10 migliori libri del 2025 secondo il New York Times

30 Novembre 2025

I 10 primi libri della classifica dei “100 Notable Books 2025” del New York Times. Tra horror storico, vampiri queer, romance e grande narrativa.

10 migliori libri del 2025 secondo il New York Times

Ogni fine anno il New York Times Book Review fa quello che molti lettori sognano: si guarda indietro, rilegge dodici mesi di uscite e prova a decidere quali libri resteranno davvero. Prima arrivano i cento “Notable Books”, la grande mappa della narrativa e della saggistica dell’anno. Poi, da quella costellazione più ampia, vengono scelti i dieci titoli che per il giornale sono davvero imperdibili.

Nel 2025 questa selezione ha un volto più misto e sorprendente del solito. Accanto ai romanzi letterari e ai saggi d’autore compaiono infatti libri che fino a qualche anno fa sarebbero stati relegati nella semplice etichetta “di genere”. Tra i dieci scelti dal New York Times convivono horror e horror storico, vampiri queer, romance contemporaneo e narrativa più classicamente realistica.

È un piccolo spostamento di sguardo ma è significativo: l’idea di “libro dell’anno” non coincide più soltanto con il grande romanzo serio, ma include storie che dialogano con l’immaginario pop, con il gotico, con l’eros e con il fantastico, senza per questo rinunciare alla profondità.

Lo si capisce già scorrendo la lista completa dei cento titoli: il New York Times parla di un equilibrio fra fiction e non fiction in cui, accanto ai romanzi di autori come David Szalay o Kiran Desai, trovano posto un romance come “August Lane” di Regina Black, un horror firmato Stephen Graham Jones, il fantasy di R. F. Kuang con “Katabasis” e una narrativa definita “dazzlingly weird fiction”, abbagliante e bizzarra, come “Trip” di Amie Barrodale.È un modo esplicito per dire che oggi le storie che contano possono nascere ovunque, anche là dove un tempo si parlava solo di “generi di nicchia”.

All’interno della rosa dei dieci migliori libri del 2025 questa apertura si radicalizza. L’horror non è più solo un gioco di paura: si intreccia con la Storia, entra nelle trincee della Prima guerra mondiale, attraversa il trauma coloniale, mette in scena corpi feriti, eserciti allo stremo, comunità perseguitate.

In alcune uscite dell’anno l’orrore diventa un linguaggio per parlare di genocidio, di violenza razziale, di memoria collettiva deformata, e non sorprende che il Times le affianchi a romanzi più tradizionali nella stessa grande conversazione critica.

Accanto a questo, il 2025 porta alla ribalta una nuova stagione di vampiri. Non più solo aristocratici pallidi e castelli in rovina, ma vampiri queer, spesso femminili o non conformi, che raccontano la fame e il desiderio come forme di identità e di resistenza. In alcune delle storie più discusse dell’anno il vampirismo diventa metafora di un corpo che rifiuta di essere addomesticato, di un amore che non chiede permesso, di una comunità che si riconosce proprio nella propria eccentricità. Librerie indipendenti e siti come Book Riot, commentando i 100 Notable Books, hanno parlato di romance soprannaturali e di “sapphic vampire love stories” che il Times ha scelto di mettere in dialogo con la narrativa più canonica.

Il romance, a sua volta, entra nella lista non come parentesi leggera ma come laboratorio narrativo del contemporaneo. Le storie d’amore selezionate dal New York Times lavorano sul sentimento senza cancellare tutto il resto: il lavoro, la razza, le città, le disuguaglianze, il peso dei social e delle aspettative. Sono romanzi che interrogano cosa significhi amarsi oggi, in un mondo in cui l’intimità è continuamente attraversata da precarietà economica, ansia climatica, tensioni politiche.

In questo senso, l’ingresso del romance nella rosa dei libri dell’anno non è un vezzo ma il riconoscimento di un genere che sta cambiando profondamente, sia sul piano linguistico sia su quello dei temi.

Intorno a questi poli si muove, naturalmente, tutta la parte più “alta” della lista: romanzi che raccontano la famiglia, la solitudine, le migrazioni, il lutto; memoir che seguono trasformazioni identitarie radicali; saggi che attraversano politica, storia, cultura. Nei cento titoli indicati dal New York Times compaiono libri che parlano di cibo e identità queer, raccolte poetiche, reportage sul cambiamento climatico e sulla violenza di confine tra Stati Uniti e America Latina.

La rosa dei dieci migliori distilla tutto questo in una manciata di voci diversissime, che però hanno in comune la capacità di tenere insieme il piacere della narrazione e una domanda urgente sul presente.

Per chi legge in italiano, questa selezione vale come una bussola. Una parte di questi libri arriverà tradotta nei prossimi mesi, altri resteranno per un po’ soltanto in inglese, ma cominceranno a circolare attraverso passaparola, social, consigli dei librai.

