Sei qui: Home » Intrattenimento » Teatro » Paolo Villaggio, ”La cultura non si impone dall’alto”
L'intervista

Paolo Villaggio, ”La cultura non si impone dall’alto”

Dalle letture giovanili al mito di Fantozzi, passando per la critica all'attuale classe politica: Paolo Villaggio spiega perché il fermento intellettuale italiano è in crisi e racconta come la cultura non debba essere calata dall'alto

MILANO – In Italia il fermento intellettuale è stato messo a tacere da una tv volgare e di bassi contenuti da un lato e da una ‘cultura’ arroccata in sé, snob, che si pretende alta ma non sa parlare alla gente dall’altro. E il potere? Il potere impone alle persone gli stili e le abitudini culturali a lui più congeniali: gli italiani non lo capiscono e se ne disinteressano. Queste le idee affermate da Paolo Villaggio. Recentemente ospite alla manifestazione letteraria “Un parco di autori” a Cecina,  il mitico autore, regista, attore e comico italiano parla con Libreriamo delle letture che lo hanno segnato e affronta le questioni che affliggono la cultura in Italia.
LA STORIA – “Nel corso del Novecento l’Italia ha attraversato una serie di drammatici eventi”, comincia a ragionare Paolo Villaggio. “Dopo la stupida, ripugnante, catastrofica guerra del 1915 – tutte le guerre sono insensate e insensatamente tragiche – che fece milioni di vittime in tutto il mondo, il nostro Paese soffrì la tirannia di una dittatura che, solo in Italia, causò centinaia di migliaia di morti. Questo regime, oltre agli altri crimini di cui si rese responsabile, impediva alla generazione di mio padre di leggere liberamente libri stranieri, e in particolare quelli americani. Gli scrittori erano messi al bando, numerosi intellettuali italiani venivano mandati al confino o scappavano in Francia, nella vicina Costa Azzurra. Ci fu un imbarbarimento generale della cultura. La vera tragedia della Seconda guerra mondiale, diceva sempre mio padre, era che si potevano leggere solo ‘I promessi sposi’ e La divina commedia’. Certo, si tratta di capolavori, ma il popolo, la gente comune, gli operai avevano bisogno anche di altro, di una cultura più pop.”
LE LETTURE DELLA GIOVINEZZA – “A guerra finita, la mia generazione si avventò sui grandi scrittori statunitensi, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald. La sera ci si incontrava al muretto dei Bagni Lido e si parlava di libri: la cosa che più ci esaltava era scoprire i capolavori della letteratura. Dopo gli anglosassoni ci buttammo sui sudamericani, facendo la conoscenza di Gabriel García Marquez e di Felisberto Hernández, l’autore di ‘Nessuno accendeva le lampade’: un capolavoro in venti racconti in cui l’autore, che era pianista, descriveva i caratteri osservati tra le donne che venivano nel suo locale a bere il mate. Dagli americani passammo ai russi: Dostoevskij – ‘Memorie del sottosuolo’, ‘Delitto e castigo’, ‘I demoni’ – e ancora Čechov, Gogol’. Ci colpì poi come una folgore Kafka, con ‘La metamorfosi’. ‘Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante’, così inizia questo libro sensazionale: una frase e sei proiettato subito nell’incubo”. Cita a memoria Paolo Villaggio, lasciandosi trasportare dal medesimo entusiasmo del giovane di quelle serate. “Leggevamo anche ‘Il processo’ e ‘Il castello’, altra opera geniale, rappresentazione emblematica di un potere autoritario e oscuro. Quello stesso potere che Bertolucci mette in scena nel film ‘L’ultimo imperatore’, simboleggiato dalla Città proibita dove risiede la dimora imperiale cinese, cui non ci si può avvicinare.”
GLI ITALIANI E LA TELEVISIONE – Il potere: è questo soggetto indefinito, lontano e incomprensibile alle persone a determinare tuttavia le loro vite e le loro abitudini culturali. “In Italia è arrivato a un certo punto Berlusconi, grande commerciante e genio assoluto dell’imprenditoria, che con le sue televisioni ha rivoluzionato il modo di comunicare, abbassando il livello del linguaggio. Gli italiani hanno cominciato a impigrirsi davanti alla tv, sprofondati nel divano con il telecomando in mano e le mogli a fianco, mute, senza diritto di parola. Si è affermata e diffusa così una cultura medio-bassa: Berlusconi ha capito che quanto meno si richiedeva agli spettatori uno sforzo intellettuale, tanto più i programmi avevano seguito, quanto più lo sponsor era volgare, tanto più catturava l’attenzione. Visto il successo di Mediaset, a quei tempi Fininvest, anche la Rai, che prima faceva cultura, ha sterminato un certo linguaggio e ha adottato questi stessi stilemi. Pian piano i libri sono stati dimenticati: nel 1975 il primo Fantozzi vendeva 1.500 milioni di copie, oggi se un libro vende 30 mila copie è un best seller. Accanto a questa ‘cultura’ televisiva medio-bassa, c’è poi una ‘cultura’ alta arroccata nella sua torre d’avorio, snob, chiusa in sé: sempre gli stessi personaggi e autori che sono distanti dalle masse, che non sanno corrispondere ai loro bisogni. Ma così non può funzionare.”
GLI APPLAUSI DEI RUSSI A FANTOZZI – “Prendiamo un altro esempio di struttura di potere: quello comunista in Cina e in Unione Sovietica”, prosegue Paolo Villaggio. “Qui la classe politica ha acculturato tutti a bastonate, ma come tutti i regimi si è chiusa nel dogma. ‘La corazzata Potëmkin’ è stata imposta come capolavoro assoluto e impareggiabile della cinematografia, il film migliore di tutti i tempi. Ma dopo questo ce ne sono stati molti altri! Quando in Russia – io sono tra gli autori italiani tradotti in cirillico – hanno sentito Fantozzi esclamare ‘La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca’ per loro è stato liberatorio: era la prima critica al socialismo, un messaggio di libertà. Non si può imporre una cultura alta dall’alto, bisogna parlare alle persone e farle crescere. Noi da giovani avevamo cominciato con la narrativa, ma poi eravamo passati anche a Engels e Marx: eravamo gli ultimi residui di una cultura che leggeva ‘Il Capitale’.”
L’ITALIA POLITICA – “La casta politica è truffaldina”, conclude amaramente il grande autore, regista e comico italiano. “In un momento in cui l’Italia ha bisogno di risollevarsi, i politici pensano solo alle elezioni, a guadagnarsi voti. E i libri in tutto questo dove vanno a finire? Le classi dirigenti non creano partecipazione, non si vogliono far comprendere, perché vogliono continuare a esercitare il potere in questa maniera esclusiva e oscura. Per forza l’Italia è agli ultimi posti nelle classifiche sulla diffusione dell’abitudine alla lettura: gli italiani si disinteressano di un mondo che sentono distante da loro. La tendenza imperante oggi tra la gente è quella dell’anti-politica, ma l’anti-politica non ha nulla di costruttivo, costruttive sono le rivoluzioni!”

 

© Riproduzione Riservata