17 saggi da regalare a Natale per stupire con un regalo originale 

30 Novembre 2025

16 Libri da mettere sotto l’albero? 16 saggi intelligenti, affascinanti e attuali: perfetti per stupire con un regalo colto, originale e sempre apprezzato.

17 saggi da regalare a Natale per stupire con un regalo originale 

C’è chi sotto l’albero sogna romanzi rosa, chi cerca l’ultimo thriller da leggere tutto d’un fiato. Ma per chi ama riflettere, scoprire, confrontarsi con idee nuove, il saggio è il regalo perfetto. Non un libro “pesante”, come spesso si crede, ma uno strumento di libertà, un invito alla conoscenza, una porta aperta sul mondo.

In questo speciale natalizio, abbiamo selezionato saggi che non solo appassionano, ma lasciano il segno. Tra attualità, filosofia pop, scienza, arte e società, questi titoli sono ideali per chi ama i libri che fanno pensare, e che non passano mai di moda. Regali intelligenti, sì. Ma anche emozionanti, sorprendenti, vivi.

17 saggi da regalare a Natale per stupire chi li riceve

Regalare un saggio a Natale significa offrire molto più di un semplice libro: è donare uno sguardo nuovo sul mondo, un seme di consapevolezza, un viaggio nella complessità della realtà. Che si tratti di esplorare la psiche umana, rileggere la storia con occhi diversi o interrogarsi sul futuro dell’umanità, questi volumi ci ricordano che pensare è un atto rivoluzionario. E sotto le luci dell’albero, non c’è dono più prezioso.

Nel sangue di Garlasco” di Gianluca Zanella- Ponte alle Grazie

Il 13 agosto 2007 segna uno dei delitti più controversi e mediatici della storia giudiziaria italiana: la morte di Chiara Poggi, ventisei anni, nella villetta di famiglia a Garlasco. A distanza di diciotto anni, con un colpevole condannato (Alberto Stasi), un nuovo indagato (Andrea Sempio) e una pioggia di interrogativi mai dissolti, “Nel sangue di Garlasco” di Gianluca Zanella si impone come il testo più documentato e incisivo sul caso.

Zanella non scrive per dimostrare una verità assoluta, ma per mostrare quanto la verità, in questo caso, sia diventata un terreno minato. Con scrittura serrata e rigore giornalistico, l’autore ci porta dentro un’indagine che sembra uscita dalla penna di un autore di thriller gotico: depistaggi, perizie contrapposte, testimoni improbabili, errori giudiziari, l’ombra della massoneria e dei riti satanici, suicidi misteriosi, e infine un processo che pare più una sceneggiatura che un’aula di giustizia.

Ogni pagina è una lama che fende la nebbia: documenti inediti, interviste esclusive, nuovi scenari investigativi e connessioni trascurate fanno emergere un quadro inquietante, in cui la giustizia stessa sembra vacillare sotto il peso della spettacolarizzazione e del pregiudizio mediatico.

Zanella, già firma di Il Fatto Quotidiano, Panorama e InsideOver, ha il coraggio di scavare, domandare, connettere. Il suo saggio è un atto di resistenza alla rimozione, una denuncia implicita contro un sistema che, per chi osserva da fuori, rischia di aver scritto una sentenza più per esaudire l’opinione pubblica che per amore della verità.

Il satiro scientifico. Bestie drogate” di Barbascura X – Mondadori

Con un titolo che è già una dichiarazione d’intenti, “Bestie drogate” è il nuovo volume della collana Il satiro scientificoideata da Barbascura X, il chimico-divulgatore più dissacrante, pop e rock del panorama italiano. Pubblicato da Mondadori, questo libro si presenta come un manuale scientifico psicoattivo per chimici strafatti e sciamani curiosi: un mix esplosivo di divulgazione, satira, cultura pop e scienza portata all’estremo, ma senza mai scadere nell’approssimazione.

Il volume è costruito con una struttura corale: Barbascura X coordina un team di divulgatori, scienziati, comici, giornalisti e autori che, con taglio irriverente, affrontano uno dei temi più scomodi (e allo stesso tempo affascinanti) per la divulgazione scientifica contemporanea: la droga, in tutte le sue declinazioni chimiche, storiche e sociali.

Dopo aver toccato temi come la masturbazione, la bruttezza o i mostri, questa volta si entra in un terreno ancora più scivoloso. Ma è proprio qui che il metodo satirico-scientifico di Barbascura mostra il suo punto di forza: rendere comprensibile, interessante e irresistibilmente divertente un argomento difficile, spesso avvolto da moralismi e stigmi culturali.

Il lettore viene trascinato in un viaggio psicotropo e multidisciplinare tra molecole psichedeliche, alcaloidi, cannabinoidi, LSD, oppiacei, caffeina, e droghe legali e illegali. Il tono è volutamente scorretto, spiazzante, ma sempre ancorato a dati scientifici e ricerche affidabili. Tra le pagine si trovano storie vere di esploratori dello “spazio interiore”, analisi delle funzioni biologiche e neurologiche delle sostanze, racconti assurdi dal mondo della medicina, incursioni nella storia della stregoneria e nella chimica forense.

Il linguaggio è volutamente iperbolico, condito da citazioni nerd, riferimenti alla cultura trash, battute a doppio senso, ma anche riflessioni profonde sul rapporto tra società e droghe. Non manca l’autoironia feroce che ha reso celebre Barbascura, qui in una veste editoriale perfettamente calibrata per un pubblico giovane, curioso, informato e affamato di qualcosa di diverso rispetto alla classica divulgazione “in giacca e cravatta”.

A sorprendere è proprio il bilanciamento tra comicità e rigore scientifico: ogni contributo, pur filtrato da un linguaggio “sfacciato”, è sostenuto da fonti solide. Dietro ogni battuta, si cela un processo di selezione e semplificazione del sapere che nulla ha da invidiare a un saggio accademico, con la differenza che qui non si sbadiglia mai.

L’idea editoriale è tanto semplice quanto brillante: Scegliere un tema “proibito” o tabù, coinvolgere divulgatori esperti per smontarlo pezzo per pezzo, aggiungere comici e stand-up per trasformare la lettura in un’esperienza lisergica, impostare il tutto con il marchio inconfondibile di Barbascura X.

Se ti sei mai chiesto cosa c’è dietro una pillola, un allucinogeno, una pozione antica o un bicchiere di assenzio, questo libro è per te. Ma soprattutto, “Bestie drogate” è il regalo perfetto per chi ama i libri intelligenti, irriverenti e originali. Un modo per imparare ridendo, o per ridere imparando.

Barbascura X firma (anzi, orchestra) un’opera che travolge come un’onda di dopamina: un libro che ti fa sentire più smart e un po’ più punk, che parla di droghe ma diventa una droga, editoriale, a sua volta.

Parole che servono” di Paolo Iabichino – Apogeo

Che cosa significa fare pubblicità oggi, in un’epoca in cui la comunicazione sembra dominata dagli algoritmi, dalle metriche di performance e da una creatività sempre più compressa nei confini di un funnel? Paolo Iabichino, tra i più autorevoli copywriter italiani, parte proprio da questa domanda per costruire un saggio che è, insieme, una riflessione critica e una chiamata all’azione rivolta a chi lavora con le parole. “Parole che servono” non è infatti un semplice manuale di tecniche pubblicitarie, ma una proposta culturale: ripensare la comunicazione come un luogo di responsabilità, relazione e trasformazione sociale.