Guardare ai dieci migliori libri del 2025 secondo il New York Times significa quindi non solo segnarsi qualche titolo per la propria lista dei desideri, ma intuire in che direzione si sta muovendo la narrativa globale: verso forme ibride, contaminate, in cui l’horror storico può convivere con il romance, i vampiri queer con il realismo più asciutto, la grande tradizione del romanzo con l’immaginario pop.

I primi 10 libri classificati

“Angel Down” di Daniel Kraus

Con “Angel Down” Daniel Kraus porta l’orrore là dove la storia è già, di per sé, un incubo: le trincee della Prima guerra mondiale. Siamo in Francia, nel fango e nel filo spinato della terra di nessuno.

Il soldato semplice Cyril Bagger è sopravvissuto fin qui barcamenandosi come può, con l’astuzia e con una certa dose di truffa ai danni dei commilitoni. Quando lui e altri quattro soldati ricevono l’ordine di attraversare il fronte per raggiungere un compagno ferito e “porre fine alle sue sofferenze”, sembra l’ennesima missione suicida in mezzo alle granate. In realtà è l’inizio di qualcosa di molto più disturbante.

Nel cratere di un bombardamento, fra resti di uomini e di metallo, non trovano un uomo in fin di vita, ma una creatura caduta dal cielo, un angelo vero e proprio, apparentemente abbattuto dall’artiglieria. Questa presenza impossibile, fragile e potentissima allo stesso tempo, diventa subito un oggetto di contesa. Forse è la chiave per mettere fine alla guerra, forse è una prova del divino, forse è solo un enigma da sfruttare prima che lo faccia qualcun altro.

Da quel momento la missione si trasforma in un assedio psicologico. Chi comanda davvero, fra quei cinque uomini? Chi è disposto a sacrificare l’angelo, chi vuole proteggerlo, chi pensa solo a far carriera, a salvarsi la pelle, a tornare a casa come eroe? Nel buio delle trincee, la linea di confine fra fede e superstizione, miracolo e mostruosità, si sfalda a ogni pagina. La gelosia, la brama di potere, la paranoia si insinuano nella piccola pattuglia e il contatto con il soprannaturale diventa un acceleratore di tutto ciò che la guerra aveva già iniziato a corrodere.

Non è la guerra in senso strategico quella che interessa a Kraus, ma ciò che il conflitto fa agli esseri umani: come li rende meschini, violenti, pronti a giustificare qualsiasi gesto in nome di un bene superiore che, forse, non esiste.

A rendere il romanzo ancora più estremo è la scelta stilistica: “Angel Down” è scritto come una sola, lunghissima frase, un flusso ininterrotto che non concede respiro e trascina il lettore dentro il fango, il fumo, le urla, la vertigine dell’evento. Critici e librai hanno parlato di un libro “da leggere trattenendo il fiato”, in cui la prosa sperimentale non è un esercizio di stile, ma il modo più onesto per restituire l’esperienza di un fronte dove il tempo non è più scandito da periodi ordinati, ma da esplosioni, grida, silenzi improvvisi.

Kraus, che molti lettori conoscono già per “Whalefall” e per le collaborazioni con Guillermo del Toro e George A. Romero, costruisce qui un horror bellico che è insieme romanzo corale, parabola morale e storia soprannaturale. L’angelo al centro del racconto non è solo una figura religiosa: è un corpo vulnerabile su cui si proiettano tutte le ossessioni dei soldati, un catalizzatore che fa emergere la vera natura di ciascuno.

Il libro tiene insieme brutalità viscerale e momenti di tenerezza inattesa, squarci di meraviglia e discese all’inferno, fino a diventare una meditazione feroce su che cosa significhi restare umani nel cuore di una macchina di morte. Non stupisce che il New York Times lo abbia inserito tra i migliori libri dell’anno: “Angel Down” è uno di quei romanzi che non si limitano a raccontare la guerra, ma la fanno sentire sulla pelle, trasformando l’orrore storico in un’esperienza letteraria radicale.

“August Lane” di Regina Black

Con “August Lane” Regina Black porta il romance nel cuore della musica country americana e gli dà un volto che raramente abbiamo visto: quello di una giovane donna nera cresciuta all’ombra di una madre famosa e di una canzone rubata. Luke Randall era stato la promessa della country music: un solo grande successo, un brano d’amore diventato tormentone, abbastanza per regalargli qualche anno di gloria. Adesso è un uomo alla deriva che canta quella stessa canzone in un motel sull’autostrada, quasi per sopravvivere.

Odia ogni nota, perché sa che dietro quel ritornello si nasconde una bugia: il testo non l’ha scritto lui, ma la ragazza che ha tradito quando erano poco più che adolescenti. Si chiama August Lane, è la figlia di JoJo Lane, icona nera del country anni Novanta, e vive ancora nella piccola Arcadia, Arkansas, la città da cui Luke è fuggito per non tornarci mai più.

Il romanzo si apre quando a Luke arriva l’occasione che potrebbe rimettere in piedi la sua carriera: aprire il concerto in cui JoJo sarà finalmente celebrata nella Country Music Hall of Fame. Per accettare deve però tornare ad Arcadia e affrontare tutto ciò che ha lasciato indietro, compresi gli abusi, la povertà, una famiglia complicata e soprattutto August, che di quella canzone è la vera autrice. August, dal canto suo, detesta il brano quasi quanto detesta lui.

