagonista ruotano figure perturbanti: Madame Orlova, medium ambigua e manipolatrice; Sussex, artista ossessionato dal volto umano e dalla sua riproducibilità; Egon Forti, medico affascinato dall’idea di superare i limiti naturali dell’uomo.

Il cuore del romanzo non è però la trama, bensì la riflessione sul volto come identità. Che cosa resta di noi quando il volto viene cancellato? Quanto siamo il nostro corpo, e quanto invece la memoria che lo abita? Maurensig trasforma il volto in una superficie simbolica: maschera, confine, luogo di riconoscimento e di esclusione. L’Uomo Scarlatto è insieme vittima e cavia, oggetto di studio e specchio delle ossessioni altrui.

C’è in “L’uomo scarlatto” una riflessione potentissima sull’immortalità, non come sogno eroico, ma come condanna. Il desiderio di sopravvivere a ogni costo diventa una forma di disumanizzazione, un progressivo svuotamento dell’individuo. In questo senso, il romanzo dialoga con Mary Shelley, con Poe, ma anche con certa fantascienza filosofica novecentesca. Il tono è freddo, controllato, chirurgico, e proprio per questo inquietante: Maurensig non alza mai la voce, ma lascia che sia il lettore a percepire l’orrore sottile che si insinua tra le righe.

 “La tela del ragno” Joseph Roth – Theoria

Se “L’uomo scarlatto” esplora la dissoluzione dell’identità individuale, “La tela del ragno” racconta la nascita dell’identità collettiva più pericolosa del Novecento. Scritto da Joseph Roth e pubblicato postumo, questo breve romanzo incompiuto è una delle analisi più lucide e spietate dell’ascesa del nazismo nella Germania del primo dopoguerra.

Il protagonista, Theodor Lohse, è un ex ufficiale tedesco umiliato dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale. Privo di scrupoli, frustrato, assetato di rivalsa, Lohse incarna perfettamente il tipo umano che il totalitarismo sa riconoscere e utilizzare. Attraverso una rete di intrighi, delazioni e tradimenti,  la “tela del ragno” del titolo, Lohse si insinua nei gangli del potere reazionario, diventando informatore, sicario, manipolatore.

“La tela del ragno” non è un romanzo psicologico nel senso tradizionale: Roth non cerca di giustificare il suo personaggio, né di renderlo empatico. Al contrario, lo osserva con uno sguardo quasi clinico, mostrando come il vuoto morale e il risentimento personale possano trasformarsi in carburante ideologico. Lohse non è un mostro isolato, ma il prodotto di una società ferita, incapace di elaborare la sconfitta e pronta a riversare la propria frustrazione contro un nemico costruito.

La grande forza di “La tela del ragno” sta nella sua dimensione profetica. Scritto quando il nazismo non aveva ancora raggiunto il potere assoluto, il romanzo coglie con precisione impressionante i meccanismi di radicalizzazione, la fascinazione per la violenza, la normalizzazione dell’odio. Roth mostra come il totalitarismo non nasca all’improvviso, ma si costruisca lentamente, attraverso piccoli compromessi, silenzi, opportunismi.

Lo stile è secco, essenziale, privo di retorica. Ogni pagina sembra scolpita nella pietra, e proprio questa asciuttezza rende il testo ancora più disturbante. “La tela del ragno” non offre redenzione né catarsi: è un libro che inchioda il lettore davanti alle responsabilità storiche e morali dell’individuo.

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