Iabichino osserva come la rivoluzione digitale, con la sua promessa di connessione illimitata, abbia spesso prodotto l’effetto opposto: frammentazione, isolamento, standardizzazione. Se i brand sono costantemente alla ricerca di engagement, spesso dimenticano che dall’altra parte dello schermo non c’è un “utente”, ma una persona, con valori, fragilità, desideri complessi. La pubblicità, allora, non può essere solo propaganda, manipolazione o puro intrattenimento: deve tornare a essere un servizio. Le “parole che servono” sono quelle che creano fiducia, che costruiscono legami duraturi tra aziende e cittadini, che non semplificano il mondo ma aiutano a comprenderlo meglio.

Tra i punti di forza del volume c’è la capacità di intrecciare esperienze professionali concrete con un pensiero etico e lungimirante. Iabichino analizza l’impatto delle intelligenze artificiali sul lavoro creativo, mettendo in guardia da un uso acritico degli strumenti automatizzati: l’algoritmo non potrà mai sostituire l’empatia, l’immaginazione e la capacità di leggere il contesto. Al contrario, chi comunica deve oggi assumersi il compito di contrastare le polarizzazioni, ricucire i tessuti sociali, dare voce a nuove sensibilità: dall’ambiente all’inclusione, dalla salute mentale al lavoro dignitoso.

Il libro si inserisce pienamente nel percorso che l’autore porta avanti da anni con il concetto di “Brand Activism”, invitando le imprese a non limitarsi a dichiarare valori, ma a praticarli. La pubblicità, secondo Iabichino, è un linguaggio potente, che può generare immaginari collettivi. Per questo, ogni parola deve essere scelta con cura: può ferire o guarire, creare barriere o costruire ponti.

Di grande interesse anche lo sguardo sull’evoluzione dei media: la fine delle gerarchie tradizionali, l’ascesa dell’audience come co-autrice della narrazione, l’importanza dei formati brevi ma non banali. L’autore invita i comunicatori a diventare registi del proprio lavoro, capaci di «guardare il mondo con occhi nuovi», di immaginare finali diversi rispetto a quelli dettati da un mercato sempre più cinico.

In definitiva, “Parole che servono” è un testo che si rivolge ai professionisti della comunicazione, ma che parla a chiunque creda che il linguaggio sia un bene comune da proteggere e coltivare. È un libro che stimola, provoca, ispira: un invito a uscire dall’automatismo della pubblicità, spettacolo per tornare a un’idea umanistica della comunicazione, dove le parole non sono un trucco, ma uno strumento di cambiamento. Un saggio necessario per chi vuole lasciare un segno in un mondo che ha bisogno, più che mai, di parole capaci di servire davvero.

Dizionario del grafomane” di Antonio Castronuovo – Sellerio Editore

Con “Dizionario del grafomane”, Antonio Castronuovo torna a esplorare con il suo stile brillante, colto e caustico l’universo degli scrittori e di chi abita le stanze più eccentriche del mondo letterario. Non è un semplice libro di aneddoti: è un compendio raffinato, costruito come un dizionario tematico, che raccoglie voci dedicate a scrittori, intellettuali e creature della scrittura, osservati nel loro lato più ossessivo, bizzarro, fragile e umano. È il catalogo delle manie che attraversano la storia della letteratura e la rendono viva, pulsante, indimenticabile.

La grafomania, letteralmente la compulsione a scrivere, non è soltanto un vizio privato: in queste pagine diventa lente attraverso cui guardare ciò che si nasconde dietro i grandi testi che hanno formato la nostra cultura. Perché spesso i capolavori nascono da rituali maniacali, da paure che pungolano la penna, da un bisogno di lasciare traccia che supera la ragione. Castronuovo non giudica i suoi protagonisti, li osserva con ironica tenerezza, mostrando come il loro tormento creativo sia la stessa linfa che alimenta la grande letteratura.

Sfogliando le voci in ordine alfabetico scorrono figure che hanno scritto troppo o troppo poco, che inserivano e toglievano virgole per giorni, che facevano della revisione un atto di tortura o del vizio di scrivere un vero culto personale. D’Annunzio, rappresentato come il re del perfezionismo vanitoso, rivela l’arte dell’esagerazione, convinto che un vero scrittore impieghi una mattina per inserire una virgola e un pomeriggio intero per eliminarla. Virginia Woolf attraversa la vita facendo della scrittura un atto disciplinato, potente, totalizzante: un nodo mentale da sciogliere in solitudine. Louisa May Alcott diventa ambidestra pur di continuare il proprio lavoro, quando la mano destra si ribella alla fatica. E ancora Camilleri, Crichton, Balzac, Svevo, Borges: tutti accomunati dall’urgenza di dare alla parola il potere di trattenere il mondo.

La lettura è un viaggio attraverso fragilità e grandezza, pensiero e superstizione, rigore e dismisura. Castronuovo porta allo scoperto anche gli aspetti più intimi del gesto della scrittura: abitudini, orari proibiti, luoghi segreti, talismani e piccole nevrosi senza le quali, forse, molte opere non sarebbero mai nate. Ne emerge un’idea affascinante: la letteratura non è solo una costruzione perfetta, ma una forma di sopravvivenza.

Il tono dell’autore è complice, elegante, vivace: riesce a trasmettere curiosità e divertimento senza scadere nel superficiale pettegolezzo. Ogni voce è un tassello che compone una riflessione più ampia sul perché si scrive e sul prezzo invisibile che gli scrittori pagano per farlo. La struttura a dizionario rende la lettura agile e modulare: si può leggere in sequenza, oppure aprire il libro a caso e scoprire ogni volta una nuova follia letteraria.

Non da ultimo, l’edizione Sellerio offre come sempre un valore aggiunto: cura grafica impeccabile, formato maneggevole, carta piacevole al tatto, e una copertina che cattura immediatamente lo sguardo. Il volto folle coronato da matite colorate è un manifesto di ciò che il libro contiene: creatività che esplode senza controllo, ironia e una punta di sovversione.

“Dizionario del grafomane” è un libro perfetto per chi ama la letteratura non solo nelle sue opere, ma nelle vite di chi le genera. È anche un compagno ideale per i lettori-scrittori, quelli che un po’ grafomani lo sono già e cercano conforto nell’idea che, in fin dei conti, le loro manie non sono così fuori posto: fanno parte della grande, universale ossessione di lasciare un segno con le parole.

Un inno alla passione per la scrittura e a tutte le sue splendide e ridicole complicazioni.

Il bello degli ormoni” di Monica Germani e Chiara Amati – Mondadori

C’è un filo invisibile che ogni giorno regola i nostri ritmi, i nostri pensieri, il nostro appetito, il nostro sonno, persino il modo in cui ci percepiamo allo specchio. È l’armonia, spesso fragile, del sistema ormonale. In “Il bello degli ormoni”, la nutrizionista Monica Germani e la giornalista Chiara Amati guidano lettrici e lettori alla scoperta di un universo biologico che ci appartiene profondamente, ma che per troppo tempo è stato banalizzato, minimizzato o addirittura ignorato. Un mondo in cui cicli, sbalzi, cambiamenti e irregolarità non sono un fastidio da sopportare, bensì segnali preziosi da ascoltare.

Il libro parte da una constatazione semplice ma rivoluzionaria: le fluttuazioni ormonali non influenzano soltanto il corpo, ma anche emozioni, umore, energia, desiderio e relazioni. Ciò che per decenni è stato ridotto a “è solo stress”, “sei troppo sensibile” o “basta dormire di più” trova finalmente una spiegazione scientifica chiara e accessibile. La salute ormonale viene presentata come un ecosistema dinamico, che risponde al cibo, al sonno, al movimento, ai traumi, al tempo che passa e persino ai cambi di stagione. Non siamo mai “fuori fase” senza motivo: semplicemente, non ci è stato insegnato a capire quei segnali.