È rimasta lei a pagare il conto delle bugie di tutti, a partire da quelle della madre, costretta da ragazza a portare avanti una gravidanza non voluta mentre cercava di farsi strada in un’industria che non ha mai fatto spazio davvero alle voci nere.

Quando Luke ricompare dopo dieci anni con un tardivo desiderio di scuse, August non ha nessuna voglia di perdonarlo: lo minaccia di rivelare la verità, a meno che lui non scriva e canti con lei un nuovo pezzo, proprio durante la serata che dovrebbe consacrare JoJo. In gioco non c’è solo la reputazione di Luke, ma anche la possibilità per August di uscire dall’ombra materna e prendersi finalmente il proprio posto come autrice.

Da qui parte un romanzo che alterna presente e passato, seguendo August e Luke da quando erano compagni di scuola – lei isolata e bersaglio di pettegolezzi, lui star del football e rifugio inatteso – fino all’età adulta, quando devono guardare in faccia ciò che sono diventati.

Regina Black costruisce una storia d’amore di seconda possibilità che non ha niente di zuccheroso: tra le pagine ci sono alcolismo, violenza domestica, famiglie spezzate, razzismo strutturale, ma anche una tenerezza ostinata che riemerge ogni volta che i due protagonisti tornano a suonare insieme.

La loro relazione con la musica è il vero filo rosso del libro; ogni capitolo ha il passo di una ballata country, con ritornelli che ritornano e versi che cambiano leggermente significato a ogni ripresa. Non è l’immaginario bucolico e rassicurante del country “da cartolina”, come ha scritto la critica del New York Times: qui ci sono strade buie, temporali che montano all’orizzonte, ballate di omicidi e cuori spezzati, e sopra tutto una domanda insistente su chi abbia il diritto di raccontare queste storie.

“August Lane” è un romance che parla di visibilità e di voce: quella delle donne nere nella musica country, quella di una figlia che pretende di essere riconosciuta non solo come musa ma come autrice, quella di un uomo che deve smettere di nascondersi dietro un successo costruito sulle spalle di qualcun altro. La storia d’amore è il centro emotivo del libro, ma tutto intorno pulsa un romanzo sul rimorso, sulla possibilità di riparare le ferite, sull’eredità di generazioni di “hurt people hurting people”, come ha scritto una delle recensioni più entusiaste.

È questo intreccio di sentimento e critica sociale, musica e trauma, a spiegare perché “August Lane” sia entrato tra i migliori libri dell’anno secondo il New York Times: è un romanzo che prende sul serio il romance, lo carica di storia e politica, e allo stesso tempo non rinuncia mai al brivido di vedere se, alla fine, quella canzone d’amore potrà essere riscritta davvero.

“Bat Eater and Other Names for Cora Zeng” di Kylie Lee Baker

Con “Bat Eater and Other Names for Cora Zeng” Kylie Lee Baker fa qualcosa che finora molti editori avevano accuratamente evitato: trasforma i primissimi mesi della pandemia di Covid a New York in un horror dichiarato, sporco di sangue e di fantasmi, ma anche attraversato da un dolore molto reale. Siamo nell’aprile del 2020, quando le strade sono deserte e una confezione di carta igienica è un piccolo miracolo.

Cora Zeng, sino-americana, è in metropolitana con la sorella Delilah quando un uomo bianco con mascherina e cappuccio la aggredisce, la insulta chiamandola “bat eater”, mangiatrice di pipistrelli, e la spinge sui binari. Delilah viene uccisa davanti agli occhi di Cora, in una scena talmente brutale che il romanzo torna su quell’immagine più volte, come un trauma che non smette di riaffiorare.

Qualche mese dopo ritroviamo Cora a lavorare come addetta alle pulizie delle scene del crimine nel Chinatown di Manhattan. È un impiego paradossale per una germofobica ossessionata dai virus, ma è l’unico modo che ha trovato per pagare l’affitto e tenersi occupata abbastanza da non pensare. Insieme a una piccola squadra di colleghi strambi e sfrontati, deve lavare via il sangue di omicidi e suicidi in appartamenti minuscoli, scale luride, corridoi di palazzi senza luce.

Eppure ciò che le fa più paura non sono i cadaveri, ma il modo in cui la città sembra percepirla: qualcuno la insulta per strada, altri si allontanano quando la vedono salire sulla metro, come se il solo fatto di essere asiatica la rendesse portatrice del virus. Cora si aggrappa alle sue routine, prova a ignorare i consigli della zia che insiste perché prepari le offerte per il Festival dei Fantasmi Affamati, quando secondo la tradizione cinese il confine fra vivi e morti si assottiglia.

Ma è sempre più difficile far finta di niente quando i casi a cui lavora hanno quasi sempre la stessa vittima: donne asiatiche, uccise con una ferocia che somiglia troppo all’odio. E quando cominciano ad apparire carcasse di pipistrello sulle scene del crimine, Cora capisce che qualcuno sta ripetendo, su scala più ampia, l’orrore che ha distrutto la sua famiglia.

