Poche storie nella storia della musica sono state così persistenti, affascinanti e disturbanti come quella secondo cui Antonio Salieri avrebbe avvelenato Wolfgang Amadeus Mozart. Un racconto che non nasce dalla storiografia, ma dall’immaginario collettivo: una leggenda nera che ha trasformato un compositore rispettato in un assassino metaforico, e un genio musicale in una vittima sacrificale del talento assoluto.
La verità storica ci dice che non esistono prove di un omicidio. Ma la verità letteraria, quella che scava nell’animo umano, è molto più potente dei documenti. Ed è proprio lì che si colloca “Mozart e Salieri e Il convitato di pietra” di Aleksandr Sergeevič Puškin, un testo breve ma densissimo che ha contribuito a fissare per sempre l’immagine di Salieri come simbolo dell’invidia che divora, e di Mozart come incarnazione di un dono divino insopportabile per chi vive all’ombra. Non è un libro sulla musica. È un libro sul fallimento morale davanti al genio.
Salieri contro Mozart: un duello interiore: genio, mediocrità e colpa
Il cuore del testo di Puškin non è la rivalità artistica in senso stretto, ma lo scontro tra due concezioni dell’esistenza. Da una parte, l’artista che studia, lavora, soffre, si disciplina. Dall’altra, l’artista che crea come se respirasse, senza sforzo apparente, come se la musica gli scorresse nelle vene per diritto divino.
Puškin costruisce un dramma minimale, quasi claustrofobico, in cui il vero campo di battaglia non è Vienna, né le sale da concerto, ma la coscienza di Salieri. L’omicidio, reale o immaginato, diventa l’atto finale di una lunga corrosione interiore: l’invidia come veleno lento, che giustifica se stessa in nome dell’arte, della giustizia, persino di Dio.
Uu delitto per amore dell’arte
In Mozart e Salieri, Puškin mette in scena un incontro apparentemente ordinario tra due compositori. Salieri parla, riflette, confessa. Racconta la sua vita di sacrificio, di studio rigoroso, di dedizione totale alla musica. E poi arriva Mozart: leggero, ironico, quasi infantile, inconsapevole del peso che il suo talento esercita sugli altri.
Mozart suona. Salieri ascolta. E in quell’ascolto matura la convinzione più pericolosa di tutte: se il genio è così arbitrario, allora è ingiusto. Da qui nasce l’idea estrema che attraversa il testo: eliminare Mozart non come atto personale, ma come gesto “necessario” per salvare la musica stessa.
Il veleno, in Puškin, è prima di tutto un simbolo. È l’invidia che si traveste da etica. È l’illusione che il male possa essere giustificato da un ideale superiore.
Chi era Salieri e perché era geloso di Mozart
Storicamente, Antonio Salieri fu tutt’altro che un fallito. Compositore affermato, insegnante stimato, maestro di Beethoven, Schubert e Liszt, fu una figura centrale nella Vienna musicale del suo tempo. Ma la letteratura non è interessata alla biografia: è interessata al simbolo.
Il Salieri di Puškin incarna l’artista che ha fatto tutto “nel modo giusto”, ma che non ha ricevuto il dono supremo. La sua gelosia non nasce dall’odio, ma dalla frustrazione metafisica: perché a Mozart sì e a lui no? Perché il talento non è equamente distribuito? Perché Dio sembra scegliere a caso?
La sua invidia è tragica proprio perché consapevole. Salieri sa di essere inferiore, e questa lucidità lo distrugge. Non odia Mozart come uomo, ma come prova vivente di un’ingiustizia cosmica.
Chi era Mozart e perché era inevitabile che diventasse un dio della musica
Wolfgang Amadeus Mozart, nel testo di Puškin, non è un personaggio psicologico complesso: è una forza naturale. Ride, scherza, suona, vive. La musica per lui non è una missione morale, ma un’estensione della vita.
Ed è proprio questo a renderlo insopportabile agli occhi di Salieri. Mozart non soffre come lui. Non si tortura. Non si sente in colpa per il proprio talento. Il suo genio è innocente, ed è questa innocenza a renderlo invincibile.
Puškin suggerisce che il genio assoluto non può che essere solo. Non perché sia crudele, ma perché mette gli altri davanti a uno specchio impietoso. Mozart non fa nulla per distruggere Salieri: è la sua semplice esistenza a farlo.
Cosa ci insegna la vicenda di Salieri e Mozart
Mozart e Salieri non ci chiede di stabilire chi avesse ragione, né di credere davvero all’omicidio. Ci chiede qualcosa di più scomodo: interrogarci sul nostro rapporto con il talento degli altri.
L’invidia di Salieri non è un mostro eccezionale. È una possibilità umana. È il rischio che corriamo ogni volta che trasformiamo il confronto in rancore, la frustrazione in giustificazione morale, il limite in colpa altrui.
La lezione finale è amara ma necessaria: il genio non si può eliminare senza distruggere anche ciò che amiamo. E l’invidia, quando diventa principio, non punisce il talento, corrompe chi la nutre. Puškin lo aveva capito prima di tutti: il vero veleno non è nel bicchiere di Mozart, ma nel cuore di Salieri.
