“Morbo K”: la storia di un morbo inventato che salvò tanti italiani

26 Gennaio 2026

La miniserie Morbo K (Rai 1) racconta la storia del coraggioso medico Giovanni Borromeo e del “morbo di K”, un inganno usato per salvare ebrei romani durante la Seconda guerra mondiale. L’articolo spiega la vicenda storica, la narrazione del film e il ruolo, spesso minimizzato nelle fiction delle autorità italiane

“Morbo K”: la storia di un morbo inventato che salvò tanti italiani

In occasione della Giornata della Memoria, Rai 1 propone la miniserie Morbo K (in onda il 27 e 28 gennaio), ispirata alla vicenda vissuta dal medico Giovanni Borromeo, che durante l’occupazione tedesca di Roma nel 1943 inventò una malattia finta, il cosiddetto “morbo di K”, per proteggere ebrei dal rastrellamento e dalla deportazione nei campi di sterminio.

La fiction concentra l’attenzione sul gesto eroico di Borromeo e dei suoi collaboratori, mettendo in luce la solidarietà civile e professionale di chi rischiò la propria vita per altri. Tuttavia, come sottolineano storici e commentatori, nella narrazione televisiva moderna spesso non vengono rappresentati con chiarezza il ruolo dei fascisti italiani e le dinamiche più ampie della persecuzione antisemita nel paese.

 La storia del “morbo di K” e la vicenda umana

Morbo K è una fiction che porta alla luce una delle storie più ingegnose e toccanti dell’occupazione nazista in Italia: un gesto di solidarietà che salvò vite in un momento in cui la barbarie sembrava travolgere ogni cosa. Ma per comprendere pienamente quel periodo storico è essenziale andare oltre la vicenda individuale, riconoscendo il ruolo del fascismo italiano e delle sue leggi razziali, la collaborazione con i nazisti e il contesto culturale da cui nacquero persecuzioni e violenze.

Raccontare queste storie non è solo memoria, ma strumento di educazione alle generazioni future: ricordare le responsabilità, celebrare il coraggio e comprendere i meccanismi della discriminazione sono passi fondamentali per costruire una società più giusta e consapevole.

Durante l’occupazione nazista di Roma, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e dell’entrata delle truppe tedesche nella città, la comunità ebraica capitolina subì progressivamente una pesante persecuzione culminata nel rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, durante il quale centinaia di ebrei furono catturati e deportati ad Auschwitz.

In questo contesto drammatico intervenne il medico Giovanni Borromeo, che lavorava all’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. Per proteggere decine di ebrei perseguitati, Borromeo e alcuni colleghi inventarono una malattia fittizia, detta “morbo di K”, spacciandola per altamente contagiosa e letale. Secondo le testimonianze storiche, questa strategia impedì alle truppe naziste di avvicinarsi alle stanze in cui erano nascosti gli ebrei, salvando concretamente molte vite.

Il nome “K” è probabilmente un riferimento sia al bacillo di Koch, collegato all’idea di tubercolosi, sia agli ufficiali tedeschi come Herbert Kappler o il generale Kesselring, associati alla repressione nell’Italia occupata.

Morbo K: la miniserie Rai e le scelte narrative. La fiction e l’eroismo di Borromeo

La miniserie Rai dedicata a questa vicenda è incentrata soprattutto sulla figura di Borromeo e sulla straordinaria trovata che permise la salvezza di molti ebrei. Girata con registrazioni sceniche e interpretazioni che cercano di dare corpo a un episodio poco conosciuto al grande pubblico, Morbo Kmette in primo piano la dimensione umana e morale della scelta di solidarietà, raccontando come alcuni medici, spesso a rischio della propria vita, rifiutarono di voltare le spalle davanti alla barbarie nazista.

Il cuore della narrazione è quindi il coraggio, la dignità professionale e la compassione: Borromeo e i suoi colleghi non agiscono come spettatori, ma come protagonisti che usano l’ingegno per opporsi a un sistema di violenza.

Il ruolo dei fascisti e il contesto storico italiano. Perché i fascisti spesso non compaiono nelle fiction

Una delle critiche mosse da storici e osservatori riguarda il modo in cui Morbo K e altre fiction italiane spesso rappresentano la persecuzione degli ebrei senza mostrare in modo esplicito il ruolo del fascismo come regime che, prima dell’occupazione tedesca, aveva introdotto in Italia le leggi razziali del 1938, discriminato i cittadini ebrei, e facilitato l’antisemitismo di Stato.

In effetti, sebbene la retata nel ghetto romano sia stata condotta dalle truppe tedesche delle SS guidate da Kappler, va ricordato che la persecuzione antiebraica italiana non fu un’azione isolata e priva di contesto: il regime fascista di Mussolini, alleato di Hitler, aveva progressivamente creato un clima di discriminazione e limitato diritti civili, culturali e sociali agli ebrei ben prima dell’arrivo dei nazisti.

La Repubblica Sociale Italiana (RSI), nata nel 1943 dopo l’armistizio, collaborò con le autorità tedesche nella repressione e nella gestione dei rastrellamenti. Anche se le responsabilità specifiche variano da evento a evento, è storicamente comprovato che fascisti italiani e nazisti agirono in tandem contro la popolazione ebraica, contribuendo alla deportazione e all’uccisione di cittadini italiani e stranieri residenti sul territorio.

Questa collaborazione spesso resta sfumata nei racconti televisivi, privilegiando narrazioni individuali di resistenza o salvataggio invece di mostrare la complicità istituzionale e ideologica dell’epoca.

La Shoah in Italia oggi

Raccontare episodi come quello del “morbo di K” significa onorare la memoria delle vittime e dei protagonisti del bene, ma anche contestualizzare le responsabilità collettive e istituzionali in un quadro storico più ampio. Non si tratta solo di celebrare gesti eroici, ma di comprendere come discriminazione, violenza e complicità possano crescere fino a travolgere intere comunità.

In Italia, la memoria della Shoah è custodita in luoghi come il Memoriale della Shoah di Milano, che documenta le deportazioni dei cittadini ebrei verso i campi di sterminio, e nei racconti delle comunità sopravvissute.

 

 

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