Da qui in avanti il romanzo si muove su più livelli. C’è il thriller con serial killer, in cui Cora e i colleghi cercano di collegare i casi e capire se la polizia stia davvero guardando nella direzione giusta. C’è il folklore: Delilah torna sotto forma di “hungry ghost”, una presenza che infesta l’appartamento, lascia messaggi, chiede di essere ascoltata e spinge Cora verso indizi che nessun investigatore vorrebbe prendere sul serio.

E c’è l’horror psicologico, perché Cora non è sicura di poter credere ai propri sensi: i pipistrelli sono reali o sono allucinazioni? Le voci che sente sono la sorella o la manifestazione di un disturbo mentale che nessuno ha curato?

La prosa, spesso vicina a un flusso di coscienza in terza persona, segue i suoi pensieri frantumati, i picchi di ansia da contagio, le paranoie che trasformano ogni goccia di saliva o ogni corrimano in potenziale minaccia. Critici e blogger hanno definito il romanzo “un racconto di fantasmi, traumi e razzismo”, in cui la paura dei morti convive con quella, molto concreta, di essere aggrediti per il proprio aspetto.

È qui che “Bat Eater” diventa qualcosa di più di un semplice ghost story. Baker usa il linguaggio del gore – corpi smembrati, sangue, dettagli anatomici disturbanti – per parlare dell’ondata di violenza anti-asiatica esplosa durante la pandemia, dell’effetto corrosivo della disinformazione e del modo in cui le fake news sul “virus cinese” si sono tradotte in sputi, insulti, spintoni, omicidi.

Il New York Times ha riassunto il libro come un mash-up ingegnoso di folklore surreale, buddy comedy macabra e commento sociale dolorosamente attuale: sotto le battute nere dei colleghi di Cora e la bizzarria dei fantasmi affamati, il romanzo resta un atto d’accusa contro l’idea che certe vite valgano meno di altre.

Tra i dieci migliori libri dell’anno, “Bat Eater and Other Names for Cora Zeng” rappresenta il volto più esplicito dell’horror contemporaneo: un genere che non si limita a spaventare, ma usa i mostri per raccontare il razzismo, la salute mentale, il lutto e la possibilità di costruire una famiglia scelta anche quando quella biologica è andata in pezzi. È un romanzo viscerale, spesso difficile da sopportare, ma anche sorprendentemente tenero nel modo in cui guarda alla fragilità della sua protagonista.

E lascia addosso la sensazione che i veri fantasmi non siano solo quelli che arrivano dal mondo degli spiriti, ma quelli che una città intera decide di non vedere.

“Buckeye” di Patrick Ryan

Con “Buckeye” Patrick Ryan firma quel tipo di romanzo americano “grande e vecchia maniera” che il New York Times ama definire “doorstop novel”: un libro spesso, abitato da molti personaggi, che attraversa decenni di storia senza mai perdere di vista un piccolo punto sulla mappa.

Quel punto è Bonhomie, cittadina immaginaria dell’Ohio, e il romanzo ne segue il respiro dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Settanta, intrecciando le vite di due famiglie, i Jenkins e i Salt, in un affresco che ricorda da vicino il teatro di Thornton Wilder o i quadri di Andrew Wyeth evocati dal Times: apparentemente quieti, in realtà pieni di tensioni sotterranee.

Tutto comincia nel maggio del 1945, quando Margaret Salt entra in un negozio di ferramenta per comprare una radio. Dietro il bancone c’è Cal Jenkins, nato con una gamba più corta dell’altra e per questo escluso dalla guerra, condannato alla fatica del cementificio e al senso di non essere mai abbastanza “uomo” in un’America che misura il valore maschile anche in anni di servizio al fronte.

Mentre alla radio il presidente Truman annuncia la resa della Germania, Margaret – bella, disorientata, arrivata a Bonhomie perché il lavoro del marito Felix l’ha trascinata lì – si avvicina a Cal e lo bacia. È un gesto brevissimo, ma da quella crepa di desiderio, in un giorno di euforia nazionale, nasce il segreto che legherà per sempre le loro famiglie e farà da filo rosso al romanzo.

Da una parte ci sono Cal e Becky, sposati in fretta in quella stessa stagione di dopoguerra: lui taciturno, fragile nel corpo e nell’orgoglio, lei ragazza del posto con un dono particolare, la capacità di comunicare con i morti, che la rende insieme consolatrice e figura sospetta in una comunità intrisa di religione.

Dall’altra ci sono Margaret e Felix Salt: lei cresciuta in orfanotrofio dopo essere stata abbandonata da neonata, sempre con la sensazione di non appartenere a nessun luogo, lui marinaio brillante e pieno di segreti, segnato da esperienze indicibili in guerra e costretto a vivere una sorta di doppia vita, con una facciata rispettabile e un sé più autentico relegato nell’ombra. Quattro personaggi che Ryan costruisce come “anime ferite”, ognuna definita da qualcosa che l’ha segnata per sempre: una malformazione, un abbandono, un talento mediumico, un’identità nascosta.

