Scissione: quando la filosofia entra in ufficio e ci chiede chi siamo davvero

31 Gennaio 2026

La serie Scissione trasforma il luogo di lavoro in un laboratorio filosofico: identità, libero arbitrio, alienazione e coscienza al centro di una delle serie più profonde degli ultimi anni.

Scissione: quando la filosofia entra in ufficio e ci chiede chi siamo davvero

All’apparenza “Scissione” è una serie elegante, fredda, minimalista. Un ufficio asettico, corridoi infiniti, rituali aziendali grotteschi, sorrisi obbligati. Ma basta poco per capire che non siamo davanti a un semplice thriller distopico.

“Scissione” è una serie profondamente filosofica, una riflessione radicale sull’identità, sulla coscienza e sul rapporto tra individuo e potere. La sua forza non sta nell’idea fantascientifica in sé, la separazione chirurgica dei ricordi, ma in ciò che questa idea rivela: cosa resta di noi quando ci viene sottratta la memoria? Possiamo ancora parlare di libertà se non siamo interi? E soprattutto: chi siamo quando smettiamo di ricordare?

“Scissione”: l’identità divisa: siamo uno o molti?

La “scissione” non è solo un intervento medico. È una frattura ontologica. I dipendenti della Lumon diventano due persone diverse: l’outie, che vive nel mondo esterno, e l’innie, che esiste esclusivamente sul posto di lavoro. Non condividono ricordi, emozioni, desideri. Non sono due versioni della stessa persona: sono due soggetti distinti, imprigionati nello stesso corpo. Qui la serie tocca una delle domande centrali della filosofia moderna: l’identità personale coincide con la memoria?

Da John Locke in poi, molta filosofia ha sostenuto che siamo ciò che ricordiamo. Scissione porta questa idea alle estreme conseguenze: se togli la memoria, togli anche la continuità dell’io. L’innie non ha passato, non ha futuro, non ha scelta. Vive in un eterno presente fatto di lavoro.

Il lavoro come forma di alienazione assoluta

Karl Marx parlava di alienazione quando il lavoratore perde il controllo sul prodotto del proprio lavoro. Scissione va oltre: qui il lavoratore perde se stesso.

Gli innie non sanno perché lavorano, per chi, né a cosa serva ciò che fanno. I numeri che “sentono” sono una metafora perfetta: il lavoro contemporaneo spesso non ha più un significato comprensibile, ma viene giustificato solo da procedure, obiettivi, premi simbolici. La Lumon non sfrutta solo il tempo: sfrutta la coscienza.

L’innie non può dimettersi, non può andarsene, non può ribellarsi senza rischiare l’annientamento. È una forma di schiavitù perfetta perché non lascia spazio alla consapevolezza.

Libero arbitrio o obbedienza programmata?

Uno dei temi più inquietanti della serie è l’illusione della scelta. Gli innie credono, inizialmente, di poter accettare o rifiutare la loro condizione. Ma come può essere libera una scelta compiuta da chi non conosce alternative?

La Lumon costruisce un sistema morale interno fatto di premi, rituali, punizioni infantili. È un microcosmo che ricorda le riflessioni di Michel Foucault sul potere: non serve la violenza esplicita quando il controllo è interiorizzato.

Il vero orrore non è la costrizione fisica, ma il fatto che gli innie imparino ad amare la gabbia, perché non conoscono altro.

Corpo unico, coscienze separate: un problema etico

Chi è il proprietario del corpo? L’outie decide per l’innie, ma è giusto? L’innie soffre, ama, prova paura. È una persona a tutti gli effetti, eppure non ha diritti. La serie ci costringe a confrontarci con una domanda disturbante: possiamo creare coscienze sacrificabili?

È un tema che risuona fortemente oggi, tra intelligenza artificiale, lavoro automatizzato e identità digitali. Scissionesuggerisce che il problema non è il futuro: è il presente che stiamo già vivendo.

La memoria come atto politico

In Scissione, ricordare è un atto di resistenza. La memoria non è solo un archivio personale, ma una forma di potere: chi controlla la memoria controlla l’identità. Per questo la Lumon la spezza, la separa, la sterilizza.

La serie ci mostra che senza memoria non c’è responsabilità, senza responsabilità non c’è colpa, senza colpa non c’è etica. È una società perfetta per chi comanda, disumana per chi obbedisce.

Scissione come metafora del nostro tempo

La grandezza della serie sta nel fatto che non parla del futuro, ma di noi. Quante volte separiamo il lavoro dalla vita, come se fossero due esistenze incompatibili? Quante parti di noi lasciamo fuori dall’ufficio? Quante emozioni reprimiamo per essere “funzionali”? Scissione ci chiede se questa separazione non sia già una forma di auto-scissione quotidiana, meno radicale ma altrettanto corrosiva.

Scissione non è solo una serie da guardare, ma un’esperienza da pensare. Usa la fantascienza come strumento filosofico per smontare l’idea contemporanea di identità, lavoro e libertà. Ci mette davanti a una verità scomoda: non siamo interi se rinunciamo a una parte di noi per sopravvivere. E la domanda finale, quella che resta addosso anche dopo l’ultimo episodio, non è:

“Accetteresti la scissione?” ma: “In quante forme l’abbiamo già accettata?”

 

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