10 libri per iniziare bene l’anno

1 Gennaio 2026

Dai grandi classici alle ultime novità editoriali: libri imperdibili per iniziare il 2026. Una guida tra narrativa e saggezza senza tempo per un nuovo anno.

10 libri per iniziare bene l'anno

All’inizio dell’anno cominciano i buoni propositi, le liste delle future letture e i dubbi sulle challenge a cui poter o meno partecipare; molti si chiedono se avranno tempo per leggere lo stesso numero di libri dell’anno precedente, altri sperano solo di poter fare una scorpacciata di bei titoli.

Tra classici e narrativa contemporanea, anche noi vogliamo dare qualche consiglio per il 2026 a chi è ancora in cerca d’ispirazione.

Libri che vi conquisteranno

“Il barone rampante” di Italo Calvino

A gennaio, quando l’agenda è ancora pulita e le conversazioni ripartono da “buoni propositi”, vale la pena scegliere un classico come “Il barone rampante”, un romanzo leggero solo in superficie, capace di trasformare un gesto infantile in una presa di posizione più adulta.

Il libro parte da una premessa semplice: Cosimo Piovasco di Rondò, giovane nobile della Riviera ligure del Settecento, litiga a tavola e sale su un albero. Il problema inizia quando da un capriccio nasce la presa di posizione e Cosimo decide che non scenderà più.

Calvino prende quell’immagine e la porta fino alle estreme conseguenze, come se la testasse pagina dopo pagina: che cosa succede quando la coerenza diventa un’abitazione, quando la libertà smette di essere un’idea e diventa una disciplina quotidiana? Da lassù Cosimo non si isola: al contrario, entra nella storia. Legge, osserva, costruisce ponti tra le fronde, incrocia briganti e intellettuali, si lascia attraversare dall’Illuminismo e dalle sue promesse, ma anche dalle sue contraddizioni. Il mondo sotto di lui resta lo stesso; a cambiare è lo sguardo, più netto, più spietato, spesso più giusto.

Dentro questa traiettoria c’è anche Viola, presenza irregolare e magnetica, che porta nel romanzo la materia meno addomesticabile: desiderio, orgoglio, perdita. È il punto in cui l’ideale di Cosimo smette di essere teoria e diventa carne.

“L’uomo in rivolta” di Albert Camus

Se l’inizio dell’anno è il momento dei propositi, “L’uomo in rivolta” (1951) di Albert Camus li mette subito alla prova con una domanda pulita e tagliente: che cosa succede quando un essere umano dice “basta”? Da quel “no” nasce la rivolta. Un gesto morale, una ricerca di equilibrio, l’istante in cui il singolo rifiuta l’umiliazione e, nello stesso movimento, scopre di appartenere a una comunità di simili.

Il libro procede come un’indagine: parte dalla rivolta “metafisica” — l’uomo che contesta il destino, Dio, l’assurdo — e segue il passaggio dalla protesta alla Storia, dove il rischio aumenta.

Camus osserva come l’energia della rivolta, quando si trasforma in programma totale, possa diventare rivoluzione e poi macchina: un’idea che pretende di rifare il mondo da cima a fondo, di sacrificare il presente in nome di un domani perfetto.

Qui entrano i suoi snodi: la fascinazione per l’illimitato, il culto della purezza, la tentazione di giustificare tutto “perché serve”. Camus scava tra figure, miti e pensieri europei (da Sade ai rivoluzionari moderni) per mostrare come il desiderio di giustizia, se perde il senso del limite, rischia di produrre la sua caricatura.

Il punto è la misura: Camus difende una rivolta che resta umana, capace di dire sì alla vita mentre resiste all’ingiustizia; una ribellione che non divora ciò che voleva salvare. Per cominciare l’anno, è una lettura che funziona come bussola: ti chiede dove metti il confine, e che cosa sei disposto a proteggere mentre cambi.

“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

Il vecchio e il mare” svuota la scena fino a lasciare un uomo, una barca, una lenza e una distesa d’acqua che non deve nulla. È un libro breve, ma non “leggero”, un rito asciutto, quasi fisico, su cosa resta quando la fortuna ti volta le spalle.