Nel corso di oltre cinquant’anni li vediamo crescere, invecchiare, tradirsi, cercare di riparare, mentre in sottofondo scorrono la ricostruzione del dopoguerra, il boom economico, la Guerra di Corea e poi il Vietnam. Le grandi vicende del Novecento filtrano nella provincia dell’Ohio attraverso le vite dei personaggi: il padre di Cal, veterano della Prima guerra mondiale, affoga i traumi nell’alcol e nelle teorie del complotto; Felix torna dalla marina con addosso un altro tipo di mutilazione, invisibile ma devastante; la generazione successiva porta sul corpo e nella mente le cicatrici di un altro conflitto ancora.

Come hanno notato più recensioni, Buckeye è un romanzo di guerra anche quando non ci sono soldati in campo: racconta l’onda lunga del conflitto su chi resta a casa, sui matrimoni, sui figli che crescono in famiglie spaccate tra silenzi e rimorsi.

Eppure, nonostante la materia tragica, il libro non è mai solo cupo. Ryan viene dal racconto breve e si vede: ogni capitolo è costruito come una piccola storia autosufficiente, piena di dettagli che illuminano la vita quotidiana – una suocera la cui voce “fa silenzio nella stanza come se qualcuno avesse gettato una coperta su una gabbia di uccelli”, un sottomarino giapponese portato in tour nelle nevi del Midwest, adolescenti che guardano il mondo cambiare da una tavola calda.

La struttura è non lineare, con salti avanti e indietro nel tempo e nel punto di vista, così che il lettore ricompone i destini di Bonhomie come se sfogliasse l’album di famiglia di un’intera comunità.

È proprio questa combinazione di respiro epico e intimità, di malinconia profonda e humour quieto, a spiegare perché “Buckeye” sia finito tra i migliori libri dell’anno secondo il New York Times. Il romanzo sembra al primo sguardo un nostalgico “slice of life” provinciale, ma in realtà fa l’operazione opposta rispetto alle cartoline alla Norman Rockwell: toglie la patina lucida al sogno americano di metà Novecento e mostra quello che c’è sotto, senza eroi né mostri, solo persone riconoscibilmente umane, goffe, ferite, testarde nel desiderio di vivere bene nonostante tutto.

In questo senso, più che un semplice romanzo storico, “Buckeye” è un grande romanzo di comunità: una storia corale che parla di segreti e di perdono, e di quanto sia difficile – e necessario – fare i conti con ciò che abbiamo ereditato.

“The Buffalo Hunter Hunter”, di Stephen Graham Jones

Con “The Buffalo Hunter Hunter” Stephen Graham Jones porta il vampiro nel cuore della storia coloniale americana e lo usa come strumento di giustizia. Il romanzo si apre nel 1912: in un paesino del Montana, un pastore luterano trova un uomo Blackfeet che si presenta in chiesa per confessare i propri peccati. Si fa chiamare Good Stab ed è, a tutti gli effetti, un vampiro. Non il nobile europeo in mantello, ma un uomo indigeno che ha incontrato una creatura inumana sulle montagne anni prima, ne è uscito vivo ma trasformato: il corpo cambia, la fame di sangue diventa insaziabile, la mortalità scompare.

Ogni domenica Good Stab torna dal reverendo per raccontargli la propria vita in una serie di visite-confessione; il pastore trascrive tutto in un diario che, molti anni dopo, verrà murato in una parete e riscoperto da una discendente, una professoressa universitaria che cerca un argomento forte per la tenure. È attraverso queste pagine ritrovate che il lettore entra in una storia di massacri, bufali sterminati e vendette che attraversa decenni.

La voce di Good Stab ricostruisce un passato che i libri di storia hanno cancellato o edulcorato. Al centro del racconto c’è la Marias Massacre, l’uccisione reale di quasi duecento Piegan Blackfeet – per lo più donne, bambini, anziani – massacrati a Bear Creek da truppe statunitensi, evento che Stephen Graham Jones riprende e dilata in una catena di violenze che “comincia con 217 Blackfeet morti nella neve”.

A questa carneficina umana si affianca quella animale: le mandrie di bufali abbattute non solo per le pelli, ma avvelenate e lasciate marcire per togliere ai nativi ogni possibilità di sostentamento. Il vampirismo di Good Stab, in questo contesto, sembra quasi un contagio ulteriore importato dall’Europa, una maledizione sovrapposta a quella, ben più concreta, del genocidio. Ma proprio questo mostro diventa il mezzo con cui il romanzo mette in scena una resa dei conti: un “revenge story” in cui la sete di sangue non è mai separata dalla sete di memoria.