La struttura del volume è pratica e accogliente: ventuno passi, uno per ogni giorno, per costruire un percorso personale di riconnessione con il proprio corpo. Non un manuale rigido o prescrittivo, ma una guida quotidiana di rinascita, pensata per essere vissuta, non soltanto letta. Le autrici propongono esercizi concreti, routine del mattino e della sera, pratiche di consapevolezza, ricette funzionali e consigli nutrizionali calibrati sulle diverse fasi ormonali. Il linguaggio è limpido, il tono partecipe senza mai risultare paternalistico: Germani e Amati non impartiscono regole, ma offrono strumenti.

Il libro affronta temi cruciali con una sensibilità contemporanea: la pressione estetica che spinge molte donne a percepire il proprio corpo come un nemico da correggere; la medicalizzazione di ogni sintomo femminile; la solitudine che spesso accompagna la ricerca di risposte. “Il bello degli ormoni” si fa portavoce di un messaggio fondamentale: ogni variazione è parte di un equilibrio possibile, e il corpo non deve essere addomesticato, ma compreso. Non c’è difetto da cancellare, soltanto un linguaggio da decifrare.

Si parla di femminilità, sì, ma anche di desiderio, piacere, libertà. La dimensione biologica si intreccia con quella emotiva e identitaria, costruendo un racconto scientificamente accurato e al tempo stesso profondamente umano. Ciò che emerge è un nuovo modo di guardare a se stesse: più indulgente, più rispettoso, più potente.

L’estetica del libro, pulita e contemporanea, sostiene perfettamente il contenuto: il titolo tipografico in rosa è una dichiarazione di intenti, immediata e delicata, che rivendica uno spazio scientifico e politico per la salute femminile. La scelta grafica rispecchia l’obiettivo del testo: fare chiarezza senza perdere grazia.

“Il bello degli ormoni” è un compagno di viaggio per chi vuole rallentare, ascoltarsi e ritrovare quel diritto elementare ma troppo spesso negato: sentirsi “giusta” in ogni fase della vita. È un libro che non propone trasformazioni radicali, eppure invita a cambiare tutto, iniziando da come ci parliamo e da come ci prendiamo cura di noi.

Un invito alla consapevolezza che diventa, pagina dopo pagina, una promessa di armonia possibile.

Prima gli italiani! (Sì, ma quali?)” di Francesco Filippi -Laterza

Che cosa significa essere italiani? È una domanda antica quanto il nostro Paese, e allo stesso tempo modernissima. Francesco Filippi torna su uno dei nodi più delicati e infiammabili del discorso pubblico italiano: l’identità nazionale. Ma invece di rispondere con slogan, lo fa con una lente storica, critica e profondamente documentata.

Sulla copertina, un mosaico di volti differenti: giovani e anziani, donne e uomini, carnagioni diverse, tratti fisici che narrano origini molteplici. Questo colpo d’occhio è già una dichiarazione d’intenti: gli italiani non sono mai stati tutti uguali. Non ieri, non oggi.

Filippi parte da lontano: da Dante e dalla “serva Italia”, passando per l’Italia “da fare” post-Risorgimento, fino agli italiani “brava gente” del dopoguerra. Mostra come, ogni volta che si è tentato di definire l’italianità, la si sia modellata secondo interessi politici, paure collettive o miti autoassolutori.

La frase “Prima gli italiani!”, ripetuta come un mantra nell’arena politica contemporanea, viene dissezionata con lucidità: chi sarebbero, esattamente, questi italiani da mettere al primo posto?

Quelli del Nord o del Sud? Delle città o delle campagne? I discendenti di chi è emigrato o di chi è arrivato da altri Paesi? Quelli che parlano dialetto o quelli che si vergognano a farlo?

Filippi non cerca facili provocazioni: piuttosto, restituisce complessità a una narrazione che negli ultimi anni è stata appiattita. Utilizza dati storici, episodi emblematici, memorie collettive e fratture politiche per mostrare come l’Italia sia sempre stata una comunità plurale, spesso in conflitto con sé stessa.

Persino la lingua nazionale, suggerisce l’autore, non è un collante così solido: l’italiano è stato per secoli la lingua di una minoranza colta, mentre milioni di italiani parlavano e pensavano in dialetto.

Ne emerge il ritratto di un Paese fatto di contraddizioni: unito sulla carta, ma attraversato da confini invisibili; orgoglioso del proprio patrimonio, ma spesso incapace di riconoscerlo nelle persone che lo abitano.

Lo stile è accessibile, scorrevole, punteggiato da ironia e grande chiarezza. Filippi riesce a tenere insieme rigore storiografico e impatto divulgativo, trasformando un tema spesso strumentalizzato in un percorso di consapevolezza.

Più che un libro di storia, è un invito al pensiero critico: prima di invocare chi ha la precedenza, chiediamoci chi siamo davvero.

Alla fine della lettura resta una certezza: rivendicare l’italianità significa riconoscerne la ricchezza e la diversità. Perché se c’è una cosa che il passato ci insegna, è che l’identità nazionale non è un muro che esclude, ma un racconto che evolve. E quel racconto lo stiamo scrivendo, ancora oggi, tutti noi.

La religione dei Romani” di Federico Santangelo – Laterza

Che cos’è davvero la religione romana? È una domanda che da secoli attraversa gli studi sul mondo antico e che, puntualmente, trova risposte parziali, sfuggenti, mai definitive. Federico Santangelo, storico romano di grande autorevolezza, torna sull’argomento con un libro capace di unire rigore scientifico e limpidezza espositiva, ponendosi come nuovo punto di riferimento per chi desidera comprendere questo aspetto essenziale della civiltà romana.

Il volume si concentra su un elemento spesso trascurato: la distanza tra ciò che noi oggi definiamo “religione” e ciò che i Romani intendevano con il termine religio. L’autore chiarisce fin da subito che la nostra concezione spirituale, legata alla fede personale, alla trascendenza e alla teologia, si adatta poco al sistema cultuale romano, fondato piuttosto su norme, pratiche rituali, consuetudini sociali e una fittissima rete di relazioni tra comunità e divinità. La religione era un patto quotidiano, un “fare” prima ancora che un “credere”.

La scrittura si sviluppa attraverso domande precise e di grande impatto divulgativo: Qual è l’origine degli dèi romani?

Come funzionavano i culti pubblici e privati? Che ruolo avevano sacerdoti, magistrati e imperatori nella gestione del sacro?

Quali trasformazioni produssero la conquista del Mediterraneo e l’incontro con altri popoli?

Santangelo dedica inoltre un’attenzione particolare alla questione più spinosa: il rapporto tra la religione romana e l’ascesa del cristianesimo. Senza cedere a semplificazioni o narrazioni teleologiche, l’autore mostra come la cosiddetta “religione pagana” non sia mai stata un blocco monolitico destinato a scomparire, ma un sistema estremamente elastico, capace di assorbire culti stranieri, reinterpretare figure divine e adattarsi alle mutazioni storiche. È un processo di trasformazione lenta e complessa, che coinvolge identità culturali, equilibri sociali e potere politico.

Un grande pregio del libro è la sua capacità di spaziare geograficamente oltre i confini della città di Roma. L’esplorazione delle pratiche religiose si estende dall’Eufrate ai limiti settentrionali dell’Impero, dalle città africane ai santuari della Gallia, rivelando un mosaico di tradizioni che convivono e si contaminano. L’unità dell’impero non cancella mai la pluralità del sacro.

