“Il Dio dell’acqua”: una moderna Odissea per inaugurare la stagione 2026 del Teatro delle Donne

16 Gennaio 2026

Il Teatro delle Donne inaugura la stagione 2026 con Il Dio dell’acqua, una moderna Odissea tra musica e parola: uno spettacolo poetico e potente che riflette sull’uomo, il mare e il bisogno di ricominciare.

il dio dell'acqua una moderna Odissea per inaugurare la stagione 2026 del Teatro delle Donne

C’è un momento, nella vita come nella storia, in cui diventa necessario fermarsi, galleggiare, lasciare andare il peso inutile e ricominciare da capo. Il Dio dell’acqua, lo spettacolo che inaugura la stagione 2026 del Teatro delle Donne, nasce esattamente da questo bisogno: quello di interrogare l’essere umano nel suo rapporto con il mondo, con la natura e con ciò che lo supera.

In scena venerdì 16 e sabato 17 gennaio 2026 al Teatro Goldoni di Firenze, Il Dio dell’acqua è una moderna Odissea intima e universale, un viaggio simbolico che attraversa memoria, trasformazione e consapevolezza. Uno spettacolo che apre la nuova stagione non solo come evento teatrale, ma come atto poetico e politico insieme.

Con Il Dio dell’acqua, il Teatro delle Donne sceglie di inaugurare il 2026 con uno spettacolo che parla di naufragio e rinascita, di perdita e metamorfosi, ponendo al centro una figura archetipica: il naufrago. Un uomo o una donna? Un individuo preciso o tutti noi? La risposta resta sospesa, come la zattera su cui il personaggio galleggia.

Il testo di Gianni Guardigli diventa materia viva grazie alla regia di Alessandro Di Murro e alla direzione musicale di Enea Chisci, costruendo uno spazio scenico rarefatto, essenziale, dove parola e musica dialogano ininterrottamente.

“Il Dio dell’acqua: una moderna Odissea tra parola e musica

“Il Dio dell’acqua” non è solo uno spettacolo teatrale: è un’esperienza. Una riflessione profonda sulla fragilità umana, sul rapporto con la natura, sulla necessità di ascoltare ciò che ci supera invece di tentare di dominarlo.

Inaugurare la stagione 2026 con una moderna Odissea significa invitare il pubblico a mettersi in viaggio, a galleggiare senza paura, ad accettare la trasformazione come unica possibilità di salvezza. Quando il viaggio finisce, dice lo spettacolo, vorremmo ripartire. Ed è forse proprio questo il senso più autentico del teatro: farci uscire dalla sala con il desiderio di ricominciare, un po’ più leggeri e un po’ più consapevoli.

Lo spettacolo

In scena, Daniela Giovanetti, accompagnata dalle musiche di Amedeo Monda, interpreta un naufrago che ripercorre la propria esistenza mentre galleggia su una zattera. Ma la sua non è solo una storia individuale: è un’esperienza collettiva, una memoria condivisa che si mescola a qualcosa di antico, primordiale, quasi mitologico.

Il naufrago cambia forma, muta, si dissolve e si ricompone: diventa vapore, vola in cielo, poi sprofonda negli abissi. Il mare e il cielo si toccano, entrano in contatto, e in questo continuo movimento emerge una verità disarmante: noi non siamo il centro di tutto.

Il Dio dell’acqua come forza assoluta

Nel testo, il Dio dell’acqua non è una divinità benevola o crudele, ma una forza totale, indifferente alla presunzione umana. Di fronte a lui, l’essere umano vale “meno di un fazzoletto di carta che si disfà nel mare”. È una visione radicale, che invita a ridimensionare l’ego, a smettere di opporsi a disegni più grandi di noi.

Questa consapevolezza, tuttavia, non è distruttiva: al contrario, diventa cura, guarigione. Accettare di non essere tutto significa alleggerirsi, smettere di lottare contro la gravità e imparare a fluire.

Il canto dell’anima e il bisogno di ricominciare

Il Dio dell’acqua è anche un’opera profondamente musicale. Le note non accompagnano semplicemente il testo, ma lo attraversano, lo amplificano, lo trasformano in un canto dell’anima. La voce diventa preghiera, invocazione, strumento per scavare, come dice lo spettacolo  “un tunnel nell’umida terra, verso un domani minaccioso”.

Il riferimento all’Odissea è chiaro, ma rovesciato: non c’è un ritorno a casa, non c’è una meta certa. C’è piuttosto la necessità di scrivere un “punto e a capo” nella pagina della Storia, di riconoscere che il viaggio, forse, non deve finire, ma ricominciare continuamente.

Il Teatro delle Donne e una stagione necessaria

Con questa apertura, il Teatro delle Donne conferma la sua identità di Centro Nazionale di Drammaturgia, attento ai temi civili, alla memoria e alla pluralità dei linguaggi. La stagione 2026 proseguirà con spettacoli che affrontano nodi cruciali della storia e del presente:

“Canto per Francesca”, dedicato a Francesca Morvillo, magistrata e vittima della strage di Capaci;

“Il gioco dell’universo”, ispirato al libro di Dacia Maraini e Fosco Maraini;

“KR70M16 – Naufrago senza nome”, nuovo testo di Saverio La Ruina, dedicato al naufragio di Cutro, in scena nel giorno del terzo anniversario della tragedia.

Una programmazione che intreccia teatro, memoria, poesia e impegno civile.

 

 

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