La struttura è complessa e volutamente stratificata. C’è il diario del pastore luterano Arthur Beaucarne, che cerca di redimere un passato personale ambiguo ascoltando con “buon cuore” la confessione di Good Stab; ci sono le trascrizioni di quelle visite, dove il linguaggio Blackfeet non viene addolcito per il lettore; e c’è il presente accademico di Etsy Beaucarne, pronipote del reverendo, che legge il manoscritto e capisce di avere fra le mani qualcosa di esplosivo, non solo per la sua carriera ma per il modo in cui l’America racconta se stessa.

Ogni livello di narrazione interroga il precedente: quanto è fedele la trascrizione di un uomo bianco su un testimone indigeno? Quanto, invece, è stato deliberatamente nascosto nei muri delle case, letteralmente e metaforicamente? È un’epistolare pieno di voci dentro le voci, in cui l’orrore soprannaturale – i corpi sventrati, il sangue, la mostruosità fisica del vampiro – convive con l’orrore storico dell’appropriazione, della cancellazione, dell’uso della religione come copertura morale della violenza.

La critica americana ha definito “The Buffalo Hunter Hunter” il “colpo di grazia” della carriera di Jones, un horror storico che sta al vampiro come “Moby Dick” sta al romanzo di mare: un libro che prende un mito e lo rimonta dall’interno.Il Washington Post ha parlato di un magistrale intreccio fra religione, colpa storica, identità e appetito, mentre altri recensori l’hanno definito “Interview with the Indigenous Vampire”, “Intervista con un vampiro indigeno”, che rilegge tutta la tradizione gotica da un punto di vista nativo.

Non è una lettura facile: il romanzo è intriso di sangue, di dolore animale e umano, di razzismo, di genocidio, e richiede una forte tenuta emotiva. Ma proprio per questo si capisce perché il New York Times lo abbia inserito fra i migliori libri dell’anno: “The Buffalo Hunter Hunter” mostra cosa può diventare l’horror quando decide di smettere di rassicurare e comincia a fare il lavoro che di solito affidiamo alla storia e alla memoria collettiva, ricordandoci che certe ferite non sono mai davvero guarite.

“Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte”, di V. E. Schwab

Con “Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte” V. E. Schwab torna al romanzo adulto dopo “La vita invisibile di Addie LaRue” e costruisce un’epica vampirica lesbica che attraversa quasi cinque secoli di storia. È un libro “a tre tempi”, che tiene insieme la Spagna del Cinquecento, la Londra georgiana e la Boston del 2019, senza mai perdere il filo emotivo che lega le sue protagoniste: il desiderio di sfuggire a una vita scritta da altri, e la fame – di sangue, di libertà, di amore – che spinge a pagare qualsiasi prezzo pur di farlo.

Nel 1532, a Santo Domingo de la Calzada, María è una ragazza bellissima e selvatica, consapevole di essere vista solo come un premio o una pedina nei giochi degli uomini. Sa che il suo destino è un matrimonio combinato, una vita chiusa dentro ruoli soffocanti. Quando una sconosciuta affascinante le offre un’alternativa, María accetta spinta dalla disperazione più che dal coraggio, e giura a se stessa che non avrà rimpianti.

È l’inizio di una storia che parla d’amore ma anche di metamorfosi: da quel patto, e da quel primo morso, nasce una creatura nuova, condannata alla notte ma finalmente padrona del proprio corpo.

Nel 1827 ci spostiamo in Inghilterra. Charlotte vive ritirata nella tenuta di famiglia, protetta e soffocata insieme da un’esistenza idilliaca solo in superficie. I suoi desideri non hanno nome, finché un momento di intimità proibita non rompe l’equilibrio e la costringe a lasciare la campagna per la Londra brulicante e spietata.

Lì incontra una vedova bellissima che sembra offrirle tutto ciò che ha sempre sognato: autonomia, piacere, un futuro diverso. Ma il prezzo della libertà è più alto di quanto Charlotte avrebbe potuto immaginare, e ancora una volta a guidare la trasformazione è un intreccio di seduzione, potere e sangue.

Il terzo tempo è il nostro. Nel 2019 Alice arriva a Boston per ricominciare da capo: una nuova città, un lavoro diverso, la possibilità di chiudere la porta sul passato. Una sola notte, però, basta a ribaltare tutto. Un incontro che doveva essere casuale le spalanca davanti una scia di domande su chi è davvero, su cosa desidera, su che cosa appartiene alla sua storia e che cosa, invece, a qualcun altro.

Per capire deve immergersi in un passato che non sapeva di avere, seguire tracce che la portano indietro a María, a Charlotte, a una genealogia di donne e mostri che attraversa i secoli. Il romanzo diventa così un’indagine su di sé e insieme un racconto di vendetta: Alice vuole risposte, ma vuole anche pareggiare i conti con chi ha usato, cancellato, manipolato il corpo e il destino delle donne come se fossero sacrificabili.

Schwab intreccia queste tre linee temporali come se fossero le parti di una stessa ballata sanguinaria. Ogni epoca ha un suo colore, una sua atmosfera – la Spagna polverosa dei roghi e delle processioni, la Londra di salotti e vicoli bui, la Boston dei bar e dei social – ma le protagoniste si rispecchiano l’una nell’altra. Tutte e tre devono scegliere tra sicurezza e rischio, tra una vita “corretta” e una vita vera, tra rimanere vittime del potere maschile o diventare qualcosa di radicalmente altro.