Sul piano stilistico, la prosa di Santangelo si mantiene sempre chiara, scorrevole e adatta anche a un pubblico non specialista, senza però sacrificare la precisione delle fonti e delle analisi. Il risultato è un testo colto e accessibile, che riesce davvero a raccontare la religione romana senza trasformarla in un elenco di nozioni o un repertorio di curiosità archeologiche.

“La religione dei Romani” è una lettura che restituisce profondità a un mondo spesso ridotto a cliché: i sacrifici, gli auspici, i templi monumentali. Santangelo ci mostra invece una religiosità viva, politica, pubblica, intrecciata con ogni gesto della vita quotidiana, e proprio per questo ancora sorprendentemente attuale quando si tratta di riflettere sul rapporto tra credenze, identità e comunità.

Un libro imprescindibile per chiunque sia affascinato dall’antichità e desideri uscire dai luoghi comuni per avvicinarsi, finalmente, alla vera voce dei Romani.

Donne che amano libri” A cura di Francesca Nepori – La nave di Teseo / Aldus Club

“Donne che amano libri” è un omaggio appassionato e necessario al ruolo delle donne nel mondo del libro: non solo come lettrici, immagine che la cultura dominante ha storicamente accettato e persino idealizzato, ma come figure trainanti nella produzione, nella conservazione, nella diffusione e nella conoscenza dei testi. Francesca Nepori cura un volume che si configura come una costellazione di contributi, memorie e saggi capaci di ripercorrere secoli di bibliografia e bibliofilia al femminile, dal Settecento a oggi.

Il libro è strutturato come un vero e proprio atlante di storie: si parte da una serie di ritratti dedicati a donne bibliofile e bibliotecarie, pionieristiche nel loro amore per il libro e nella volontà di difenderlo e tramandarlo. Appaiono figure che hanno sfidato stereotipi e limitazioni di genere per ritagliarsi un ruolo in un ambiente tradizionalmente maschile. A seguire, si apre un panorama più ampio e interdisciplinare: donne tipografe, xilografe, studiose, esperte di editoria e commercio librario, tutte accomunate da una passione luminosa e, a tratti, osteggiata.

Una sezione particolarmente intensa è quella delle memorie: attraverso ricordi personali e testimonianze affettuose, vengono restituiti i profili di donne che hanno lasciato un segno incancellabile nella cultura del libro, alcune celebri, altre rimaste nell’ombra. È proprio in questi passaggi che il volume rivela la sua anima più emotiva: la bibliografia qui non è solo una disciplina, ma una forma di relazione, dedizione e resistenza.

Il quaderno si apre con una meditazione sul rapporto tra donna e lettura, smontando pregiudizi che nei secoli hanno ridotto la lettrice a figura sospetta o incongrua, accusata ora di dissipazione, ora di immoralità. E si chiude con uno sguardo volutamente provocatorio, quello del saggista francese Octave Uzanne che alla fine dell’Ottocento negava la possibilità stessa di una bibliofilia femminile. La curatrice rovescia questa prospettiva con eleganza critica: il “negativo” finale, infatti, non fa che confermare una verità storica ormai lampante. Ci sono state, e ci sono, molte donne per cui il libro è ragione di vita, professione, studio e piacere intellettuale.

Dal punto di vista editoriale, “Donne che amano libri” è anche un bellissimo oggetto: la cura grafica è raffinata e coerente con il valore culturale del contenuto. L’illustrazione di copertina, a metà tra l’Art Nouveau e il manifesto da sala di lettura, colloca sin da subito il volume in una dimensione estetica che celebra la donna come protagonista dei suoi scaffali, dei suoi mondi immaginati e costruiti.

Ciò che rende prezioso questo libro, più di ogni sua parte, è la capacità di far emergere una genealogia femminile finora troppo frammentata nella storia editoriale. Ogni ritratto recuperato, ogni aneddoto salvato dall’oblio diventa un tassello che compone un mosaico più grande: la storia delle donne che non solo hanno amato i libri, ma li hanno fatti esistere.

Si esce dalla lettura con uno sguardo più consapevole e una domanda implicita: quante protagoniste del libro sono ancora da riscoprire? E soprattutto, perché ci è voluto così tanto per raccontare le loro storie? “Donne che amano libri” non è solo un volume per appassionati di biblioteche e editoria, è un esercizio di memoria culturale e un tributo a tutte le donne che, tra scaffali e tipografie, hanno ampliato il nostro modo di leggere il mondo.

Un libro che parla al passato per illuminare il presente. E che merita di trovare spazio sullo scaffale di chi sa che la storia del libro non è fatta solo di autori, ma anche di chi lo custodisce e lo ama fino a trasformarlo in destino.

Il fantastico e il soprannaturale nelle tradizioni germaniche medievali” – Ledizioni

Il fantastico non nasce con il romanzo moderno, né con il gotico o con l’horror contemporaneo. Le radici della meraviglia, della paura e del soprannaturale affondano molto più indietro nel tempo: nel Medioevo europeo, in un immaginario dove il confine tra reale e irreale non era netto, ma poroso, vivo, imprescindibile per comprendere la visione del mondo. “Il fantastico e il soprannaturale nelle tradizioni germaniche”medievali, curato da Davide Salmoiraghi, Giulia Fabbris e Giovanni Nichetti, esplora proprio questa zona incantata della storia culturale, in cui miracoli, mostri, spiriti e prodigi si mescolano alla quotidianità di popoli che riconoscevano nel libro e nel racconto un veicolo di conoscenza, fede e identità.

Il volume raccoglie una serie di saggi che affrontano il tema da diverse prospettive, filologica, linguistica, antropologica e letteraria, mettendo in luce come ciò che oggi definiamo “fantastico” fosse percepito nel Medioevo germanico come parte integrante del reale. Dalle imprese eroiche ai fenomeni inspiegabili, dai culti sincretici alle apparizioni ultraterrene, il soprannaturale non rappresenta un’eccezione: irrompe nelle narrazioni con naturalezza, offrendo un terreno fertile per riflettere sui timori e sulla spiritualità delle comunità europee dell’epoca.

La ricchezza del volume sta nella sua interdisciplinarità e nella capacità di illuminare aspetti spesso trascurati della produzione medievale. L’immaginario germanico emerge come multiforme e profondamente radicato nella tradizione orale, nelle credenze popolari e nelle contaminazioni culturali che caratterizzano il Medioevo. Ciò che potrebbe sembrare oscuro o irrazionale agli occhi contemporanei si rivela invece un archivio prezioso di significati sociali e spirituali: il prodigio è lettura del mondo, il mostruoso è simbolo, il miracoloso è testimonianza.

Il libro si rivolge in modo particolare a studiosi, lettori e lettrici appassionati di mitologia nordica, letteratura medievale, folklore e storia culturale, ma offre anche un affascinante ingresso per chi desidera comprendere come si sia evoluta la nostra idea di fantastico. Ogni contributo permette di riscoprire un Medioevo tutt’altro che immobile: un periodo dinamico, denso di narrazioni e di immaginazione, in cui il soprannaturale non era un elemento accessorio, ma una chiave per interpretare la realtà.

“Il fantastico e il soprannaturale nelle tradizioni germaniche medievali” è dunque un saggio collettivo che apre nuove prospettive di studio e suggerisce quanto lo stupore, ieri come oggi, sia una porta d’accesso privilegiata alla conoscenza. Un testo che invita a guardare al passato non come a un’epoca remota e primitiva, ma come al luogo d’origine di molte delle storie e delle paure che ancora ci affascinano.