Parla di Santiago, un pescatore anziano che da ottantaquattro giorni non prende nulla; ma, quando all’amo abbocca un marlin enorme, comincia una lotta che dura due giorni e due notti. Resistenza, dolore nelle mani, lucidità che barcolla, dialoghi con se stesso e con l’animale, come se la fatica aprisse una lingua segreta tra predatore e preda.

Il mare, qui, non è una cornice romantica: è un giudice imparziale. E la vittoria, quando sembra finalmente possibile, si sbriciola in mare aperto: gli squali arrivano, strappano pezzo dopo pezzo ciò che Santiago ha conquistato. Resta un simbolo — lo scheletro del pesce, la prova muta — e resta soprattutto una cosa più ostinata della fortuna: la dignità di chi non misura la propria vita soltanto su ciò che “porta a casa”.

È il libro giusto per iniziare l’anno senza illusioni.

“Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke

Non è un manuale di scrittura, e infatti Rilke in queste pagine si sottrae con eleganza a ogni richiesta di “ricetta”. “Lettere a un giovane poeta” nasce da uno scambio reale: un aspirante autore gli manda i propri versi sperando in un verdetto, e Rilke risponde spostando subito il baricentro. Non giudica, non assegna voti, non si mette in cattedra. Chiede invece una cosa più scomoda: guardare dentro la propria necessità. Scrivere, per lui, non è un talento da esibire ma una condizione da verificare in solitudine, come si verifica una febbre. Se non puoi farne a meno, allora hai già una risposta.

Il libro procede per immagini essenziali e frasi che sembrano appunti di un’etica: l’invito a non cercare approvazione, a non misurarsi con l’ansia del confronto, a trasformare l’inquietudine in disciplina del guardare. Le “piccole cose” diventano materia viva: un’ora qualunque, una stanza, un paesaggio. È lì che l’arte si allena, prima ancora che sulla pagina. E anche l’amore viene tolto dal repertorio romantico: non come fusione, ma come esercizio di distanza, rispetto, crescita reciproca.

In questa edizione, il discorso si allarga: le lettere a una giovane signora e il testo Su Dio proseguono la stessa traiettoria, portando la voce di Rilke oltre la vocazione artistica, verso una spiritualità non dogmatica, fatta di domande più che di risposte. Il risultato è un libro che non “incoraggia” nel senso facile del termine: accompagna. Ti lascia con una bussola minima e severa — e con la sensazione che l’inizio dell’anno, se deve avere un senso, cominci da un gesto interiore: scegliere ciò che ti chiama, e dargli tempo.

“L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany McDaniel

L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany McDaniel entra con la calma del ricordo e poi, senza alzare la voce, ti costringe a guardare cosa succede quando una comunità decide di credere a una storia perché è la più comoda.

Siamo a Breathed, Ohio, estate 1984: caldo che incolla, giornale locale, provincia che pensa di conoscere il bene e il male come si conosce la mappa di casa. Autopsy Bliss, avvocato inflessibile e padre convinto di poter mettere ordine nel mondo, pubblica un annuncio provocatorio: invita il diavolo a presentarsi. Qualcuno risponde davvero.

È un ragazzo di tredici anni, nero, con iridi verdi e cicatrici sulle spalle. Si fa chiamare Sal. Dice di essere Satana. Fielding, il figlio, è il primo a incontrarlo e lo porta a casa: da lì il romanzo si apre come una crepa nel cemento, e ogni gesto degli adulti – carità, diffidenza, desiderio di “fare la cosa giusta” – comincia a svelare il suo rovescio.

McDaniel lavora sul confine tra realismo e mito senza giocare al trucco: il punto non è stabilire “se” Sal sia il diavolo, ma vedere che cosa diventa un paese quando ha davanti qualcosa che non sa nominare. Il diverso, l’incomprensibile, l’innocenza che non rientra nelle categorie: tutto, sotto il sole, si deforma.

Ecco perché è un consiglio perfetto per l’anno nuovo, in modo quasi mimetico: non ti dice “cambia vita”, ti mette in mano un termometro. Se vuoi iniziare l’anno con un libro che ti faccia scegliere con più lucidità da che parte stare – nelle piccole decisioni, nelle parole, negli sguardi – questo è quello giusto.

