Dopo anni di esperienza come produttrice e collaboratrice di rilievo, la cineasta Shih-Ching Tsou firma con “La mia famiglia a Taipei” (Left-Handed Girl) il suo esordio alla regia in solitaria, un lungometraggio che ha già conquistato pubblico e critica internazionale. Presentato alla Settimana Internazionale della Critica nella selezione del Festival di Cannes 2025 e vincitore del premio Miglior Film alla Festa del Cinema di Roma 2025, il film arriva nelle sale italiane dal 22 dicembre 2025 con distribuzione di I Wonder Pictures.
Ambientato nel cuore vibrante e caotico della capitale taiwanese, “La mia famiglia a Taipei” mescola con delicatezza toni drammatici e visivi viscerali per raccontare il viaggio emotivo di una famiglia in cerca di equilibrio, identità e rinascita.
“La mia famiglia a Taipei”: Una famiglia fragile tra le luci di Taipei
“La mia famiglia a Taipei” è un’opera che guarda alla quotidianità come teatro di grandi verità interiori. Attraverso la storia di Shu-fen e delle sue figlie, il film esplora come la modernità e le pressioni sociali influenzino le dinamiche familiari, ma anche come il desiderio di rimanere uniti possa diventare forza motrice per affrontare difficoltà materiali e psicologiche.
Il risultato è un dramma intimo e profondo, capace di parlare a spettatori di culture diverse e di riflettere sulla condizione universale della famiglia contemporanea: un microcosmo fatto di speranze, silenzi, contraddizioni e possibilità. In un mondo in cui le grandi metropoli spesso sembrano divorare l’individuo, questo film ci ricorda che la vera lotta è per mantenere e reinventare i legami che ci definiscono.
“La mia famiglia a Taipei” è innanzitutto una storia di relazioni e responsabilità. Al centro della narrazione c’è Shu-fen, interpretata da Janel Tsai, una madre single che torna nella sua città natale con le figlie dopo anni di assenza, portando con sé il peso del passato e la speranza di un nuovo inizio.
Shu-fen prova ad aprire un piccolo chiosco nel vivace mercato notturno della città, tra profumi di zuppe e noodles, suoni e caos quotidiano, cercando di creare un equilibrio fragile tra il lavoro e le esigenze affettive della sua famiglia. La sua vita è un continuo compromesso tra responsabilità pratiche e desideri di liberazione, tra debiti da affrontare e legami da ricostruire.
Accanto a lei, I-Ann, la figlia maggiore, vive una fase turbolenta di ribellione: lontana da ruoli familiari, si confronta con scelte sentimentali e relazionali che mettono in luce le fratture generazionali e le difficoltà di una giovane donna in una città che corre più veloce di quanto si possa comprendere.
Infine, la piccola I-Jing, di appena cinque anni, osserva il mondo con curiosità e semplicità innocente. I suoi occhi diventano lente per interpretare Taipei e le sue contraddizioni, mentre la bambina si confronta con i pregiudizi culturali, come il divieto imposto dal nonno di usare la mano sinistra, considerata malvagia, e con le piccole regole quotidiane che si intrecciano con grandi domande esistenziali.
Identità, tradizione e modernità: i temi al centro del film
Il ritmo narrativo di La mia famiglia a Taipei si costruisce attorno alla quotidianità, all’energia delle strade, alle luci dei mercati e alle dinamiche familiari che spesso si consumano lontano dalle parole, nei gesti sospesi, negli sguardi trattenuti, nelle tensioni non espresse apertamente.
La regista Tsou mostra un profondo rispetto per il valore simbolico dei luoghi, facendo del mercato notturno non solo uno sfondo visivo, ma un terreno narrativo in cui ciascun personaggio deve confrontarsi con la propria identità. La città diventa così teatro di un confronto continuo tra possibilità e vincoli, tra aspirazioni individuali e le imposizioni sociali che ancora permeano la tradizione culturale.
Silenzio, tabù e legami non detti
Un’altra tensione costante del film è quella tra ciò che si dice e ciò che si tace. I rapporti familiari, soprattutto quelli tra genitori e figli, vengono mostrati con una sincerità disarmante: fragilità, incomprensioni e ferite di lungo periodo emergono con naturalezza, senza soluzioni facili o risposte rapide, lasciando allo spettatore lo spazio per riflettere sul senso profondo di ciascun gesto.
La regista esplora anche la complessità delle norme culturali: il non voler mostrare fragilità e il desiderio di mantenere una “faccia” sociale intatta diventano tratti narrativi ricorrenti, inserendo le pressioni del contesto culturale all’interno delle dinamiche familiari.
Generazioni a confronto
Il rapporto tra generazioni è un altro nucleo tematico fondamentale. Ogni personaggio affronta la sfida di trovare un proprio spazio: per Shu-fen, questo significa conciliare la gestione delle responsabilità pratiche con la costruzione di un futuro stabile; per I-Ann, si tratta di conciliare ribellione e ricerca di autonomia; per I-Jing, la scoperta del mondo è un atto di innocenza rivolto verso possibilità ancora da definire.
Produzione e ricezione critica
Il film è il risultato di una lunga collaborazione artistica: la regista Shih-Ching Tsou ha co-scritto e co-prodotto La mia famiglia a Taipei insieme al premio Oscar Sean Baker, che ha anche curato il montaggio della pellicola.
La lavorazione, che ha toccato ambienti reali come i mercati notturni di Taipei, si riflette nell’estetica del film, dando alla narrazione un tono documentaristico che valorizza l’autenticità delle immagini.
Accolto con calore alla Festa del Cinema di Roma e premiato come miglior film, il progetto ha attirato l’attenzione della critica internazionale per la sua sincerità narrativa, il suo tono urbano e la qualità delle interpretazioni, in particolare quella della giovane Nina Ye nei panni di I-Jing.
Lo sguardo cinematografico di Tsou: tra empatia e realismo
Molti critici hanno sottolineato la capacità di Tsou di lavorare con uno sguardo “a misura di bambino”, capace di filtrare le complessità delle relazioni adulte attraverso l’innocenza e la curiosità di I-Jing. Questo cortocircuito narrativo permette al film di mescolare tenerezza e durezza, leggerezza e concretezza emotiva, costruendo un universo familiare che risuona nella realtà di molte città contemporanee.
Inoltre, l’uso del linguaggio visivo, dai colori saturi degli stand del mercato alle ombre delle strade notturne, crea un contrasto che riflette la tensione tra la vitalità urbana e la fragilità dei legami interni alla famiglia.