E dacci oggi il nostro panico quotidiano” di Franz Bergonzi – TEA

Gli attacchi di panico sono tra le esperienze più sconvolgenti e difficili da raccontare: un terrore fisico e mentale che sembra annunciare la morte, che svuota il respiro, che toglie controllo e logica alla realtà. Eppure, come ricorda Franz Bergonzi sin dalle prime pagine, si sopravvive. Non solo: ci si può rialzare, comprendere, evolvere. È da questa certezza che nasce “E dacci oggi il nostro panico quotidiano”, un libro che intreccia divulgazione psicologica e testimonianza personale, mantenendo sempre al centro l’urgenza di spezzare lo stigma.

Bergonzi è uno dei tanti che si sono ritrovati ostaggio del proprio cervello: improvvisi attacchi di panico, paure anticipatorie, la sensazione paralizzante di non farcela più. Nel suo racconto, tuttavia, non c’è autocommiserazione: c’è il tentativo lucido di ripercorrere il percorso che porta dalla caduta alla rinascita. L’autore esplora le molte facce del disturbo, dai sintomi fisici più noti alle conseguenze invisibili sulle relazioni, sul lavoro, sulla percezione di sé.

Al centro c’è un punto essenziale: l’ansia non è un nemico invincibile, ma un segnale da ascoltare. Bergonzi lo dimostra non solo attraverso la sua esperienza, ma anche grazie a un approccio ampio che include psicoterapia, farmaci, strumenti di gestione del trauma, conoscenze scientifiche aggiornate. Il tutto restituito con un linguaggio chiaro, accessibile, mai semplificato.

Uno dei meriti principali di questo libro è l’impegno nel scardinare tabù ancora molto radicati: la vergogna nel riconoscersi fragili, la paura di essere giudicati, la convinzione di “impazzire”. Al lettore arriva forte un messaggio: ciò che viviamo non ci definisce. Il panico può essere affrontato, compreso, superato. E talvolta trasformato in un punto di inizio.

“E dacci oggi il nostro panico quotidiano” non è solo un manuale, né solo una testimonianza. È un invito alla compassione verso se stessi, un tentativo di illuminare dall’interno una delle condizioni psicofisiche più diffuse del nostro tempo, figlia anche di una società sempre più performativa e in affanno.

Per chi soffre di attacchi di panico, questo libro può essere una compagnia necessaria. Per chi vive accanto a chi ne è colpito, una chiave per comprendere davvero. Per tutti, una lettura che insegna a riconoscere quei segnali del corpo e della mente che chiedono, semplicemente, di prendersi cura di sé.

Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione nonviolenta”di Gene Sharp – Chiarelettere

Pubblicato per la prima volta nel 1993 e poi diffusosi clandestinamente in decine di Paesi, “Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione nonviolenta” è diventato negli anni un testo fondamentale per chi studia e pratica la resistenza civile. Non un saggio teorico astratto, ma un vero e proprio manuale di azione politica, che ha ispirato movimenti popolari in tutto il mondo: dalla rivoluzione serba contro Milošević alle primavere arabe.

Gene Sharp parte da un assunto tanto semplice quanto rivoluzionario: il potere di ogni regime, anche il più feroce, si regge sul consenso. Quando quel consenso viene ritirato in modo organizzato e strategico, l’autorità crolla. Per questo, “Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione nonviolenta” non invita alla ribellione armata, bensì alla resistenza collettiva, alla conoscenza, alla comunicazione libera e al boicottaggio delle istituzioni oppressive.

Il cuore del libro è una analisi rigorosa delle fonti di potere di una dittatura: dall’appoggio delle forze armate al controllo dell’informazione, dalla propaganda all’uso della paura. Sharp le smonta una a una, mostrando come la repressione non sia invincibile e indicando quali strumenti possano minarla dall’interno. La ribellione duratura, sostiene, richiede disciplina, pianificazione e un’ampia partecipazione sociale.

Ciò che distingue davvero “Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione nonviolenta” da molti altri testi politici è la sua applicabilità concreta. Sharp elenca più di cento metodi di lotta nonviolenta: scioperi, astensioni, manifestazioni, disobbedienza civile, solidarietà economica, creazione di reti culturali e informative autonome. Ogni gesto diventa un mattone nella costruzione di una società più giusta.

Questa nuova edizione, introdotta e attualizzata da Anna Momigliano, invita a guardare all’opera di Sharp nel mondo di oggi: un panorama globale segnato da autoritarismi emergenti, disinformazione digitale e crisi democratiche. Il messaggio resta potentissimo: la libertà non si ottiene con la violenza, ma con la partecipazione lucida, collettiva e determinata.

“Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione nonviolenta”è un testo indispensabile per chiunque voglia comprendere i movimenti di protesta contemporanei e soprattutto per chi non si rassegna all’idea che il potere sia solo di chi lo detiene. È un invito alla responsabilità civile, alla speranza e al coraggio di immaginare una società diversa.

Un libro che mostra come la democrazia non sia mai un punto d’arrivo, ma un esercizio quotidiano di vigilanza e consapevolezza.

Maledette favole. Oppressione e liberazione animale nei libri per bambini e bambine” di troglodita tribe – Meltemi

C’è un’idea di infanzia fatta di animali parlanti, avventure rocambolesche e boschi in cui convivono innocenza e pericolo. Fin da piccolissimi impariamo a leggere il mondo attraverso le volpi astute, i lupi cattivi, i conigli pasticcioni. Ma in questa narrazione zuccherosa e rassicurante c’è un sottofondo che raramente interroghiamo: l’immagine degli animali come metafore dell’umano, come simboli funzionali ai valori e ai vizi della società, come pedine innocue di una fantasia che tutela esclusivamente il nostro punto di vista. “Maledette favole” nasce qui, da una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: qual è il prezzo dell’antropomorfismo nelle nostre storie?

Tribe Troglodita, collettivo antispecista e militante, smonta uno per uno i meccanismi culturali che abbiamo imparato a considerare “naturali”. Perché nella maggior parte dei classici dell’infanzia gli animali non sono mai davvero animali: sono personaggi umani travestiti da pelliccia. Istinti, complessità, bisogni reali vengono cancellati in favore di ruoli stereotipati e penalizzanti: la “fattoria felice” dove tutti collaborano senza lamentarsi; le galline sorridenti che offrono uova spontaneamente; i maialini buffi metamorfosati in mascotte del marketing alimentare. Che cosa resta del loro corpo? Della loro sofferenza? Del loro diritto a esistere come individui?

Il libro si muove tra analisi critica, storia delle fiabe e delle rappresentazioni animali, incursioni nella pubblicità e nella pedagogia contemporanea. Il risultato è un saggio coraggioso che ribalta i cliché: il “pet” come oggetto d’affezione e proprietà, le narrazioni che addolciscono l’allevamento intensivo trasformandolo in un paradiso di paglia e sorrisi, la distanza emotiva costruita verso chi consideriamo “meno umano”.

Eppure “Maledette favole” non vuole demolire l’immaginario infantile: vuole ampliarlo. Nelle sue pagine emergono anche storie di rottura e resistenza: animali che rivendicano libertà, opere che insegnano a guardare oltre il vestito di peluche, autori e autrici che restituiscono complessità a ciò che viene sistematicamente semplificato. Il messaggio è chiaro: la liberazione animale non è un tema “da adulti”, ma riguarda sin dall’infanzia il modo in cui impariamo a pensare al vivente.

Il volume invita chi legge, adulti, genitori, educatori, scrittori, a fermarsi un attimo prima di voltare pagina e chiedersi: cosa stiamo realmente insegnando ai bambini? Che il più forte prevale sempre? Che ciò che sfruttiamo è felice di esserlo? Che la vita degli altri vale solo quando ci torna utile per giocare o imparare una morale?