“L’evento” di Annie Ernaux

Ottobre 1963: una studentessa ventitreenne si muove dentro una Francia dove l’aborto è illegale e, prima ancora, indicibile. Ne “L’evento” Annie Ernaux prende quel vuoto di linguaggio, quella parola “impronunciabile”, e lo trasforma in cronaca: giorni, tappe, corpi intermedi, silenzi che diventano ostacoli concreti. La protagonista non cerca soltanto una soluzione, ma attraversa un territorio clandestino fatto di attese, di piste che si sfaldano, di medici ambigui, di consigli bisbigliati, di una solitudine che non è mai davvero privata perché è costruita socialmente, con la disciplina di un divieto.

Ernaux registra anche ciò che sta intorno: lo sguardo maschile che si avvicina con curiosità e distanza, le compagne di corso che a tratti diventano appiglio, la “mammana” che appare come l’ultima soglia possibile. Il libro non procede per effetti: procede per accumulo, come un referto emotivo che non si concede lirismi di protezione. E quando arriva il momento della scelta, il racconto mette in scena il contatto brutale tra vita e morte, e poi quella strana fierezza che può nascere dall’aver attraversato l’inattraversabile.

Riletto (o letto) all’inizio di un anno, “L’evento” funziona come un gesto di pulizia mentale: non promette buoni propositi, ma pretende lucidità. È una pagina che dice che la memoria, se la si guarda senza abbellimenti, può diventare uno strumento per capire il reale — e per riprendersi, parola dopo parola, lo spazio che la storia tende a togliere. Un modo severo, e necessario, di cominciare.

“Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère

In “Vite che non sono la mia” Emmanuel Carrère prende una decisione quasi controintuitiva: smette di guardarsi allo specchio e si mette al servizio del dolore altrui. Lo fa da reporter, sì, ma anche da uomo che ha capito che certe storie si raccontano solo pagando un prezzo: quello di lasciarsi attraversare, senza trasformare la sofferenza in spettacolo.

Il libro nasce da due tragedie che arrivano una dopo l’altra, come onde che non si coordinano ma si sommano. Carrère è in Sri Lanka quando lo tsunami devasta le coste: si trova, quasi per caso, accanto a una giovane coppia di connazionali e finisce per seguirli nelle incombenze più spossanti, quelle che vengono dopo la catastrofe, quando la speranza si restringe a un nome in una lista e a un corpo da ritrovare. Il lutto diventa pratica quotidiana: telefonate, uffici, attese, burocrazie. E dentro questo labirinto, Carrère osserva la dignità, la stanchezza, l’umanità che resiste a colpi piccoli e ripetuti.

Qualche tempo dopo, un’altra storia lo chiama: la malattia che porta via la sorella della sua compagna. Qui la tragedia non arriva come un lampo, ma come un calendario che si chiude, appuntamento dopo appuntamento. L’autore segue la famiglia, i figli, il marito, e soprattutto quel modo tutto terrestre con cui si continua a vivere quando la morte è già entrata in casa.

È anche per questo che funziona come lettura di inizio anno: rimette a fuoco le priorità, costringe a essere presenti — alle persone, alle parole, al tempo che resta. Carrère è un promemoria severo, che insegna che l’unico rispetto possibile, davanti alle vite degli altri, è guardarle davvero.

“Vincente o perdente” di Ornella Vanoni

Più che un’autobiografia con la cronologia in ordine e la vita messa in cornice, “Vincente o perdente” è un libro che si muove come una canzone: entra su un tema, lo riprende da un’altra tonalità, lascia spazio al silenzio. Ornella Vanoni scrive in prima persona e, insieme a Pacifico, costruisce un “libro-confessione” che assomiglia a un diario sentimentale: non la storia ufficiale dell’icona, ma il dietro le quinte emotivo di una donna che ha imparato a stare in equilibrio tra lucidità e vertigine.

Il titolo è una domanda che, in fondo, attraversa qualunque carriera e qualunque relazione: che cosa significa davvero vincere? E perdere è sempre una resa, o a volte è il prezzo di aver vissuto senza risparmiarsi? Vanoni racconta la fragilità senza farne posa: la malinconia come sostanza naturale (da tenere d’occhio, perché non degradi), l’umorismo come anticorpo, le “mille facce” incontrate e trattenute a memoria, l’amore come ostinazione fino all’ultimo minuto.