Il vampirismo, in questo senso, è meno un espediente di genere e più una metafora della rabbia femminile e queer: essere vampira significa sottrarsi al destino di oggetto, ma comporta anche convivere con una fame che non si spegne mai, con colpe reali e presunte, con l’impossibilità di tornare indietro.

Il New York Times ha descritto il romanzo come un “cocktail da happy hour che scende facile e poi ti stende”, sottolineando la capacità di Schwab di muoversi con agilità tra mystery, storia d’amore e gotico, tenendo in aria un gran numero di personaggi e di salti temporali senza mai confondere il lettore.

La parte investigativa – soprattutto nel presente di Alice – funziona come motore narrativo, mentre le sezioni storiche hanno il respiro del romanzo in costume, con un’attenzione minuziosa a dettagli, abiti, rituali, tabù sociali. Sopra tutto, però, resta la dimensione emotiva: “Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte” è una storia che parla della vita, di come finisce, di come ricomincia, e di quanto sia difficile – ma possibile – trasformare la propria maledizione in una forma di potere condiviso.

In questo equilibrio fra fantasy storico, epica vampirica lesbica e riflessione sulla libertà dei corpi, si capisce perché Schwab sia entrata nella rosa dei migliori libri dell’anno secondo il New York Times: il romanzo incarna alla perfezione la nuova stagione dei vampiri queer, dove l’orrore è inseparabile dal desiderio e la fame di sangue è anche, inevitabilmente, fame di futuro.

“La colonia” di Annika Norlin

Con “La colonia” la cantautrice svedese Annika Norlin firma un esordio narrativo che è insieme romanzo di idee e storia molto concreta di corpi stanchi, vite in burnout e desiderio di sparire dal mondo. In Svezia il libro – pubblicato originariamente col titolo Stacken – è diventato un piccolo caso editoriale, ha vinto premi importanti ed è già in via di adattamento per la televisione.

La protagonista è Emelie, trent’anni, un lavoro iper competitivo nel giornalismo e una vita cittadina scandita da notifiche e scadenze. Un mattino si rende conto di non riuscire più ad alzarsi dal letto: è il punto di rottura. Su consiglio di una vicina, lascia la città e si spinge nel nord della Svezia, in una foresta luminosa e verdissima, dove pianta una tenda sulle colline che costeggiano un fiume. Qui pensa di ritrovare il silenzio, ma scopre di non essere sola: lungo i sentieri comincia a intravedere un piccolo gruppo di persone che vive lì da anni, fuori da qualsiasi mappa ufficiale.

Sono in sette, ognuno con una storia di traumi, alienazione, fallimenti nel “mondo di fuori”. C’è chi è fuggito da un matrimonio violento, chi da un lavoro che lo stava consumando, chi da un passato che preferirebbe cancellare. A tenerli insieme è Sara, figura carismatica e sfuggente, qualcosa a metà fra una leader spirituale e una sorella maggiore.

Hanno regole non scritte, ruoli ben definiti, un’economia minima basata sulla condivisione. Emelie all’inizio li osserva da lontano, affascinata e diffidente: la loro comunità è un’utopia ecologista o una setta mimetizzata nel bosco? Quando decide di avvicinarsi davvero, il suo arrivo diventa il detonatore che mette a nudo tensioni antiche, alleanze, gerarchie di potere.

Norlin costruisce il romanzo alternando il presente di Emelie ai capitoli dedicati, uno per uno, ai membri della colonia: passato e presente si intrecciano e, man mano che conosciamo queste esistenze ai margini, il bosco smette di essere solo scenario idilliaco e diventa un laboratorio di convivenza estrema.

La scrittura – come hanno notato le critiche internazionali – è insieme viscerale e controllata, capace di passare da un tono quasi giornalistico alla poesia di immagini improvvise, e la traduzione inglese di Alice E. Olsson restituisce con precisione questa doppiezza.

Sotto la superficie del romanzo di fuga nella natura, “La colonia” interroga questioni molto contemporanee: cosa siamo disposti a sacrificare, individualmente, per sentirci parte di qualcosa più grande di noi? Quanto può essere sottile la linea che separa la cura reciproca dal controllo, l’amore dalla manipolazione, il benessere comune dalla cancellazione del singolo? Le domande – come ha scritto il New York Times – emergono in modo organico, senza la pretesa di chiuderle con facili risposte.

Il risultato è un romanzo magnetico sulla ricerca di un’altra vita possibile e sul potere insondabile che esercitiamo gli uni sugli altri, ideale per chi ama la narrativa letteraria nordica più inquieta e introspettiva, da leggere chiedendosi fino all’ultima pagina se quella nel bosco sia davvero una via di fuga o solo un’altra gabbia, più verde e silenziosa delle altre.