Con una scrittura diretta e una ricerca lucida, Tribe Troglodita consegna uno strumento critico necessario: rileggere le fiabe per ripensare il nostro posto nel mondo. Perché l’immaginario non è innocente: è il primo luogo in cui si formano gerarchie, abitudini e violenze che da adulti diamo per scontate.

“Maledette favole. Oppressione e liberazione animale nei libri per bambini e bambine” è un invito a ricostruire il racconto, a ridare agli animali la loro alterità, la loro verità, la loro dignità. E forse, proprio partendo dalle storie, possiamo imparare a crescere insieme, tutti, nessuno escluso.

Nietzsche e Marx si davano la mano. Vita, intrecci e pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo” di Marcello Veneziani

“Nietzsche e Marx si davano la mano. Vita, intrecci e pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo” è un libro che nasce da una domanda tanto semplice quanto esplosiva: che cosa succederebbe se due tra i più grandi e controversi pensatori della modernità si incontrassero davvero, sul piano umano e intellettuale? Marcello Veneziani parte da questa suggestione per costruire un’opera che oscilla con equilibrio tra biografia, saggio filosofico e inchiesta storica, aprendo un varco originale nella sterminata letteratura dedicata a Friedrich Nietzsche e Karl Marx.

Il testo prende avvio da un incontro reale: Nizza, 5 maggio 1882. Nietzsche, autore di «Aurora» e «La gaia scienza», reduce da un periodo di scrittura febbrile e malattia cronica, s’imbatte nell’anziano Marx, ormai indebolito da una vita di lotte politiche e problemi di salute. È un attimo sospeso tra mito e storia. Veneziani trasforma questo episodio marginale in un’epifania narrativa che gli consente di avvicinare due figure che, negli immaginari collettivi, sono sempre apparse come poli opposti: il filosofo del superuomo, della trasvalutazione dei valori, contro il profeta della lotta di classe e del materialismo dialettico.

“Nietzsche e Marx si davano la mano” non si limita però a raccontare vite parallele. L’autore indaga, con stile accessibile e ricco di aneddoti, le radici comuni dei due pensieri: la fascinazione per i giganti greci, il rapporto problematico con la religione, l’attenzione alle forze che muovono la storia e l’uomo. Ne emergono sorprendenti affinità: entrambi videro la modernità come un tempo di crisi; entrambi furono convinti che un nuovo tipo umano fosse necessario per affrontarla. Ma se per Nietzsche la rinascita passa dalla liberazione dell’individuo e dalla morte di Dio, per Marx essa è collettiva, politica, immanente al divenire della società.

Il libro entra nel merito anche delle divergenze laceranti che li separarono: la teofobia nichilista contro il materialismo storico, la solitudine orgogliosa di Nietzsche contro l’impegno organizzato di Marx, l’esaltazione estetica dell’esistenza contro il primato dell’economia e del lavoro. Veneziani ricostruisce dettagliatamente la genealogia delle loro idee, i legami familiari, le amicizie, le ossessioni, offrendo ai lettori un ritratto tridimensionale di due uomini prima ancora che di due icone filosofiche.

Molto potente è la parte del libro in cui l’autore segue la sorte dei loro lasciti nel XX secolo: Nietzsche travisato dal nazionalsocialismo, Marx eretto a simbolo del comunismo reale e delle sue derive autoritarie. La storia ha brutalmente manipolato i due pensatori, dando vita a “eredità tradite”, come Veneziani le definisce, talvolta intrecciate, talvolta poste in opposizione netta nelle guerre ideologiche che hanno attraversato il Novecento.

“Nietzsche e Marx si davano la mano” è anche un invito al presente. Veneziani cerca di riconsegnare alle nuove generazioni due figure affrontabili, non monolitiche né idolatrate, capaci ancora di far discutere e di illuminare le contraddizioni del nostro tempo: precarietà, crisi del capitalismo globale, smarrimento di senso, conflitto tra individuo e società. Il lettore è trascinato lungo un percorso che mescola rigore critico e passione narrativa, con un linguaggio sempre accessibile senza mai essere semplicistico.

Il maggior pregio del libro sta proprio nel far dialogare due rivali che spesso la cultura accademica tiene separati per comodità interpretativa. Se davvero esistono ancora “sponde”, come scrive l’autore, questo volume tenta di costruire un ponte, o almeno di mostrarne la possibilità.

“Nietzsche e Marx si davano la mano” è una lettura imprescindibile per chi voglia incontrare due giganti della filosofia in una chiave più umana, più viva, più inquieta. Un saggio che invita non solo a conoscere, ma a confrontarsi, a prendere posizione, a riconoscersi nella dialettica continua tra ribellione e trasformazione che questi due profeti della modernità hanno lasciato in eredità al mondo.

I taccuini di Norimberga” di Leon Goldensohn – Neri Pozzacon

“I taccuini di Norimberga” è un libro che scava nell’abisso. Non è una semplice cronaca del processo più famoso del Novecento, quello di Norimberga, ma un documento vivo, pulsante, disturbante, che ci costringe a guardare da vicino i volti e le voci degli artefici della Shoah e dei crimini del Terzo Reich. A raccoglierle è Leon Goldensohn, psichiatra militare ebreo-americano, chiamato a interrogare, osservare e valutare lo stato mentale dei massimi gerarchi nazisti detenuti attraverso colloqui quotidiani.

Pubblicati decenni dopo la sua morte e curati dallo storico Robert Gellately, i suoi diari diventano un’opera capitale per la comprensione psicologica del male. Il valore di «I taccuini di Norimberga» non risiede soltanto nel contenuto storico, ma nella capacità di rovesciare le questioni etiche che ancora oggi ci inseguono: chi erano davvero questi uomini? Cosa pensavano delle atrocità di cui erano accusati? Come convivevano con l’orrore che avevano contribuito a creare?

Goldensohn non cerca giustificazioni né alibi. Il suo è uno sguardo clinico, professionale, ma anche profondamente umano. Di fronte a personaggi come Hermann Göring, Rudolf Hess, Joachim von Ribbentrop, Albert Speer, Julius Streicher, Robert Ley e tanti altri, non cede mai alla tentazione della demonizzazione assoluta. Li osserva, li ascolta e, soprattutto, li lascia parlare. E nel loro parlare emerge un inquietante mosaico di autoassoluzione, narcisismo, vittimismo e totale mancanza di empatia.

Ciò che sconvolge in “I taccuini di Norimberga” non è solo ciò che viene detto, ma ciò che manca: il rimorso. Molti imputati continuano a raccontarsi come servitori fedeli della patria, esecutori di ordini superiori, oppure mentono spudoratamente sulle proprie responsabilità. C’è chi si rifugia nel misticismo, chi nella paranoia complottista, chi in un delirio di grandezza che il crollo del Reich non è riuscito a scalfire.

Goldensohn annota con precisione reazioni, tic, paure, narrazioni distorte. Quasi ogni pagina testimonia quanto fragile e manipolabile possa essere la coscienza umana, quanto facilmente la propaganda possa spingere individui comuni a farsi strumenti di genocidio. La banalità del male, in queste pagine, non è un concetto astratto: è uno sguardo, un tono di voce, una frase che tenta di minimizzare l’indicibile.

Accanto alla ricostruzione psicologica, “I taccuini di Norimberga” ci invita anche a una riflessione sulla giustizia. Il processo di Norimberga rappresentò una svolta storica, la prima volta in cui il mondo tentò di giudicare la barbarie con gli strumenti del diritto. Attraverso gli occhi dello psichiatra, il lettore assiste al cortocircuito tra l’aula e la cella: mentre la storia chiede conto dei crimini, gli imputati cercano disperatamente di preservare la propria immagine, spesso incapaci di comprendere l’entità dei loro atti.