Ne esce un ritratto intimo e mobile: una donna che non si mitizza, ma si guarda da vicino, con quella sincerità un po’ spietata che appartiene solo a chi non ha più bisogno di piacere a tutti.

È un libro che, letto a inizio anno, funziona come una piccola igiene dello sguardo: mentre fuori ripartono calendari e promesse, Vanoni ricorda che la vita procede per scarti, tentativi, slanci – un passo cauto e un salto nel vuoto – e che, spesso, “andare avanti” è semplicemente scegliere di non tradire la propria voce.

“C’era una volta in Italia” di Enrico Deaglio

Gli anni Ottanta, qui, non sono un guardaroba di nostalgia. Sono un rumore secco, un boato: Bologna, 2 agosto, ottantacinque morti sotto le macerie. Da lì in avanti il decennio corre come un montaggio serrato: stragi e funerali di Stato, guerre di mafia, camorra e ’ndrangheta, P2 e fantasmi neri; un Paese che cambia pelle senza accorgersene, mentre cambia anche linguaggio. La politica smette di essere fede e diventa spettacolo; il “popolo” si trasforma in “audience”, e l’idea di successo individuale diventa un codice morale che contagia tutto, dalle città alle province.

In “C’era una volta in Italia”, Enrico Deaglio (con Ivan Carozzi) racconta quei dieci anni come un grande romanzo civile: non una lezione, ma una narrazione corale fatta di cronache, voci, immagini, fatti e paure, in cui la Storia entra in casa con il telegiornale e con la pubblicità. Sullo sfondo scorrono i nomi che hanno inciso il decennio — Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Walter Tobagi, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone — e quelli che ne hanno incarnato la faccia pubblica e luccicante: la Milano da bere, Raffaella Carrà, l’alba del Pc, i nuovi cavalieri del capitalismo.

E poi il calcio che diventa mitologia popolare: Spagna ’82, Maradona, lo scudetto del Napoli; mentre il Nord prospera e il Sud viene risucchiato in un laboratorio oscuro, dove lo Stato sembra assente e la violenza fa cifra da contabilità: più di diecimila morti, “la guerra civile che non si volle vedere”.

È un libro da mettere all’inizio dell’anno nuovo per rimettere a fuoco da dove veniamo, senza nostalgie, e capire come si fabbrica un presente.

“Pietro. Un uomo nel vento” di Roberto Benigni

Roberto Benigni apre “Pietro. Un uomo nel vento” con un dettaglio che sposta subito l’immagine di sempre: quando Pietro incontra Gesù ha più o meno ventotto anni, non è il vecchio calvo delle icone, ma un ragazzo con la stessa fame di vita (e la stessa testardaggine) di chi gli cammina accanto. Da lì in poi il libro, versione ampliata del racconto televisivo andato in onda su Rai Uno e costruito con Michele Ballerin, Chiara Mercuri e Stefano Andreoli, lavora come una corrente: prende una figura “monumentale” e la riporta alla scala dell’umano.

Benigni sceglie Pietro come personaggio d’azione, non come santino. Pescatore, impulsivo, capace di slanci e di cadute, attraversa un Vangelo che sembra un romanzo d’avventura: onde che si alzano, notti sul lago, paure che mordono, entusiasmi che scoppiano senza preavviso. La fede, qui, non è posa: è un’energia che nasce insieme al dubbio, e che spesso passa dalla vergogna. Pietro si addormenta, sbaglia, si irrita, poi riparte. È proprio questa alternanza a dare ritmo al racconto: la santità come movimento, come scelta ripetuta, non come stato di grazia permanente.

Nel fondo c’è una geografia che cambia colore: dal lago di Tiberiade a Gerusalemme e fino a Roma, con il vento come metafora costante di ciò che spinge e scompiglia. E in quel vento, che somiglia parecchio a quello di certi inizi — quando l’anno si rimette in moto e ci si scopre più fragili del previsto — Pietro diventa una compagnia sorprendente: uno che non “si sistema”, ma si consegna al cammino, con la faccia esposta. Un libro che si legge come si prende fiato: per ricordarsi che ricominciare non è diventare impeccabili, è avere il coraggio di rialzarsi una volta in più.

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