Dal libro allo schermo “La scomparsa di Josef Mengele” 

19 Gennaio 2026

Dal romanzo Premio Renaudot di Olivier Guez al nuovo film di Kirill Serebrennikov: "La scomparsa di Josef Mengele" racconta la fuga del medico nazista e ci costringe a guardare il male senza assoluzioni.

Dal libro allo schermo "La scomparsa di Josef Mengele" 

“La scomparsa di Josef Mengele” è la cronaca della fuga di uno dei più grandi criminali nazisti del Novecento, ma un’indagine morale, politica e filosofica su ciò che accade quando il male non viene punito, quando la Storia fallisce e la giustizia resta incompiuta.

Il nuovo film di Kirill Serebrennikov, presentato in anteprima a La Compagnia, nasce dall’adattamento dell’omonimo romanzo di Olivier Guez, vincitore del Premio Renaudot. Un’opera che rifiuta ogni forma di consolazione e accompagna lo spettatore lungo la discesa paranoica di un uomo che ha incarnato il male assoluto e che, proprio per questo, non può essere raccontato come un semplice mostro da demonizzare.

“La scomparsa di Josef Mengele”. Quando la Storia non si chiude: raccontare il male dopo la guerra

Dal romanzo di Olivier Guez al film di Kirill Serebrennikov, “La scomparsa di Josef Mengele” è molto più di un adattamento cinematografico riuscito. È un’opera necessaria, che interroga la coscienza collettiva e rifiuta ogni forma di pacificazione narrativa.

È fondamentale guardare questo film perché ci ricorda che il male non è solo ciò che è stato, ma ciò che può tornare se smettiamo di guardarlo negli occhi. E perché la cultura, quando è autentica, non consola: responsabilizza.

Raccontare Josef Mengele significa affrontare una delle questioni più scomode del Novecento: cosa succede ai criminali di guerra quando la guerra è finita? Esiste una giustizia che li raggiunge davvero? O esiste solo la lenta erosione di una coscienza incapace di pentimento?

Il film di Serebrennikov e il romanzo di Guez partono da questa frattura irrisolta, scegliendo di non raccontare Auschwitz, già ampiamente documentato, ma ciò che viene dopo: la fuga, la protezione, il silenzio, l’impunità.

Il film: un noir storico sulla paranoia e sull’assenza di redenzione

Nel film “La scomparsa di Josef Mengele”, Kirill Serebrennikov costruisce un’opera visivamente potentissima, che fonde il linguaggio del noir con il rigore della ricostruzione storica. Ambientato tra Buenos Aires, il Paraguay e la giungla brasiliana, il film segue la latitanza di Mengele negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale.

Il regista utilizza una narrazione non lineare, alternando il bianco e nero delle atmosfere cupe e claustrofobiche ai colori accesi dei ricordi di onnipotenza del protagonista. I piani sequenza immersivi, l’uso del corpo e dello spazio, la frammentazione del tempo restituiscono allo spettatore la sensazione di una mente assediata dai fantasmi, incapace di trovare pace.

Non c’è catarsi, non c’è assoluzione. Mengele non è mai umanizzato nel senso consolatorio del termine: è mostrato come un uomo che rifiuta il rimorso, che si aggrappa all’ideologia e al denaro, che vive nella paura ma non nella colpa. Ed è proprio questa assenza di redenzione a rendere il film così necessario.

Il libro: il romanzo di Olivier Guez e il viaggio nel cuore nero del Novecento

Nel romanzo “La scomparsa di Josef Mengele”, Olivier Guez compie un’operazione narrativa lucida e disturbante. Basandosi su una rigorosa documentazione storica, l’autore ricostruisce la fuga del medico di Auschwitz come un vero e proprio romanzo dell’orrore politico.

Il libro si apre nel 1949, a Buenos Aires, dove Mengele riesce a entrare in Sud America sotto falsa identità grazie a documenti della Croce Rossa. Da lì, Guez segue il suo percorso tra reti di ex nazisti, complicità internazionali, dittature sudamericane e silenzi istituzionali. Non è solo il racconto di una fuga, ma la dimostrazione concreta di come il mondo abbia permesso al male di sopravvivere.

La forza del romanzo sta nel suo sguardo spietato: Guez non cerca spiegazioni psicologiche rassicuranti, ma mostra un uomo mediocre, ossessionato, ridicolo e al tempo stesso terribilmente reale. Il male non è un’eccezione mostruosa, ma una possibilità concreta della Storia.

Chi era Josef Mengele e perché è una figura centrale del male del Novecento

Josef Mengele è stato il medico di Auschwitz, responsabile di esperimenti pseudo-scientifici su prigionieri, gemelli, bambini e deportati. La sua figura incarna uno dei punti più estremi della disumanizzazione scientifica e ideologica del nazismo.

Dopo la guerra, Mengele non fu mai processato. Morì nel 1979 in Brasile, senza aver mai affrontato un tribunale. La sua latitanza è uno dei simboli più evidenti del fallimento della giustizia internazionale nel dopoguerra.

Raccontarlo oggi non significa riaprire ferite inutilmente, ma interrogarsi su come l’impunità, il denaro e il potere possano ancora proteggere chi ha commesso crimini contro l’umanità.

Perché è un film da vedere oggi

“La scomparsa di Josef Mengele” è un film fondamentale perché non offre soluzioni semplici. Non consola, non rassicura, non separa nettamente il passato dal presente. Ci ricorda che il male non scompare da solo, che la giustizia non è automatica, che la memoria è un lavoro continuo. Questo film ci costringe a guardare in faccia le zone d’ombra del Novecento e a riconoscere quanto siano ancora operative. Guardarlo significa accettare l’inquietudine, farsi carico di una memoria scomoda e comprendere che la cultura non serve solo a intrattenere, ma a vigilare.

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