Il libro si distingue per stile sobrio e rigore documentario, ma non rinuncia alla dimensione emotiva. Leggerlo è un’esperienza difficile ma necessaria: un confronto diretto con ciò che gli esseri umani possono diventare quando abdicano alla propria coscienza morale.

“I taccuini di Norimberga” è, in definitiva, una testimonianza essenziale. Non solo ci aiuta a comprendere meglio il passato, ma ci mette in guardia sul presente: il male non nasce come un mostro riconoscibile, ma può assumere le sembianze rassicuranti della normalità, della razionalità distorta, dell’obbedienza cieca. È un libro che non consola: interroga. E non smette mai di farlo.

Il libro dei regni. Re e regine del mondo” di Enrica Roddolo – Neri Pozza

Questo libro è un viaggio nella storia presente e passata della monarchia internazionale, un grande affresco geopolitico che intreccia potere, tradizione, cerimoniale e fragilità umane all’interno delle famiglie reali più osservate del pianeta. Ciò che rende questo volume unico è la sua capacità di mostrare non solo la dimensione pubblica dei sovrani, la rappresentazione del potere, ma anche la loro quotidianità privata, fatta di regole, pressioni, aspettative, crinali emotivi e un costante confronto con il proprio ruolo nella Storia.

Il libro si apre con una domanda implicita: che cosa significa oggi essere re o regina? In un mondo in cui la politica sembra aver abbandonato i simboli e in cui i valori democratici e repubblicani predominano, le monarchie resistono, evolvono e attirano ancora l’immaginario globale. “Il libro dei regni. Re e regine del mondo” indaga proprio questo paradosso contemporaneo attraverso una narrazione costruita sull’esperienza diretta dell’autrice: oltre vent’anni di reportage, interviste riservate e analisi sul campo per il Corriere della Sera, seguendo i momenti che hanno segnato la storia recente delle corti europee e mondiali.

Roddolo ci conduce dietro le quinte degli eventi reali che hanno fatto discutere: la morte di Elisabetta II e l’ascesa di Carlo III, l’abdicazione di Margrethe di Danimarca, la transizione generazionale in Lussemburgo. Passando di regno in regno, l’autrice non si limita a raccontare la superficie, ma mette in luce le strutture fragili su cui si fonda la sopravvivenza di una monarchia: il consenso popolare, la capacità di adattamento, il proprio ruolo diplomatico nello scacchiere mondiale.

Uno dei punti di forza del libro è l’approccio comparativo: “Il libro dei regni. Re e regine del mondo”non parla solo del Regno Unito, ma esplora casati meno noti al pubblico italiano, come i Grimaldi di Monaco, la casa imperiale giapponese, i sovrani di Giordania e Bhutan. Ogni capitolo è un tassello che contribuisce a ricomporre l’immagine globale della monarchia contemporanea, mostrando non solo le differenze culturali, ma anche le costanti: il peso della rappresentanza, la gestione dell’immagine, la responsabilità dinastica.

Roddolo dedica pagine illuminanti anche al tema delle abdicazioni, oggi divenuto parte del “new normal” monarchico: la scelta di cedere la corona in vita, trasformando ciò che un tempo era tabù in uno strumento politico per la stabilità. Il libro analizza inoltre con accuratezza i rituali, le incoronazioni, le investiture, i protocolli, spiegandone il valore simbolico e il potere di legittimazione.

Accanto alla dimensione politica, però, l’autrice restituisce la drammaturgia umana delle vite reali: i conflitti familiari, i rapporti con i media, la gestione delle vulnerabilità in un’esistenza sotto i riflettori. Il lettore scopre così che dietro la pompa e la gioielleria di stato esistono persone costrette a convivere con il ruolo ancor prima che con la propria identità.

Lo stile giornalistico di Roddolo rende la narrazione fluida e ricca di dettagli, senza mai rinunciare alla precisione storica. La prefazione di Daniel Franklin dell’Economist aggiunge ulteriore autorevolezza al progetto, sottolineando quanto le monarchie siano ancora oggi attori centrali nelle relazioni internazionali.

In definitiva, “Il libro dei regni. Re e regine del mondo” è un testo imprescindibile per chiunque voglia comprendere il presente attraverso l’eredità del passato. Un saggio che si legge come un reportage e che lascia al lettore una consapevolezza nuova: finché il potere avrà bisogno di simboli, la monarchia continuerà a esistere.

Il libro dello stile” di Rossella Migliaccio – Vallardi

“Il libro dello stile” di Rossella Migliaccio non è un semplice manuale di moda. È un percorso di consapevolezza, una guida che trasforma il modo in cui ci presentiamo al mondo a partire da una rivoluzione intima: imparare a riconoscere chi siamo davvero. Perché lo stile, come l’autrice ribadisce più volte, non è un accessorio estetico, ma un linguaggio. Non è ciò che indossiamo, ma ciò che comunichiamo, e la comunicazione non mente mai.

Migliaccio, consulente d’immagine tra le più autorevoli in Italia, fondatrice dell’Italian Image Institute e volto noto della divulgazione fashion, struttura “Il libro dello stile” come un dialogo diretto con lettrici e lettori, accompagnandoli nelle tappe di un percorso che intreccia tecnica, introspezione e un pizzico di psicologia. La domanda iniziale è semplice ma destabilizzante: chi sei, davvero? La risposta si costruisce attraverso strumenti precisi: analisi del colore e delle forme, studio delle proporzioni, scelta dei capi giusti, persino dei tessuti, per arrivare a un’immagine che non maschera, ma rivela.

La grande forza di “Il libro dello stile” sta nel suo approccio inclusivo: non ci sono canoni estetici da raggiungere, non esistono difetti da nascondere, ma caratteristiche da valorizzare. Migliaccio rompe con leggerezza e competenza tutti i pregiudizi che ruotano attorno al mondo della moda: le età “giuste”, le taglie “giuste”, i colori ammessi o vietati a seconda della carnagione. Al posto delle regole rigide, offre strategie personalizzate da applicare nella vita quotidiana, dall’outfit per il lavoro a quello per un colloquio, da un’occasione speciale a un semplice giorno in cui riscoprirsi più sicuri.

Il volume contiene anche il celebre test per individuare il proprio stile personale: romantico, elegante, creativo, minimalista… Ma la scelta non è un’etichetta: è un punto di partenza per conoscersi meglio, per capire non solo come ci vedono gli altri, ma come vogliamo farci vedere. E questo cambia tutto. Perché, come ricorda l’autrice, uno stile autentico genera benessere e felicità, aumenta l’autostima e ci permette di affrontare il mondo con una nuova postura, non solo fisica ma mentale.

Esteticamente curato, con immagini esplicative e un linguaggio chiaro, “Il libro dello stile” è adatto a chi parte da zero e a chi desidera approfondire tecniche professionali di image consulting. Ma soprattutto è un libro che educa alla libertà: libertà di scegliere per sé stessi, di smettere di adeguarsi, di non vivere più secondo ciò che “dovremmo” indossare.

In un’epoca in cui l’immagine è spesso sinonimo di confronto, giudizio, ansia da prestazione, “Il libro dello stile” restituisce potere a chi la abita: noi. Leggerlo significa concedersi la possibilità di cambiare, ma senza cambiare natura. Significa scoprire che vestirsi non è un obbligo sociale, ma un atto d’amore verso se stessi.

Assolutamente consigliato a chi desidera sentirsi più forte, più allineato con ciò che prova e più capace di dirlo al mondo senza bisogno di parole.