“Death Takes Me” di Cristina Rivera Garza

In una città dove “ogni strada è un cimitero”, una professoressa universitaria che si chiama proprio Cristina Rivera Garza inciampa in un vicolo buio sul cadavere mutilato di un uomo. Sul muro accanto al corpo, in uno smalto corallo che sembra insieme infantile e minaccioso, campeggia un messaggio in forma di poesia: “Guardati da me, amore mio / guardati dalla donna silenziosa nel deserto”.

Da quell’istante la protagonista diventa la prima informatrice di un’indagine condotta da una detective ossessionata dai versi e gravata da una lunga scia di fallimenti. Quando altri uomini, tutti castrati, iniziano a comparire in diversi punti della città – sempre accompagnati da frammenti di poesia – l’inchiesta assume le forme di un rebus letterario e politico insieme: capire il significato dei testi diventa l’unico modo per fermare la violenza che si allarga come una macchia d’inchiostro.

Rivera Garza, vincitrice del Pulitzer per il memoir Liliana’s Invincible Summer, parte da un impianto da serial killer story per capovolgerlo dall’interno: il romanzo è stato scritto originariamente in spagnolo, una lingua in cui la parola “vittima” è sempre femminile, e gioca proprio su questo slittamento di genere per interrogare il modo in cui raccontiamo la violenza sulle donne.

Le frasi sono affilate quanto i tagli sui corpi, la trama procede con la logica febbrile di un sogno e si muove dal commissariato all’aula universitaria, dai dossier di polizia alla poesia e all’arte latinoamericana.

Death Takes Me” è un thriller letterario perturbante e visionario, che usa l’enigma e l’ambiguità per parlare di desiderio, sessualità, potere, e per mettere il lettore davanti a una domanda scomoda: in un mondo saturo di morte di genere, da che parte stiamo davvero.

“Il regista” di Daniel Kehlmann

Con “Il regista” Daniel Kehlmann porta il lettore nel cuore dell’Europa degli anni Trenta e nel lato più ambiguo della macchina-cinema. Il protagonista è il grande Georg Wilhelm Pabst, maestro del muto e dell’avanguardia tedesca, l’uomo che ha lavorato con le star più luminose dell’epoca e ha contribuito a trasformare Greta Garbo in un’icona.

All’inizio lo troviamo a Los Angeles: è fuggito dal dilagare del nazismo in Europa, ma a Hollywood scopre di essere diventato uno fra tanti. Non riesce ad adattarsi ai ritmi e alle regole dello studios system, dirige un film che si rivela un disastro, e capisce che sotto il sole californiano non c’è nessun posto per lui.

Decide allora di tornare nel vecchio continente, giusto in tempo perché la storia gli crolli addosso. L’Austria è ormai annessa al Reich, i confini si chiudono, le possibilità di fuga si assottigliano. Pabst rimane bloccato nel cuore della Germania hitleriana e deve fare i conti con le sirene del potere: Joseph Goebbels, ministro della Propaganda, vede in lui un genio da mettere al servizio del regime e lo circonda di attenzioni, promesse, minacce sottili.

Fino a che punto è possibile restare fedeli solo all’arte, fingendo che la politica non esista? E quando la pellicola diventa uno strumento per abbellire la barbarie, che cosa resta della libertà creativa?

Kehlmann racconta tutto questo con una prosa elasticissima, capace di essere insieme sofisticata, ironica, spaventosa.

Il romanzo alterna scene intime e sequenze da dietro le quinte, mostra la seduzione del set e la crudeltà del potere, e costruisce attorno al suo anti-eroe un ritratto di rara complessità: Pabst non è un santo né un mostro, ma un uomo che cerca di negoziare con il diavolo e finisce intrappolato nelle stesse illusioni che il cinema proietta sullo schermo.

“The Doorman” di Chris Pavone

A “The Doorman” Chris Pavone usa il meccanismo del thriller per raccontare una New York febbrile, divisa e in bilico. Al Bohemia, il condominio più famoso di Manhattan, Chicky Diaz è il portiere che tutti amano: conosce le abitudini delle star, dei finanzieri, dei ricchi che passano nel suo androne, ma anche le stanchezze del personale quasi tutto Black e latino che manda avanti il palazzo.

Nel superattico vive Emily Longworth, moglie di un magnate dal patrimonio sempre più sospetto, intrappolata in un matrimonio dorato che disprezza. Al piano di sotto c’è Julian Sonnenberg, critico d’arte ormai al tramonto, che ha appena ricevuto una notizia capace di far crollare l’immagine di sé costruita in decenni.

Intanto, a poche miglia di distanza, l’uccisione di un uomo nero da parte della polizia incendia la città: cortei, contromanifestazioni, una notte di tensione che entra anche nelle vite dei condomini.

È in questo clima da polveriera che Chicky, per la prima volta, infrange la regola d’oro del mestiere e si presenta al turno notturno con una pistola addosso.

Da quel momento, il romanzo diventa un ritratto caleidoscopico di classe, privilegio e razzismo sistemico, dove il mistero su chi non uscirà vivo dal Bohemia è solo il motore narrativo di una riflessione più ampia: quanto costa, in una città così, scegliere da che parte stare.

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