Lettera dal Giappone. I 6 principi guida per trovare l’armonia” di Marie Kondo e Marie Iida – Vallardi

“Lettera dal Giappone. I 6 principi guida per trovare l’armonia” è un libro che nasce dall’urgenza di raccontare ciò che non si vede dietro un’estetica diventata celebre in tutto il mondo. Marie Kondo, ormai sinonimo di ordine e felicità domestica, trascende qui la sua dimensione da “guru del decluttering” per tornare alle radici, quelle culturali, spirituali ed emotive che hanno formato la sua sensibilità e il suo metodo. Accanto a lei, Marie Iida, storica interprete e qui co-autrice, costruisce un dialogo intimo che conduce il lettore non solo attraverso il Giappone, ma anche nel cuore stesso della gioia come filosofia di vita.

Il libro si presenta come un viaggio, un ritorno al mondo nipponico letto attraverso i suoi piccoli rituali quotidiani: i bentō curati con amore, il tè sorseggiato con lentezza, l’arrivo della primavera annunciato dai sakura. Ogni capitolo è un invito a cogliere l’essenza della vita attraverso dettagli spesso trascurati, ma non per questo meno fondamentali. In “Lettera dal Giappone” la lentezza diventa conoscenza, la semplicità diventa cura, lo spazio intorno a noi si trasforma in specchio del nostro equilibrio interiore.

Marie Kondo spiega come i sei principi guida dell’armonia giapponese non siano ricette o regole di comportamento, ma strumenti per coltivare un modo di vivere più consapevole. Sono principi che intrecciano etica, natura, bellezza e spiritualità, creando un ponte tra i ricordi d’infanzia dell’autrice e le sfide moderne di una società sempre più veloce e sradicata.

C’è un senso costante di meraviglia: l’autrice risponde alle domande ricevute negli anni dai lettori di tutto il mondo e lo fa con delicatezza, lasciando emergere la complessità di una cultura che non si lascia ridurre a un’estetica minimalista da imitare. Il Giappone che troviamo in “Lettera dal Giappone” non è una cartolina patinata, ma un paese vivo, dove la tradizione dialoga con il futuro e la spiritualità permea i gesti più semplici.

L’autenticità è la vera parola-chiave del libro. Il messaggio di Marie Kondo è chiaro: prima di tentare di mettere ordine negli armadi o sulle scrivanie, occorre imparare ad ascoltare il caos che abita dentro di noi. Solo così lo spazio che ci circonda tornerà a essere un alleato, il teatro di un’esistenza vissuta con armonia. L’ordine non è un dovere estetico, è una conseguenza naturale di una vita allineata ai propri valori più profondi.

Dal punto di vista stilistico, il libro è scorrevole, evocativo, arricchito da immagini vivide che fanno sentire il lettore parte del viaggio: il profumo del tè tostato, la luce del mattino che attraversa una porta scorrevole in legno, il rumore lieve dei passi in un tempio. La scrittura diventa esperienza sensoriale e meditativa.

“Lettera dal Giappone. I 6 principi guida per trovare l’armonia” è un libro perfetto per chi ama il Giappone, per chi segue Marie Kondo e per chi ha bisogno di riconnettersi a una dimensione più umana dell’esistenza. Non insegna solo come vivere in una casa più bella, ma soprattutto come abitare meglio se stessi. È un dono prezioso per chi cerca nella quotidianità quella scintilla di bellezza che spesso, distratti dalla frenesia, smettiamo di vedere.

Un piccolo libro di saggezza, che profuma di pace e invita a sorridere alle cose semplici della vita: perché l’armonia, ci ricorda Marie Kondo, non è un traguardo, ma una scelta quotidiana.

Arte e scienza” di Eric R. Kandel – Raffaele Cortina editore

In “Arte e scienza” il premio Nobel per la medicina Eric R. Kandel torna a esplorare uno dei terreni più affascinanti del pensiero contemporaneo: l’incontro, spesso inatteso ma estremamente fertile, fra la creatività artistica e le scoperte scientifiche sul funzionamento del cervello umano. Il neuroscienziato austriaco parte da una domanda semplice solo in apparenza: perché un’opera d’arte ci emoziona? Da questa domanda si apre una riflessione complessa, multidisciplinare, dove psicologia, biologia e storia dell’arte si intrecciano senza mai schiacciarsi a vicenda.

Kandel sostiene che l’esperienza estetica non è un accessorio superfluo della nostra vita cognitiva, bensì una risposta profonda, radicata nell’evoluzione stessa del cervello umano. Guardare un dipinto o una scultura non è mai un gesto neutro: il nostro sistema nervoso attiva immediatamente processi innati legati alla percezione sensoriale (colore, forme, movimento), ma anche meccanismi di ordine superiore che coinvolgono memoria personale, associazioni emotive e capacità simboliche. L’opera d’arte diventa così non un oggetto da contemplare passivamente, ma uno stimolo che fa reagire la mente in tutta la sua complessità.

Il pregio più grande di questo saggio è la sua capacità di porre in dialogo linguaggi differenti. Kandel mette in relazione esperimenti neuroscientifici, scoperte sulla plasticità cerebrale e analisi figurative, dimostrando come realtà apparentemente distanti condividano una radice comune: la curiosità verso il mondo e verso ciò che significa essere umani. L’autore non si limita alla teoria astratta: attraversa i capolavori di artisti come Leonardo da Vinci, Giorgione, Tiziano, Goya, Manet, Klimt e Chagall, mostrando come la ricerca artistica abbia spesso anticipato intuizioni che la scienza ha formalizzato solo secoli dopo.

Leonardo, in particolare, è presentato come simbolo di questa convergenza: artista e scienziato insieme, capace di osservare la realtà con un’attenzione quasi anatomica e di trasformarla in immagini che ancora oggi parlano al nostro sistema emotivo. Ma anche gli artisti moderni, con la loro volontà di deformare e interpretare la realtà, sono per Kandel un terreno privilegiato per indagare come il cervello costruisce significato.

Il volume è arricchito da oltre cento immagini in bianco e nero e a colori, che permettono al lettore di seguire il ragionamento visivamente, passo dopo passo. L’apparato iconografico non è accessorio: è parte integrante dell’argomentazione, reso indispensabile dalla natura stessa del tema trattato.

Dal punto di vista narrativo, “Arte e scienza” riesce nell’impresa di essere divulgativo senza banalizzare, rigoroso senza perdere leggerezza. Kandel conosce bene il rischio della distanza tra discipline e fa di tutto per colmarla, con esempi, metafore chiare e una scrittura che mantiene sempre vivo l’interesse. Il suo obiettivo non è dimostrare una superiorità di una sfera sull’altra, ma evidenziare come arte e scienza siano due modalità complementari di interrogare la condizione umana.

In definitiva, questo libro rappresenta una lettura illuminante per chiunque sia affascinato dalla mente e dall’immaginazione, per chi ami l’arte ma voglia capire cosa la rende così potente, o per chi provenga dalle scienze e desideri avvicinarsi al linguaggio visivo con strumenti più consapevoli. Kandel ci invita a riconoscere che emozione ed esattezza, intuizione e metodo, sensibilità e logica non sono poli opposti, ma parti dello stesso straordinario processo: quello che ci permette di vedere, sentire, pensare e, soprattutto, meravigliarci.

“Arte e scienza” è un ponte gettato tra due mondi che per troppo tempo abbiamo pensato separati. Attraversarlo significa scoprire che ciò che chiamiamo bellezza non è altro che un modo in cui il cervello cerca di dare senso alla vita.

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